Dall'estro creativo di Giancarlo Fontana e Giuseppe Stasi.
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giovedì 31 marzo 2011
giovedì 17 marzo 2011
Happy Birthday, Italy!
Nessuno si senta escluso...
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mercoledì 9 marzo 2011
Dentro FABER
Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo, per paura che si perda il ricordo di me, o anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile.
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martedì 8 marzo 2011
"Ogni vita, a suo modo, è un capolavoro"
Saviano parla anche della mozzarella salernitana. Bravo Roberto, e soprattutto buona fortuna!
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venerdì 25 febbraio 2011
martedì 22 febbraio 2011
lunedì 21 febbraio 2011
Bunga Bunga Baby
E la domanda nasce spontanea: quanto sarà costata questa intervista di Ruby Rubacuori rilasciata alla Bild tedesca?
p.s. Grazie al blog Nomfup per la segnalazione.
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martedì 8 febbraio 2011
The Italian Job
Fabrizio Corona avrebbe dichiarato che la Camorra sta cercando di vendere alcune foto compromettenti di Silvio Berlusconi durante i cosiddetti Bunga Bunga party. Ne parla il Daily Telegraph.
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lunedì 31 gennaio 2011
Italia, non un Paese per giovani?
di Paolo MassaIl titolo e il sottotitolo del bel libro di Marco Iezzi e Tonia Mastrobuoni edito da Editori Laterza ci dice (quasi) tutto sullo stato della gioventù italiana di inizio millennio. Gioventù sprecata - Perché in Italia si fatica a diventare grandi ci spiega per filo e per segno, soprattutto grazie a statistiche puntuali, come stiamo gettando al vento il futuro di giovani di belle speranze sempre più impantanati in un presente fatto di frustrazioni sia all'università che sul (primo) posto di lavoro.
Come dice il professore ordinario di diritto del lavoro Michel Martone, "un ragazzo a 23 anni raggiunge il massimo della sua intelligenza, poi inizia a bruciare neuroni. Se a quell'età gli fai fare le fotocopie o lo lasci pascolare dentro l'università bruci tutto il suo potenziale". Luca Santarelli, capo della ricerca clinica alla Roche di Basilea, fa l'esempio degli Stati Uniti dove "chi resta a casa dopo i 18 anni è considerato un menomato mentale, e anche chi ha un'azienda di famiglia di solito se ne va al college perché non c'è niente di meglio che venire a contatto con altre persone, vivere lontano da casa, fare nuove esperienze e tornare poi nell'azienda di famiglia, arricchiti".
Così il nostro Paese si allontana sempre più da altre nazioni che puntano tutto sull'istruzione dei loro giovani, mentre da noi a fare le riforme dell'università è spesso il ministro dell'economia di turno con i suoi soliti tagli ai già esigui finanziamenti. Il 10% degli studenti in Germania ha accesso ad appartamenti messi a disposizione dalle università, in Svezia è il 17%, in Francia il 7%. Nel nostro paese solo uno studente su cinquanta vive in una residenza universitaria. Quanto alle borse di studio o ai prestiti agevolati, l'80% degli studenti italiani non riesce ad avere né le une né gli altri, contro il 4% degli olandesi e il 17% degli americani. Succede così - evidenzia l'economista Roberto Perotti - che "l'università italiana è frequentata in prevalenza dai ricchi, che si vedono finanziati i propri studi gratuiti dalle tasse di tutti, compresi i più poveri".
Un altro problema endemico del nostro Paese, ha rilevato la Commissione Europea con uno studio sulla flexicurity, è il livello di sicurezza sociale molto basso e il livello di flessibilità medio alto. Come scrivono Tito Boeri e Pietro Garibaldi nel libro Un nuovo contratto per tutti, "la flessibilità rischia di degenerare in precariato quando il passaggio da un lavoro all'altro, o meglio, da un contratto a tempo determinato a un altro, non è il risultato di una scelta personale che ha l'obiettivo di migliorarsi, di crescere professionalmente, di guadagnare di più, ma quando è invece un obbligo indotto da un mercato del lavoro rigido".
Come dice il professore ordinario di diritto del lavoro Michel Martone, "un ragazzo a 23 anni raggiunge il massimo della sua intelligenza, poi inizia a bruciare neuroni. Se a quell'età gli fai fare le fotocopie o lo lasci pascolare dentro l'università bruci tutto il suo potenziale". Luca Santarelli, capo della ricerca clinica alla Roche di Basilea, fa l'esempio degli Stati Uniti dove "chi resta a casa dopo i 18 anni è considerato un menomato mentale, e anche chi ha un'azienda di famiglia di solito se ne va al college perché non c'è niente di meglio che venire a contatto con altre persone, vivere lontano da casa, fare nuove esperienze e tornare poi nell'azienda di famiglia, arricchiti".
Così il nostro Paese si allontana sempre più da altre nazioni che puntano tutto sull'istruzione dei loro giovani, mentre da noi a fare le riforme dell'università è spesso il ministro dell'economia di turno con i suoi soliti tagli ai già esigui finanziamenti. Il 10% degli studenti in Germania ha accesso ad appartamenti messi a disposizione dalle università, in Svezia è il 17%, in Francia il 7%. Nel nostro paese solo uno studente su cinquanta vive in una residenza universitaria. Quanto alle borse di studio o ai prestiti agevolati, l'80% degli studenti italiani non riesce ad avere né le une né gli altri, contro il 4% degli olandesi e il 17% degli americani. Succede così - evidenzia l'economista Roberto Perotti - che "l'università italiana è frequentata in prevalenza dai ricchi, che si vedono finanziati i propri studi gratuiti dalle tasse di tutti, compresi i più poveri".
Un altro problema endemico del nostro Paese, ha rilevato la Commissione Europea con uno studio sulla flexicurity, è il livello di sicurezza sociale molto basso e il livello di flessibilità medio alto. Come scrivono Tito Boeri e Pietro Garibaldi nel libro Un nuovo contratto per tutti, "la flessibilità rischia di degenerare in precariato quando il passaggio da un lavoro all'altro, o meglio, da un contratto a tempo determinato a un altro, non è il risultato di una scelta personale che ha l'obiettivo di migliorarsi, di crescere professionalmente, di guadagnare di più, ma quando è invece un obbligo indotto da un mercato del lavoro rigido".
Accade così, soprattutto in Italia a corto di adeguati ammortizzatori sociali, che la maggior parte dei giovani - in cerca del primo impiego o di passaggio da un contratto all'altro - non percepisce alcun aiuto da parte dello Stato, a differenza del lavoratore a tempo indeterminato tutelato invece dalla liquidazione e dall'assegno di disoccupazione o dalla cassa integrazione. Non è più accettabile - scrivono Iezzi e Tornabuoni - che "a parità di mansioni il collaboratore parasubordinato e il lavoratore a termine guadagnano meno di quello assunto a tempo indeterminato".
In una bellissima scena dell'ultimo film di David Fincher, The Social Network, il presidente di Harvard Larry Summers dice a due suoi studenti: "Qui i laureati pensano che sia meglio inventarsi un lavoro che trovarne uno". Parole sante: peccato che in Italia, come evidenzia nel libro il presidente dei giovani di Confcommercio Paolo Galimberti, "le banche preferiscono finanziare le garanzie, non le idee". Paese che vai, usanze che trovi.
venerdì 28 gennaio 2011
If It Were My Home
E se non fossimo nati in Italia come ce la saremmo passata? Basta andare su IfItWereMyHome e scegliere qualsiasi altra nazione al mondo per scoprirlo.sabato 22 gennaio 2011
domenica 16 gennaio 2011
Almost Italy
Secondo l'Economist, il Pil della California è (quasi) pari a quello dell'Italia. Chapeu!
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martedì 4 gennaio 2011
Eternamente indietro
Ecco un buon motivo per non tornarci più in quella città caotica, invivibile e così indietro rispetto ad altre metropoli d'Europa chiamata Roma: ora tutti i turisti non residenti (italiani e non) dovranno pagare addirittura una tassa compresa tra 1 e 4 euro per poter pernottare in qualsiasi albergo o per visitare un museo. Ma fatemi il piacere!giovedì 30 dicembre 2010
W l'Italia
Basta che ci guardiamo intorno per scorgere un panorama sconfortante: abbiamo un sistema d'istruzione dal rendimento assai basso; una burocrazia sia centrale che locale pletorica e inefficientissima; una giustizia tardigrada e approssimativa; una delinquenza organizzata che altrove non ha eguali; le nostre grandi città, con le periferie tra le più brutte del mondo, sono largamente invivibili e quasi sempre prive di trasporti urbani moderni (metropolitane); la rete stradale e autostradale è largamente inadeguata e quella ferroviaria, appena ci si allontana dall'Alta velocità, è da Terzo mondo; la rete degli acquedotti è un colabrodo; il nostro paesaggio è sconvolto da frane e alluvioni rovinose ad ogni pioggia intensa, mentre musei, siti archeologici e biblioteche versano in condizioni semplicemente penose.
Per finire, tutto ciò che è pubblico, dai concorsi agli appalti, è preda di una corruzione capillare e indomabile. C'è poi la nostra condizione economica: abbiamo contemporaneamente le tasse e l'evasione fiscale fra le più alte d'Europa, mentre gli operai italiani ricevono salari ben più bassi della media dell'area-euro; il nostro sistema pensionistico è fra i più costosi d'Europa malgrado le numerose riforme già fatte e siamo strangolati da un debito pubblico il pagamento dei cui interessi c'impedisce d'intraprendere qualunque politica di sviluppo.
Ancora: nessuno dall'estero viene a fare nuovi investimenti in Italia, ma gruppi stranieri mettono gli occhi (e sempre più spesso le mani) su quanto resta di meglio del nostro apparato economico-produttivo; nel frattempo il processo di deindustrializzazione non si arresta e la disoccupazione, specie giovanile, resta assai alta.
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martedì 21 dicembre 2010
lunedì 20 dicembre 2010
L'effetto Wimbledon
Tra le cose di cui gli inglesi vanno fieri vi è il loro torneo di tennis. Nessun grande giocatore l’ha mai snobbato; il lungo elenco di chi l’ha vinto coincide con quello dei grandi dell’intera era del tennis. Ma che cos’ha Wimbledon di veramente inglese? Solo il luogo, e una parte dell’esiguo pubblico fisicamente presente, mentre centinaia di milioni lo seguono alla televisione da tutto il pianeta. Il Club di Wimbledon punta a organizzare il miglior torneo del mondo e tutto volge a questo fine: eccellenza di giocatori, arbitri, prato, raccattapalle, comportamento del pubblico.
(...)
Certo i britannici esulterebbero se a Wimbledon vincesse di nuovo un inglese, dopo decenni; ed esulterebbero i produttori britannici di racchette (se ve ne fossero) se tutti i partecipanti al torneo usassero solo racchette made in England. Ma qualora il Club o il governo britannico manovrassero a tali fini premi d’ingaggio ai giocatori, scelta degli arbitri, sorteggio dei turni, tifo del pubblico, il torneo scomparirebbe dal calendario dei veri campioni, dai programmi televisivi e dai bilanci pubblicitari. Una perdita netta per la Gran Bretagna. Così è accaduto per altri tornei, anche italiani.
(...)
Certo i britannici esulterebbero se a Wimbledon vincesse di nuovo un inglese, dopo decenni; ed esulterebbero i produttori britannici di racchette (se ve ne fossero) se tutti i partecipanti al torneo usassero solo racchette made in England. Ma qualora il Club o il governo britannico manovrassero a tali fini premi d’ingaggio ai giocatori, scelta degli arbitri, sorteggio dei turni, tifo del pubblico, il torneo scomparirebbe dal calendario dei veri campioni, dai programmi televisivi e dai bilanci pubblicitari. Una perdita netta per la Gran Bretagna. Così è accaduto per altri tornei, anche italiani.
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mercoledì 15 dicembre 2010
martedì 30 novembre 2010
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