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Pronostici da Oscar
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Siamo a cavallo
domenica 28 febbraio 2010
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sabato 13 febbraio 2010
mercoledì 10 febbraio 2010
domenica 7 febbraio 2010
Chi comanda a Milano
«Fate impresa dove ci sono i soldi», consigliava Bernardo Provenzano, il boss corleonese di Cosa Nostra, ai suoi picciotti. In Lombardia, e in particolare a Milano, di soldi ne girano parecchi. La regione è oggi la quinta in Italia per quantità di beni confiscati alla mafia, mentre Milano è diventata negli ultimi dieci anni una delle capitali del traffico internazionale di cocaina. Per Gianni Barbacetto, giornalista de Il Fatto quotidiano, il capoluogo lombardo è un mercato aperto alla criminalità organizzata «perché non ci sono filtri, nella politica e nell’economia, che bloccano l’ingresso delle mafie, e anche perché è una piazza dove non c’è un’organizzazione criminale monopolista come a Palermo, Napoli e Reggio Calabria: Milano è come la Rinascente, nel senso che tutte le marche criminali possono aprire la loro boutique».
La città è storicamente una terra dove, sin dagli anni Sessanta, sono presenti diverse famiglie mafiose. Lo dice Cesare Giuzzi, curatore insieme a Davide Milosa del sito Milano Mafia, evidenziando come negli ultimi anni ci sia stato l’avvento dei gruppi calabresi, ora egemoni sul territorio milanese. «A dominare sono le famiglie di Reggio Calabria come i Barbaro-Papalia – aggiunge Giuzzi – e le cosche del crotonese degli Arena e dei Paparo, coinvolte un anno fa negli arresti per le infiltrazioni nei lavori dell’alta velocità». A Milano città e nell’hinterland – da Buccinasco a Cologno Monzese, da Rozzano fino in Brianza – sono una cinquantina le famiglie della ‘ndrangheta censite sul territorio. Secondo il giornalista di Milano Mafia, «queste famiglie riescono a convivere nonostante gli equilibri molto precari in Calabria, perché tutto ciò che avviene al Nord è comunque legato a doppio filo a quello che succede al Sud».
«A Milano la mafia non esiste», o almeno quella che si distingue per gli omicidi e le gambizzazioni, ha detto davanti alla Commissione parlamentare antimafia il prefetto Gian Valerio Lombardi. Per Gianni Barbacetto «la mafia a Milano non si limita a fare affari tramite i colletti bianchi che lavorano in borsa, ma è una criminalità vera e propria con la sua componente militare, perché le mafie sono insieme affari e violenza». Come evidenzia Cesare Giuzzi, «le dichiarazioni di Lombardi sono la prova di una percezione che si ha del fenomeno criminale molto inferiore rispetto alla portata, e la colpa è anche dei media, visto che una cosa che avviene a Milano città conta dieci volte di più». «Se dovessi gambizzare un imprenditore – continua Giuzzi – anziché sparargli in via Manzoni a Milano andrei a ferirlo in un paesino vicino Magenta, o nelle campagne di Desio, dove so che la notizia durerebbe il tempo di una giornata».
Basti pensare, ad esempio, che negli ultimi diciotto mesi si sono contati, in provincia di Milano, almeno sei omicidi di matrice mafiosa: l’omicidio del boss della ‘ndrangheta Carmelo Novella, avvenuto nell’estate del 2008 all’interno di un bar, e l’uccisione lo scorso novembre di Giovanni Di Muro, sotto inchiesta in un processo di mafia, che aveva deciso di collaborare con i magistrati.
La capitale europea della cocaina
«Secondo una stima, almeno un ragazzo su tre, nella fascia tra i 15 e i 40 anni, ha fatto uso nell’ultimo anno di cocaina – dice Giuzzi –. Oltretutto i prezzi sono in forte ribasso e nei prossimi anni dovrebbero scendere ancora: si arriverà a cifre intorno ai 60-70 euro al grammo». Il traffico di cocaina serve soprattutto ad accumulare il denaro sporco che poi viene “ripulito” in affari leciti. «Una volta la raccolta del capitale iniziale – evidenzia Gianni Barbacetto – era fatta con i sequestri di persona, poi è diventato poco conveniente perché oggi con lo spaccio di cocaina si prendono un mucchio di soldi da impiegare, ad esempio, in operazioni immobiliari». Per il giornalista de Il Fatto quotidiano, Milano è una delle capitali europee della cocaina, anche se non bisogna sottovalutare il potenziale economico di altre droghe come l’hashish e la marijuana. Secondo Cesare Giuzzi «c’è una grande collaborazione tra Cosa Nostra e ‘ndrangheta per il traffico di droga, nel senso che spesso hanno dei referenti comuni nei paesi del Sud America e in Spagna». Al momento, però, la ‘ndrangheta sembra la più forte sul mercato della cocaina «perché buona parte degli emissari in America latina sono per lo più di provenienza calabrese».
La finestra sull’edilizia
È un settore privilegiato, quello dell’edilizia, soprattutto dalla ‘ndrangheta: «Non serve una grande capacità imprenditoriale – sottolinea il giornalista di Milano Mafia – e spesso non ci sono controlli». Secondo alcune inchieste, il movimento terra è l’affare privilegiato dalle cosche attraverso subappalti che vengono vinti sempre dalle stesse imprese. «Il cantiere che non affida i lavori alle aziende dei calabresi è a rischio: a testimoniarlo ci sono un mucchio di cantieri bruciati» dice Gianni Barbacetto. Nel caso del movimento terra, spiega Giuzzi, le famiglie criminali guadagnano anche mille euro a camion, e «in alcuni casi sono stati fermati dei ragazzi di 17 anni, senza nemmeno la patente, saliti da San Luca e Platì per guidare i mezzi fino a Buccinasco».
Le infiltrazioni mafiose riguardano anche i lavori per la quarta corsia dell’autostrada Milano-Bergamo e i cantieri dell’alta velocità, mentre si temono interessi delle famiglie calabresi per le gare d’appalto in vista dell’Expo 2015. Ma la ‘ndrangheta non è solo edilizia. «C’è un aumento del prestito ad usura – evidenzia Giuzzi – perché ci sono aziende con l’acqua alla gola, nella fascia delle piccole e medie imprese da Torino a Verona, dove arrivano i prestanome delle cosche per aiutarle e poi cannibalizzarne l’attività». A Milano un altro settore in cui sono attivi i calabresi, ma anche i siciliani, è quello delle cooperative di pulizia e facchinaggio. «Ce ne sono decine che fanno riferimento a personaggi della ‘ndrangheta – dice Barbacetto – e che muovono migliaia di lavoratori pagati in nero, soprattutto extracomunitari».
La sponda della politica
I contatti tra criminalità organizzata e politica milanese ci sono. D’altra parte, «senza rapporti con la politica – ammette il giornalista de Il Fatto quotidiano – non c’è organizzazione criminale che tenga». C’è il caso del consigliere regionale del Popolo della libertà, Alessandro Colucci, filmato ad una cena insieme a Salvatore Morabito, il presunto boss dell’ortomercato. «Colucci ha detto di non sapere che ci fosse quella persona – dice Cesare Giuzzi – anche se al ristorante risultavano esserci altri soggetti legati allo stesso ambiente criminale». Gianni Barbacetto ricorda, invece, la vicenda dell’onorevole Francesco De Luca, «indagato perché aveva promesso a un gruppo camorristico, il clan di Vincenzo Guida, di intervenire presso la Cassazione per aggiustare un processo per omicidio. De Luca se l’è cavata dicendo di non aver mantenuto la promessa». Ci si chiede, dunque: quanto è permeabile la politica lombarda alle offerte della criminalità organizzata?
giovedì 28 gennaio 2010
domenica 24 gennaio 2010
Perché gli africani salveranno Rosarno
A Rosarno, in Calabria, è dal 1992 che gli immigrati stagionali, da ottobre a febbraio impegnati ogni anno a raccogliere arance nella piana di Gioia Tauro, subiscono violenze, estorsioni e rapine. A raccontarlo è il libro curato da Antonello Mangano, Gli africani salveranno Rosarno. E, probabilmente, anche l’Italia, edito da Terrelibere.
Il 12 dicembre 2008, dopo il ferimento di due lavoratori della Costa d’Avorio, gli africani di Rosarno protestarono già una volta contro un sistema mafioso che gioca sull’assuefazione della cittadinanza per esercitare il proprio dominio. Infatti, come ci dimostra anche la rivolta dei neri di Castel Volturno in Campania, sono spesso gli immigrati a ribellarsi allo status quo criminale che attanaglia quei territori. In Calabria, la ‘ndrangheta colpisce gli extracomunitari perché sono i più deboli. Forse per questo gli unici movimenti antimafia di piazza degli ultimi anni al sud, sono stati organizzati proprio da quegli immigrati africani nel tentativo di dimostrare che poi tanto deboli non sono.
«Dal nostro arrivo fino ad oggi, nei viali, nelle piazze, a volte nei luoghi di lavoro, nei ghetti siamo quotidianamente (24 ore su 24, anche durante il riposo notturno) vittime di congiure razziste: ragazzini minorenni che ci sputano in faccia, brigate clandestine in moto-scooter». Lo scrissero gli africani di Rosarno in una lettera del 1999 al sindaco Giuseppe Lavorato, denunciando la difficoltà anche solo di trovare un posto dove dormire - «per paura la brava gente si rifiuta di affittarci le case» - dovendo così rifugiarsi in ghetti senza acqua, elettricità e usando come letti dei cartoni raccolti per strada. Rosarno è un piccolo contenitore di tutte le più scottanti problematiche del nostro tempo, e il libro di Antonello Mangano ne analizza gli aspetti giuridici, storici, geopolitici (le migrazioni dall’Africa all’Europa) e socio-economici (lavoratori inseriti in un contesto mafioso).
Nel rapporto del 2008 sugli immigrati occupati in agricoltura nelle regioni meridionali, Medici senza frontiere evidenziò come «la condizione degli stagionali resta un nervo scoperto ipocritamente nascosto». Ragazzi africani che lavorano per soli 25 euro al giorno, si legge nel libro di Mangano, «salveranno Rosarno se con il loro esempio riusciranno a risvegliare coscienze sopite, senso dello Stato dimenticato e se, in una parola, saranno contagiosi».
Perché gli africani salveranno Rosarno, e probabilmente anche l’Italia, come dal titolo del suo libro? Basta vedere quello che sta succedendo oggi in questi posti: sono tornate le città bianche, cioè senza più neri, con la solita cronaca nera di arresti e macchine incendiate. Il titolo del libro non è provocatorio, ma è semplicemente una constatazione confermata dagli ultimi fatti: in queste zone del Sud gli immigrati sono gli unici a ribellarsi allo sfruttamento e allo schiavismo.
In che modo gli immigrati cadono sotto le grinfie della criminalità, e che responsabilità ha lo Stato? Non cadono sotto le grinfie della criminalità perché stanno cercando in tutti i modi di ribellarsi. La responsabilità di aver creato queste situazioni va allo Stato perché tanti degli immigrati lì presenti sono stati licenziati nelle fabbriche del Nord e si sono trovati a lavorare nell’agricoltura del Sud per paura di rimanere senza permesso di soggiorno e di essere perseguitati. Come accade ai tanti irregolari che hanno subito questo tipo di situazioni nelle città del nord Italia.
Prima degli scontri di qualche giorno fa com’era il rapporto tra gli immigrati e la cittadinanza? Finché gli africani sono rimasti zitti e silenziosi a lavorare tutto è andato bene. Ma nel momento in cui ci sono state delle ribellioni e delle denunce il rapporto con la cittadinanza si è incrinato. Ma questa è una cosa che succede da anni.
Il Sudan al bivio del 2010
Dieci organizzazioni non governative, tra le quali Oxfam International e Save the children, hanno lanciato l’allarme: la Repubblica del Sudan, in particolare la sua regione meridionale, è di nuovo sull’orlo del collasso a cinque anni dalla firma dell’accordo di pace tra il Nord arabo e islamizzato e il Sud africano e cristiano-animista. Il trattato, firmato nel gennaio 2005, concluse uno dei più lunghi conflitti africani (scoppiato nel 1983) che fece circa 2 milioni di vittime e 4 milioni di profughi costretti ad abbandonare le proprie case.
Si aggrava la crisi umanitaria nel sud del Paese
A tre mesi dalle elezioni presidenziali che si terranno ad aprile, la paura è che le violenze interetniche e la crisi umanitaria nel sud del Paese continuino a mietere vittime. Nel 2009, ha ribadito Lise Grande, coordinatrice dell’Onu per le questioni umanitarie di stanza in Sudan, circa il 40% della popolazione della regione era a rischio. Gli scontri intertribali hanno provocato 2.500 morti, incluse donne e bambini, e 350mila sfollati.
«La nostra preoccupazione – dice Maya Mailer di Oxfam International – è che le violenze possano aumentare in occasione delle elezioni presidenziali e del referendum per l’autodeterminazione del sud Sudan del 2011». Questa consultazione potrebbe dare l’autonomia alla regione meridionale, ricca di risorse petrolifere di cui le potenze straniere, Cina in particolare, sono ghiotte.
Anche l’ambasciatore sudanese a Londra, Omar Muhammad Siddiq, ha confermato che nel sud del Paese la situazione si sta deteriorando, con diverse comunità armate l’una contro l’altra in una corsa ad accaparrarsi le risorse disponibili. Nel rapporto “Facing up to reality: health crisis deepens as violence escalates in southern Sudan”, Medici senza frontiere chiede alla comunità internazionale di intervenire nella regione con maggiori fondi per l’aggravarsi dell’emergenza umanitaria.
Scalettari: «Tante risorse naturali ma estrema povertà sociale»
«La situazione in sud Sudan è abbastanza critica», racconta l’inviato speciale in Africa di Famiglia Cristiana, Luciano Scalettari, sottolineando il dato diffuso a fine 2009 dalle organizzazioni non governative Oxfam International e Save the children. A preoccupare la comunità internazionale sono le crescenti violenze interetniche nella regione, che potrebbero vanificare l’accordo di pace siglato tra governo centrale e il sud del Paese nel gennaio 2005.
«C’è chi sostiene che, almeno in parte, queste violenze siano dovute anche a un lavoro sotterraneo da parte del nord Sudan», spiega Scalettari. «È un vecchio sistema già utilizzato», continua riferendosi alla decisione del presidente Hassan El Bashir di armare in passato gruppi di ribelli dove non c’era la volontà politica di intervenire. Non è un caso, allora, se l’ultimo di questi scontri è avvenuto in una zona ricca di petrolio. «C’è una ricchezza di risorse naturali in termini di petrolio ma un’estrema povertà sociale nel sud Sudan – evidenzia Scalettari – perché, dopo aver patito i 20 anni di guerra con il nord, la regione ne è uscita con sistemi sanitari, scolastici e infrastrutture del tutto azzerate».
Con un occhio alle elezioni presidenziali del prossimo aprile si comincia a parlare di pace a rischio. Secondo il giornalista, «è facile, di fronte ad un appuntamento che può cambiare in maniera radicale gli equilibri politici e di potere di un Paese, che si ricada di nuovo in guerra». Anche il referendum previsto per il 2011, che probabilmente vedrà una vittoria dei sì all’autodeterminazione del sud Sudan, potrebbe destabilizzare ulteriormente la regione, «mettendo in moto un meccanismo di divisione che in Africa è avvenuto solo in Etiopia ed Eritrea: solo che lì c’era un accordo comune, in Sudan invece no».
A giocare un ruolo non indifferente nella stabilità politico-sociale ci sono anche le pressioni esterne di Paesi occidentali e non (come la Cina) sulle risorse naturali sudanesi, alle quali si aggiungono «le tensioni recenti con il Ciad e con l’Eritrea, con l’LRA (Lord’s Resistance Army) ugandese, in passato appoggiato dal governo di Khartoum, per non parlare degli integralisti islamici che transitano fra Somalia e Sudan».
La politica cinese nel Paese è fin troppo chiara: fare affari senza interferire sulla politica interna, sul rispetto dei diritti umani e sulla corruzione del governo centrale. Ai cinesi interessano terreni e risorse petrolifere, mentre i sudanesi vogliono infrastrutture, strade e denaro. In questo modo, ci dice Scalettari, «si fanno accordi che convengono a entrambi: questo è l’atteggiamento cinese». Basti pensare, inoltre, che «molti Paesi africani, Sudan incluso, pensano che gli accordi stipulati con i cinesi siano anche migliori rispetto a quelli con i Paesi occidentali». Guardando all’Europa, invece, si denota uno scarso interesse che di certo non favorisce un’azione comune da parte dei 27 membri dell’Ue: per esempio «Sul Sudan la Francia ha una sua politica – evidenzia Scalettari – la Gran Bretagna ne ha un’altra, gli Stati Uniti un’altra ancora, mentre l’Italia non ne ha nessuna».
Intanto in Darfur c’è stato un lieve miglioramento rispetto all’anno scorso, quando il Tribunale penale internazionale dell’Aja incriminò Hassan El Bashir per crimini di guerra e contro l’umanità. All’epoca, prima volta per un presidente in carica, fu anche emesso un mandato internazionale di arresto. Per ritorsione, il governo di Khartoum ordinò l’espulsione di decine di Ong che operavano nell’area, che poi rientrarono gradualmente. Ora le condizioni appaiono sempre più critiche per la carenza di aiuti.
Il Sudan era stato inserito nella lista degli “Stati canaglia” per aver ospitato Bin Laden all’inizio degli anni ’90, e per questo subì l’embargo da parte degli Stati Uniti. Si rischiò così che «l’esplodere della crisi del Darfur – continua l’inviato di Famiglia Cristiana - potesse far prevalere la posizione Usa, che chiedeva di riconoscere il genocidio in atto, permettendo l’intervento Onu senza l’autorizzazione del governo sudanese». Per questo, conclude Scalettari, «non credo che Khartoum abbia interesse a ritrovarsi di nuovo in una situazione simile, per esempio proteggendo realtà terroristiche, anche se il terrorismo riesce sempre ad agire in condizioni ostili da parte delle autorità».




The New Yorker

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