di Paolo MassaCome dice il professore ordinario di diritto del lavoro Michel Martone, "un ragazzo a 23 anni raggiunge il massimo della sua intelligenza, poi inizia a bruciare neuroni. Se a quell'età gli fai fare le fotocopie o lo lasci pascolare dentro l'università bruci tutto il suo potenziale". Luca Santarelli, capo della ricerca clinica alla Roche di Basilea, fa l'esempio degli Stati Uniti dove "chi resta a casa dopo i 18 anni è considerato un menomato mentale, e anche chi ha un'azienda di famiglia di solito se ne va al college perché non c'è niente di meglio che venire a contatto con altre persone, vivere lontano da casa, fare nuove esperienze e tornare poi nell'azienda di famiglia, arricchiti".
Così il nostro Paese si allontana sempre più da altre nazioni che puntano tutto sull'istruzione dei loro giovani, mentre da noi a fare le riforme dell'università è spesso il ministro dell'economia di turno con i suoi soliti tagli ai già esigui finanziamenti. Il 10% degli studenti in Germania ha accesso ad appartamenti messi a disposizione dalle università, in Svezia è il 17%, in Francia il 7%. Nel nostro paese solo uno studente su cinquanta vive in una residenza universitaria. Quanto alle borse di studio o ai prestiti agevolati, l'80% degli studenti italiani non riesce ad avere né le une né gli altri, contro il 4% degli olandesi e il 17% degli americani. Succede così - evidenzia l'economista Roberto Perotti - che "l'università italiana è frequentata in prevalenza dai ricchi, che si vedono finanziati i propri studi gratuiti dalle tasse di tutti, compresi i più poveri".
Un altro problema endemico del nostro Paese, ha rilevato la Commissione Europea con uno studio sulla flexicurity, è il livello di sicurezza sociale molto basso e il livello di flessibilità medio alto. Come scrivono Tito Boeri e Pietro Garibaldi nel libro Un nuovo contratto per tutti, "la flessibilità rischia di degenerare in precariato quando il passaggio da un lavoro all'altro, o meglio, da un contratto a tempo determinato a un altro, non è il risultato di una scelta personale che ha l'obiettivo di migliorarsi, di crescere professionalmente, di guadagnare di più, ma quando è invece un obbligo indotto da un mercato del lavoro rigido".



