mercoledì 1 ottobre 2008

Cool Hand Luke

Un altro grande, grandissimo attore se n'è andato. Adieu Paul Newman. Per noi della nuova generazione che non abbiam potuto godere (a suo tempo) delle indimenticabili performance di Paul, Marlon & C. non ci resta altro da fare che guardare, almeno per una volta, i loro capolavori. Così ho fatto anche io appena saputa la notizia della morte di Paul Newman. Mi sono guardato, per la prima volta appunto, il film Cool Hand Luke (Nick mano fredda nella versione italiana) con un Paul Newman splendido nell'interpretare un prigioniero poco ligio alle regole ferree del carcere dove viene rinchiuso. Ho scelto per ricordarlo (vedi sotto) la sequenza della magnifica canzone cantata da Newman quando viene a sapere della morte della madre. Ora che anche lui ci ha lasciato, questa indimenticabile sequenza assume un significato ancor più importante nella cinematografia del piccolo, grande spaccone dagli occhi blu. We'll miss you, Paul...

domenica 28 settembre 2008

Man of the Year

Volete vedervi un film di un'attualità imbarazzante? Sto parlando di Man of the Year diretto da Barry Levinson (vi dice qualcosa Rain Man e Sleepers?) e intepretato alla grande da Robin Williams nei panni di un comico televisivo che, dopo essersi candidato a sorpresa alle elezioni presidenziali americane, riesce - però solo grazie ad un errore del sistema elettronico di voto, e a sua insaputa e di tutto il popolo a stelle e strisce - a diventare niente di meno che il nuovo Presidente degli Stati Uniti d'America. Un comico al potere, insomma. Ci credereste mai? E il film di Levinson, uscito nelle sale nel 2006, ma sarebbe stato perfetto in questi giorni di agguerrita campagna elettorale tra Obama e McCain, rende il tutto abbastanza credibile, anche se la storia perde un po' di smalto quando vira verso il genere thriller-cospirazionista. Ma alla fin fine, per chi volesse farsi due risate intelligenti, e sperare magari che un giorno una persona come Tom Dobbs possa davvero candidarsi, il film è altamente consigliato. Frase d'antologia: "I politici sono molto simili ai pannolini, devono essere cambiati spesso e per lo stesso motivo".

Recount

Capita sempre più spesso di guardare alla televisione film (made in Usa) progettati unicamente per il piccolo schermo, ma che di certo non sfigurerebbero al buio di una sala cinematografica. Basti prendere ad esempio le innumerevoli serie tv americane - da Lost a I Soprano, da X-Files a Dr. House - che spesso sono meglio di un film per le tematiche che toccano, e soprattutto per il modo in cui lo fanno. Ho visto qualche giorno fa il film Recount, con Kevin Spacey nei panni del responsabile dello staff elettorale di Al Gore ai tempi delle contestate elezioni presidenziali del 2000 in Florida, che ci narra splendidamente quelle concitate settimane quando il popolo americano non sapeva chi considerare legittimamente nuovo commander in chief, se Bush jr. oppure il vicepresidente Al Gore. La storia ormai la conosciamo tutti, ma del dietro le quinte ne sapevamo poco o niente. Onore al merito, dunque, a questo emozionante - anche se un po' manicheo: democratici buoni, repubblicani cattivi - film per la tv, che ha saputo guardare sapientemente indietro alla storia recente degli Stati Uniti. Come vorremmo vedere anche sulla nostra tv pellicole del genere...

mercoledì 24 settembre 2008

Redacted

Non mi capita spesso di guardare un film recente e dire dopo la visione: "Questo è un autentico capolavoro". Può capitare una volta all'anno, massimo due. Ora mi è capitato un'altra volta, e peccato che questa pellicola non l'abbia vista al cinema, ma sarebbe stato (quasi) impossibile. Sto parlando di Redacted diretto da Brian De Palma, presentato l'anno scorso al Festival del Cinema di Venezia, e mai - dico mai - uscito nelle sale italiane. Una vergogna. Il film parla di un gruppetto di soldati americani di stanza in Iraq, coinvolti (e la storia è realmente accaduta) nello stupro di una bambina irachena di soli 15 anni, uccisa poi insieme alla madre, il nonno e la sorellina. La storia viene narrata attraverso i filmini che i soldati hanno girato per le strade di Samarra, alternati con un documentario diretto da alcuni giornalisti per spiegare la vita delle truppe e dei civili iracheni intorno a un check-point dell'esercito, con i video di attentati ai danni dei marines caricati sul web dagli stessi terroristi, e altro materiale - come i tg iracheni locali - sempre opera della finzione filmica di De Palma. Il punto di vista è dunque sempre diverso, ma l'angolazione dalla quale lo spettatore - attraverso i filmati prodotti dagli stessi soldati - entra pian piano nella storia è davvero privilegiata ed inedita. Un film che lancia, come nessun altro film recente è riuscito a fare, un'ombra di puro orrore sulla sciagurata avventura americana in terra irachena. "La vera storia della guerra in Iraq è stata redatta dai media commerciali di massa: se siamo disposti a provocare questi disordini, allora dobbiamo anche affrontare le orrende immagini che conseguono da questi atti", ha dichiarato Brian De Palma. Siamo pronti a quelle immagini?

Lisbon Story

Può il cinema far rivivere su pellicola e su schermo il segreto più profondo, e anche più inafferrabile, di una città? Dopo aver visto Lisbon Story di Wim Wenders siamo convinti proprio di sì. E non solo far rivivere l'essenza di un luogo, ma anche delle vite che uomini e donne trascorrono in quei luoghi. Questa perla cinematografica del regista tedesco è un film sul cinema, nella sua disperata ricerca di armonia tra le immagini e il sonoro su cui i due protagonisti stanno lavorando, ma allo stesso tempo è soprattutto un film sulla vita, con le domande, che immancabilmente ognuno di noi si pone, a fare da sfondo letterario alle meravigliose vedute di Lisbona. Possiamo dire, alla fin fine, che il cinema è capace di farci scoprire realtà intorno che non sempre riusciamo a scorgere? Lisbons Story ve lo saprà dire...

martedì 23 settembre 2008

I am Legend

Riuscirà mai l'uomo a debellare il cancro? Nel film I am Legend con Will Smith, il genere umano ci è finalmente riuscito. Ma a quale prezzo? Ce ne accorgiamo non appena realizziamo che il protagonista è costretto a vivere da solo, non si sa bene da quanti anni, in una New York spettrale e senza più vita per le strade, invase ormai solo da erbacce e feroci animali affamati. Non si tratta più di una giungla d'asfalto, ma di una vera e propria giungla. Nel tentativo di curare il cancro con un particolare virus opportunamente modificato, l'intero (o quasi) genere umano è stato infettato, causandone una lenta degenerazione animalesca. Compito del protagonista è quello di scoprire un eventuale antidoto in modo da salvare la razza umana, se ancora ne è rimasta traccia sulla faccia della Terra. Le premesse dunque sono perfette per un film che, almeno nella prima parte, davvero è ben fatto, con una buona dose di spettacolarità (vedi la prima sequenza della caccia con l'auto per le strade di New York) ma anche di riflessione su quello che la solitudine può significare per un uomo in quelle condizioni. Con l'incedere della storia, però, il tutto ci sembra un po' troppo prevedibile, senza quell'intensità iniziale che ci aveva non poco affascinato. La morale del film si riduce così a frasi ad effetto che appaiono un pizzico artificiose, se non proprio pretenziose. Un esempio? La passione del protagonista per la musica di Bob Marley, l'unica cosa che gli è rimasta - insieme al suo adorato cane e al ricordo della moglie e della figlia - del mondo che fu, viene riassunta in questa citazione del grande autore giamaicano: "The people that are trying to make this world worse are not taking a day off — how can I? — Light up the darkness" (Le persone che stanno cercando di rendere peggiore questo mondo non si prendono giorni liberi, come posso farlo io? Illumina l'oscurità). Will Smith come un redivivo Bob Marley? Chissà...

domenica 21 settembre 2008

Thirteen Days

Avrei voluto che durante gli anni scolastici i professori di storia mi avessero fatto vedere più film per meglio comprenderla, la storia. Non tanto per capire i perchè di tante guerre che, in ogni periodo storico, non sembrano mai mancare, ma in particolar modo per cercare di condividere quegli stati d'animo che i testimoni del tempo vissero sulla propria pelle. Un film non deve per forza propagandare una verità storica, questo spetta agli studiosi, ma può invece rappresentare attraverso dei personaggi e le loro storie intrecciate alla storia, quel sentire comune che aiuta noi spettatori, a distanza di decenni o secoli dall'evento narrato, a carpire l'importanza, appunto, storica di un momento del passato che, nel bene o nel male, ha influenzato anche le nostre vite. Ho rivisto Thirteen Days, sui fatidici tredici giorni che portarono, nel lontano ottobre 1962, gli Stati Uniti d'America di John (e Bobby) Kennedy vicinissimi alla terza guerra mondiale contro l'Unione Sovietica di Kruscev, e ho pensato a quanto sia facile fare una guerra, e quanto sia difficile evitarla quando tutto e tutti ti remano contro. Anche se il film non è perfetto - un po' troppo lungo (ben 145 minuti), con una tensione narrativa che a tratti va scemando, dopo una prima parte abbastanza incalzante, e con una visione storica non poco romanzata - l'occasione di rivedere su schermo l'azzardo diplomatico dei fratelli Kennedy è ghiotta. Disse una volta Bobby Kennedy ritornando indietro a quei tredici giorni: "La lezione finale che dobbiamo trarre dalla crisi cubana dei missili è la seguente: è indispensabile sapersi mettere nei panni dell'avversario". Chi ha ancora oggi il coraggio di farlo, e non solo in politica?


sabato 20 settembre 2008

The Human Beast (L'Angelo del Male)

Ci sono film che vengono ricordati soprattutto per sequenze memorabili, che una volta viste sullo schermo difficilmente potranno essere dimenticate. The Human Beast (L'Angelo del Male nella versione italiana) di Jean Renoir è uno di quei film. E la sequenza in questione è quella del treno in corsa, all'inizio e alla fine della storia, che per una pellicola del 1938 è una ripresa non da poco. Aggiungeteci il dramma d'altri tempi, con una donna e un uomo (un grande Jean Gabin) pazzamente innamorati e disposti a tutto pur di suggellare questo loro amore, anche ad uccidere, e il gioco è fatto. Da qui il richiamo al titolo La bestia umana, ispirato all'omonimo romanzo di Emile Zola, dove sono gli istinti più profondi e nascosti dell'essere umano ad essere illuminati e scandagliati sotto l'occhio vigile del regista francese. Splendido bianco e nero, a far risaltare a futura memoria i volti indimenticabili di Jacques & Severine.

L'Atalante

Forse voi conoscerete questo film del 1934 diretto dal grande Jean Vigo (morto di tubercolosi a soli 29 anni) perchè una delle sequenze più celebri (vedi sotto) è stata adottata nella sigla del programma Fuori Orario condotto su RaiTre da Enrico Ghezzi. Questo film si chiama L'Atalante, ed è uno dei capolavori della Settima Arte per la sua capacità di fare autentica poesia con le immagini. La storia d'amore tra un giovane capitano e una ragazza di campagna per la prima volta, ore che si è sposata, lontana da casa e dalla famiglia contadina, diviene il simbolo di come una relazione possa infrangersi, anche solo per poco, contro gli scogli di una triste e ripetitiva quotidianità. Ma l'amore vince sempre, e l'indimenticabile sorriso di Dita Parlo ce lo ricorda ancora oggi in tutta la sua vivacità.

CentoChiodi

Classe 1931, 77 anni suonati, ma Ermanno Olmi ha ancora una lucidità intellettuale tutta da invidiare. Ne è prova lampante l'ultimo, poetico, e a tratti forse un po' troppo filosofeggiante, film dal titolo CentoChiodi. Protagonista è il sorprendente Raz Degan, nei panni di un giovane e affascinante professore di filosofia della religione, che decide di ferire a morte i suoi amati libri, letti e studiati per una vita intera ma mai veramente umani come magari avrebbe voluto. La sua verità è tanto scandalosa quanto poco, pochissimo politicamente corretta: cosa pensereste, infatti, se vi dicessero che "Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico"? Un film dal passo lento e dal sapore antico, ma con una carica eversiva capace di proiettarci in uno spazio e in un tempo dove dobbiamo per forza di cose affrontare le domande che Olmi ci ha perentoriamente posto.

The pursuit of Happyness

"Life, liberty and the pursuit of happiness" c'è scritto nella Dichiarazione d'Indipendenza degli Stati Uniti d'America. Vita, libertà e ricerca della felicità, come punti di riferimento immancabili per ogni cittadino americano. Dovrebbero essere dei diritti inalienabili, ma sappiamo come va il mondo, e lo sa anche il protagonista (realmente esistito) del film The pursuit of Happyness di Gabriele Muccino. Il debutto cinematografico oltre oceano del regista italiano non poteva andare meglio. Sarà stato il cast di attori davvero eccellente - su tutti Will Smith -, sarà stato l'appeal della storia (vera) di un padre di famiglia alla ricerca di quella felicità che solo un lavoro stabile poteva dargli, e sarà stata anche l'ambientazione in terra americana a dare quel qualcosa in più al film di Muccino, ma è certo che nè L'ultimo bacio nè Ricordati di me sono confrontabili con quest'ultima fatica del regista nostrano. Smielato quanto basta, ma almeno, e soprattutto, sincero.

venerdì 19 settembre 2008

Rambo

Rambo è sempre Rambo, come anche Sylvester Stallone che in Rambo, l'ultimo film della serie del grande personaggio reduce dal Vietnam, dà una bella interpretazione, anche se a volte un po' sopra le righe. Nelle scene di guerra più violente, infatti, il protagonista ci sembra più Terminator che Rambo stesso, e forse un pizzico di introspezione in più nel personaggio ci voleva. Ma quando poi assistiamo all'ultima scena (qui in basso) ci dimentichiamo delle varie imperfezioni e pensiamo soddisfatti: "Welcome home, Rambo".

Death Proof (A prova di morte)

Quentin Tarantino è un grande, non c'è dubbio. Ma nel caso dell'ultimo film, Death Proof, mi viene da pensare che si sia divertito solo lui a girarlo. A noi spettatori resta unicamente l'amaro in bocca per aver visto una pellicola senza capo nè coda, dove sesso & morte sembrano essere gli unici punti di riferimento per cercare di dare un senso al film in questione. Ma quale senso? Sedetevi in poltrona, magari sperando di non appisolarvi troppo presto.

In the Valley of Elah

Ci sono film che hanno il coraggio di affrontare la realtà di tutti i giorni, quella che mette a dura prova i nervi di un intero popolo alle prese, tanto per fare un esempio, con guerre che uccidono, giorno dopo giorno, i giovani figli di quel popolo alla ricerca affannosa di una consolazione. Quella stessa consolazione che cerca Tommy Lee Jones nel film di Paul Haggis In the Valley of Elah, dove è un padre che tenta in tutti i modi di capire perchè il figlio è l'unico a non essersi fatto ancora vivo dopo il ritorno dall'Iraq. Ma quella maledetta guerra così lontana e così vicina si rivelerà ancora una volta la causa di situazioni che non dovrebbero mai accadere: perchè un padre e una madre mai e poi mai dovrebbero seppellire i propri figli. Un film importante da non perdere.

The Happening (E venne il giorno)

Qualcosa di strano sta succedendo, come dice anche il titolo originale dell'ultimo film - The Happening, appunto - di Manoj Nelliyattu Shyamalan. In alcuni parchi d'America, mentre un misterioso vento scuote gli alberi intorno, la gente perde il controllo e comincia a suicidarsi. E' una reazione a catena dovuta non si sa bene a cosa. Sarà la natura, con la sua forza prorompente e inspiegabile, a causare tutto ciò? Se lo chiede un professore di scienze, interpretato da Mark Wahlberg, che si trova nel bel mezzo di questa tragedia. Guardate il trailer del film e non resisterete alla voglia di vederlo, ma come spesso accade i trailer sono più interessanti dei film stessi. La storia è intrigante, lo sviluppo un po' meno per evidenti sentimentalismi di troppo, ma la morale finale - non poco inquietante - è un severo monito a tutti noi abitanti del pianeta Terra.