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mercoledì 26 gennaio 2011

Le speranze di un reporter

Per spiegare chi è Giorgio Fornoni diamo la parola a Giorgio Fornoni, che in un'intervista a Stefano Lorenzetto su Il Giornale ha detto: "Sono un viandante della vita, forse un pellegrino". Per capire ancora meglio, Chiarelettere ha da poco pubblicato un cofanetto dedicato al reporter scoperto qualche anno fa da Milena Gabanelli, un giornalista senza tesserino e amante dei viaggi alla ricerca della sofferenza che il resto del mondo dimentica troppo in fretta.

Il motto di Fornoni è uno solo: "Stare vicino all'umanità che soffre". Una filosofia di vita che si intuisce bene dal bel documentario di Gianandrea Tintori dal titolo Ai confini del mondo, ad evidenziare ancor meglio la specificità di un reporter sui generis capace di andare ovunque a scovare pezzi di umanità violata, soprattutto negli invisibili (agli occhi distratti dei media tradizionali) angoli martoriati della Terra.

Partendo da Ardesio, piccolo paese in provincia di Bergamo tra le montagne della Val Seriana, è lo stesso Giorgio Fornoni ad accompagnarci per mano nel suo mondo fatto di silenzi e riflessioni lontano dal caos delle grandi città. Ed è proprio ad Ardesio che il reporter senza confini è ritornato per fare il sindaco e per portare un pizzico del suo sogno di umanità anche nel recinto della politica. Come scrive nel libro allegato al cofanetto lo storico, nonché amico di Giorgio, Valerio Massimo Manfredi: "Fornoni è abbastanza pazzo da credere che gli ideali possano prendere corpo". Quella stessa dose (minima) di pazzia mista a coraggio che ha permesso al giornalista di battere nel corso degli anni i teatri di guerra, e di ingiustizia sociale, più pericolosi al mondo: dall'Afghanistan all'Angola in agitazione per i brogli elettorali, dal Kurdistan al Perù del traffico di cocaina, dalla Cambogia alla Liberia della guerriglia urbana, dalla Cecenia in stato d'assedio all'Eritrea in conflitto contro l'Etiopia, fino al Congo dello sfruttamento selvaggio delle preziose materie prime e alla Cina, all'Iran e agli Stati Uniti della pena di morte legalizzata.

Viaggi al termine della speranza, dove Giorgio Fornoni ha cercato di testimoniare con l'inseparabile telecamera la verità che ha origine dalla sofferenza. Una verità sulle guerre che, secondo il reporter di Ardesio, sono tutte uguali, sempre alla presenza di due nemici a contendersi il potere e la povera gente costretta a pagare il prezzo più alto. Ed è in questi scenari tragici che si inserisce alla perfezione il reportage dal volto umano di Giorgio Fornoni, al quale interessa molto di più mostrare i visi di quella sofferenza anziché perdersi in pompose analisi geopolitiche spesso fini a se stesse.

E il ritorno nella sua Ardesio diventa così un modo per ripartire alla ricerca di nuove storie non raccontate, perché "quando vedi l'uomo che soffre - ammette Fornoni - non puoi tornare a casa e dimenticare". Questo è il bello del mestiere più affascinante del mondo, il mestiere del reporter libero, sempre pronto a seguire le passioni del proprio cuore e senza mai perdere ciò che l'umanità ha di più prezioso: la speranza.

lunedì 19 luglio 2010

Democrazia fai-da-te

Certi libri servono a riannodare i fili di un discorso persosi nei meandri del chiacchiericcio di sottofondo. Quel chiacchiericcio che troppo spesso dilaga ogni giorno sui telegiornali più seguiti dagli italiani e sui quotidiani sempre più vuoti di notizie. Ad personam di Marco Travaglio, edito da Chiarelettere, è uno di quei libri, e il discorso che cerca di affrontare in quasi 600 pagine di fatti riguarda il processo di privatizzazione della democrazia ad opera della destra e sinistra italiane.

Il giornalista del Fatto quotidiano scrive che «la privatizzazione della giustizia, malattia senile e incurabile del conflitto di interessi, è il frutto avvelenato dell’incrocio delle peggiori culture impunitarie, estranee ai valori costituzionali e ai principi dello Stato liberale di diritto, che dominano la politica e l’intelligencija italiote». Travaglio ci dimostra, ripercorrendo gli anni dal 1994 al 2010, che non c’è alcuna differenza tra gli schieramenti politici e il loro approccio verso il governo della cosa pubblica: «La sola differenza fra le legislature del centrosinistra (1996-2001 e 2006-2008) e quelle del centrodestra (1994, 2001-2006, 2008-2010) è che nelle prime le leggi vengono approvate perlopiù ad personas, cioè nell’interesse di una moltitudine di imputati eccellenti, mentre nelle seconde sono ad personam, riservate in esclusiva al presidente del Consiglio e ai suoi cari coimputati».

Ma qual è stata la prima legge ad personam della storia italiana? Risale a più di un quarto di secolo fa, scrive Travaglio, precisamente al 16 ottobre 1984 quando i pretori di Torino, Pescara e Roma sequestrarono gli impianti della Fininvest di Silvio Berlusconi alla luce di una sentenza della Corte costituzionale sulla liberalizzazione delle tv private. In pratica alle emittenti commerciali fu vietato di trasmettere programmi in contemporanea su scala nazionale, regola non rispettata dall’azienda dell'attuale premier. In soccorso di Berlusconi arrivò l'omonimo decreto firmato dall’allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi per riaccendere le tv oscurate della Fininvest.

Era il 1984, oggi siamo nel 2010 e di leggi ad hoc ne sono passate non poche: leggi ad personam, contra personam (come quella per impedire, per una mera questione anagrafica, a Gian Carlo Caselli di diventare procuratore nazionale antimafia), ad mafiam, ad aziendam, ad castam, contra Iustitiam e ad personas. Insomma sembra proprio esserci l’imbarazzo della scelta, e l’enciclopedico libro di Travaglio ci aiuta a districarci tra gli obbrobri legislativi degli ultimi anni della (nostra) storia italiana. Per non dimenticare.