giovedì 18 dicembre 2008

Mi ha letto nel pensiero...

Sfogliando la rassegna stampa del giorno, mi imbatto in questo illuminante articolo di Lucia Annunziata su La Stampa, a proposito del ruolo che Di Pietro sta giocando nell'affondare pian piano le residue forze elettorali del Partito democratico. Inizia così, il pezzo: "E se fosse proprio Di Pietro il leader che gli elettori del Pd vorrebbero?". Una provocazione - è vero - ma di quelle che fanno pensare parecchio.

Person of the Year 2008

Quale parità tra uomo e donna?

Condivido in pieno quello che scrive Christian Rocca a proposito dell'equiparazione dell'eta pensionabile tra uomo e donna. La vera parità, come dice appunto il giornalista del Foglio, è questa: "...credo sia giusto che le donne abbiano diritto a un risarcimento alla fine della loro carriera lavorativa, non perché vittime della cultura maschilista eccetera, ma perché generalmente a un certo punto fanno figli e, a differenza degli uomini, se ne occupano e li crescono, rinunciando temporaneamente alla carriera. E prima di fare i figli, proprio perché potrebbero farli, tendono a fare meno carriera rispetto ai maschi che ora non hanno nemmeno l’impedimento del militare obbligatorio. Mi pare quindi giusto ricompensarle a fine carriera di quei tre o quattro anni dedicati a gravidanza e figli. Questa è la vera parità. Semmai alzerei l’età pensionabile a tutti, ma questa è un’altra cosa". D'accordissimo!

martedì 16 dicembre 2008

A Faber, dall'altra parte del vento

Esce, a 10 anni dalla morte di Fabrizio De Andrè, il cofanetto (con tre inediti) "Effedia - Sulla mia cattiva strada ". C'è anche il dvd dell'omonimo documentario di Teresa Marchetti, che ho avuto la fortuna di vedere in anteprima allo scorso Festival Internazionale del Film di Roma. A due lustri dalla scomparsa di Faber, però, vorrei ricordare anche il meraviglioso omaggio di Massimo Bubola - con l'album Dall'altra parte del vento - che potete ascoltare nel video.

Questa non la sapevo...

L'avevate sentita questa barzelletta su Dick Cheney, anche se sembra sbeffeggiare di più George W. Bush? “Mr. Cheney, com’è la vita da numero 2? Non so, chiedete a Bush”. Ne parla Christian Rocca, giornalista del Foglio, sul suo blog.

A proposito di W...

Una sola considerazione sull'amara visita in Iraq di Bush (l'ultima del suo mandato presidenziale): ha proprio dei riflessi da felino il nostro caro W. Guardate un po' qui. E' riuscito a schivare ben due scarpe lanciategli da un infuriato giornalista iracheno, che ora rischia sette anni di carcere, durante una conferenza stampa a Bagdad. E' la democrazia, bellezza!

lunedì 15 dicembre 2008

Che mondo sarebbe se...

Cosa vorrebbero trovare sotto l'albero di Natale gli italiani? Un libro, ci dicono i dati di un'indagine Findomestic, che va così a cozzare contro l'allergia ai libri tipica del nostro Paese, che ha un mercato della lettura inferiore di ben 15-30 punti rispetto a quello francese e spagnolo. Allora mi chiedo, in questi giorni natalizi: ma che mondo sarebbe se ognuno di noi regalasse ai propri cari soltanto un libro? Sarebbe un mondo diverso e più tollerante? Forse è solo una mia illusione, chissà...

Avanti il prossimo (camorrista)

Leggete questo "delizioso" (e a tratti disturbante) Dialogo semiserio fra un PM e un camorrista pubblicato sul blog collettivo Nazione Indiana. C'è molto da imparare per chi non l'avesse già fatto, e c'è anche molto da ricordare per chi invece avesse solo dimenticato a causa dei sempre più frequenti momenti di "amnesia" nazionale.

Saviano in Svezia tra i fantasmi del Nobel

"La differenza fra me e Rushdie è questa: lui condannato da un regime che non tollera alcuna espressione contraria alla sua ideologia; mentre laddove la censura non esiste ciò che ne prende le veci è la disattenzione, l'indifferenza, il rumore di fondo del fiume di informazioni che scorrono senza avere capacità di incidere". Lo scrive Roberto Saviano su La Repubblica ricordando ai propri lettori cosa si prova a parlare nella culla che, in passato, ha premiato grandi scrittori con l'ambito premio Nobel. Con lui c'era anche Salman Rushdie, che gli ha confidato: "Continua ad avere fiducia nella parola, oltre ogni condanna, oltre ogni accusa. Ti daranno la colpa di essere sopravvissuto e non morto come dovevi. Fregatene. Vivi e scrivi. Le parole vincono". Grazie Roberto, grazie Salman.

giovedì 4 dicembre 2008

For Pakistan's sake

Thomas Friedman ci ricorda, dalle colonne del New York Times, cosa accadde subito dopo la pubblicazione in Danimarca di alcune vignette satiriche su Maometto: grandi proteste in tutto il mondo musulmano, compreso il Pakistan. Si chiede allora Friedman: "Chi nel mondo musulmano, e in Pakistan, è pronto ora a scendere in piazza contro l'assassinio in massa di persone vere, e non di disegni, nella vicina Mumbai?". "Sto ancora sperando", prosegue l'editorialista americano, "in una grande dimostrazione della popolazione pakistana contro gli attacchi a Mumbai, nè per me nè per l'India, ma per il bene del Pakistan stesso". "Questo tipo di violenza omicida", conclude Friedman, "potrà finire solo quando tutto il Paese - le brave persone in Pakistan, compresa la comunità dei più anziani e dei leader spirituali che desiderano un futuro migliore per la loro nazione - dichiarerà, in quanto collettività, che coloro si macchiano di tali assassinii sono vergognosi miscredenti che non danzeranno insieme alle vergini in Paradiso ma bruceranno all'inferno". Parole sante!

di Thomas L. Friedman (The New York Times)

On Feb. 6, 2006, three Pakistanis died in Peshawar and Lahore during violent street protests against Danish cartoons that had satirized the Prophet Muhammad. More such mass protests followed weeks later. When Pakistanis and other Muslims are willing to take to the streets, even suffer death, to protest an insulting cartoon published in Denmark, is it fair to ask: Who in the Muslim world, who in Pakistan, is ready to take to the streets to protest the mass murders of real people, not cartoon characters, right next door in Mumbai? (...)
I am still hoping — just once — for that mass demonstration of “ordinary people” against the Mumbai bombers, not for my sake, not for India’s sake, but for Pakistan’s sake. (...)
We know from the Danish cartoons affair that Pakistanis and other Muslims know how to mobilize quickly to express their heartfelt feelings, not just as individuals, but as a powerful collective. That is what is needed here. Because, I repeat, this kind of murderous violence only stops when the village — all the good people in Pakistan, including the community elders and spiritual leaders who want a decent future for their country — declares, as a collective, that those who carry out such murders are shameful unbelievers who will not dance with virgins in heaven but burn in hell. And they do it with the same vehemence with which they denounce Danish cartoons.

venerdì 28 novembre 2008

Bombs and bullets cannot destroy India

Sparare addosso agli indiani musulmani sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. Troppo semplice e sbrigativo pur di non fermarsi a pensare ad una spiegazione plausibile e ragionata dei tragici eventi letteralmente esplosi in quel di Mumbai, in India. E come ha scritto dalle colonne del Guardian Shashi Tharoor, "le bombe e le pallottole non possono distruggere l'India, ma ciò che può distruggerla è un cambiamento nello spirito della sua gente, volto al pluralismo e alla coesistenza che restano il nostro punto di forza". Vero, verissimo, quant'è vero che "se questi tragici eventi porteranno alla demonizzazione dei musulmani dell'India", conclude Tharoor, allora sì che "i terroristi avranno vinto". Che la democrazia indiana si apra ancor di più al mondo, e non viceversa, è la nostra speranza affinchè l'ideologia distruttiva dei terroristi possa essere prima o poi sconfitta.

di Shashi Tharoor (The Guardian)

In its meticulous planning and military precision, the assault on Mumbai bore no trace of what its promoters tried to suggest it was - a spontaneous eruption by angry young Indian Muslims. This horror was not homegrown. (…) Bombs and bullets alone cannot destroy it. (…) But what can destroy India is a change in the spirit of its people, away from the pluralism and coexistence that has been our greatest strength. (…) If these tragic events lead to the demonisation of the Muslims of India, the terrorists will have won. For India to be India, its gateway - to the multiple Indias within, and the heaving seas without - must always remain open.

lunedì 24 novembre 2008

A Case for Change

Al The Economist non è sfuggito il bel film italiano diretto da Paolo Virzì, "Tutta la vita davanti". Non a caso ne ha fatto cenno in un articolo pubblicato in merito alle proteste studentesche contro la riforma dell'università del ministro Gelmini, sottolineando (giustamente) il fatto che l'età di pensionamento per i professori è di ben 72 anni, mentre la Gelmini ne ha proposto l'abbassamento (solo) a 70 anni. Un piccolo passo, dice l'Economist, verso un insieme di altre riforme da apportare "a uno dei settori più corrotti in Italia". Avete capito bene, "most corrupt".
“TUTTA LA VITA DAVANTI” (“Your Whole Life Ahead”), a recent Italian movie, opens with the voice of a young woman defending her thesis. The camera dwells on one wrinkled visage after another, until it becomes clear that the entire examining board is made up of octogenarians—and a chuckle of cynical recognition runs through the cinema audience. The retirement age for Italian university teachers is 72. Mariastella Gelmini, education minister in Silvio Berlusconi’s right-wing government, plans to reduce it, though only to 70. And this is just one of a host of reforms she is seeking to make to one of the worst managed, worst performing and most corrupt sectors in Italy.

domenica 23 novembre 2008

Obama and the Myth of the Black Messiah

Se davvero sono le persone a creare le condizioni per la presenza di un (nuovo) leader sul palcoscenico della politica, allora per l’Italia – impossibilitata ad averne uno altrettanto nuovo come Barack Obama negli Stati Uniti – non c’è altro da incolpare che il popolo italiano stesso. Se non cambieremo noi tutti, e il nostro modo di partecipare alla formazione di un’autentica opinione pubblica, non cambieranno neanche i nostri pseudo-rappresentanti in Parlamento. Amara verità con cui dovremo, prima o poi, fare i conti.

by Ta-Nehisi Coates (Time)
The truth is that the people create the conditions for the leader, not the other way around. Obama isn't bringing moral values to the black community; he's responding to the community's own innate, quasi-conservative embrace of those values. Thus the question of what Obama has to teach black people is exactly backward. The real question is what black people, through Barack Obama, have to show America and the world.

Waiting for "The Wrestler"

Un grande Mickey Rourke ritornato alla ribalta delle scene cinematografiche con questa sua straordinaria interpretazione, e un altrettanto intenso Bruce Springsteen che ha firmato la colonna sonora dell'atteso film The Wrestler. Guardate (e ascoltate) il trailer...

sabato 22 novembre 2008

IL FILM - Changeling

di Paolo Massa
Clint Eastwood è un vero maestro della Settima Arte. E con questo suo ultimo film, “Changeling”, lo dimostra ancora una volta pur non ripetendo il miracolo che gli riuscì con altre due splendide pellicole, “Mystic River” e “Million Dollar Baby”. Non convince a pieno, infatti, l’eccessiva spinta melodrammatica del finale, a tratti un po’ troppo dilatato nel tempo e ridondante. Ma la semplicità disarmante con la quale il regista americano riesce ogni volta ad essere classico e moderno al tempo stesso non manca mai di stupirci.
In questa sua ultima fatica dietro la macchina da presa è sempre la regia a mostrarci l’armonia classica grazie alla quale Eastwood sa trasmetterci il senso profondo di un’epoca (in questo caso l’America degli anni 20, poco prima della Grande Depressione), di un luogo, di un personaggio e quindi di una storia, che non si ferma mai ad una semplice ricostruzione dei fatti, immancabilmente tesa a riflettere anche sul nostro presente.
La storia (vera) che vede come protagonista una splendida Angelina Jolie (nei panni di Christine Collins) è ambientata in una apparentemente tranquilla Los Angeles del 1928, dove madre e figlio vivono la loro vita. Ben presto, però, un evento inatteso – la scomparsa del piccolo Walter Collins – farà piombare la povera madre in una disperazione senza appello, accentuata dalla condotta a dir poco scorretta del dipartimento di polizia di Los Angeles che pretenderà a tutti i costi di affidare alla signora Collins un bambino ritrovato spacciandolo deliberatamente per suo figlio.
La donna, confusa per lo shock di aver forse riavuto indietro l’amato Walter, crede alla versione della polizia pur essendo convinta (almeno all’inizio) che quel bambino non sia il suo bambino. Ma ormai sono trascorsi diversi mesi dalla scomparsa, e il ragazzino può anche aver subito qualche cambiamento. Dopo qualche giorno però la madre non ha più dubbi, quello di sicuro non è il suo Walter, e nel vano tentativo di dimostrarlo agli agenti di polizia finisce per essere presa per pazza e sbattuta illegalmente in un manicomio. Fortunatamente entra in gioco il pastore della comunità (un superbo John Malkovich) che approfitta della vicenda di Christine Collins per aiutarla ma anche per saldare i conti, una volta per tutte, con il corrotto e violento Los Angeles Police Department, denunciandone le malefatte dai microfoni della sua radio.
La pellicola ci mostra così, sequenza dopo sequenza, la discesa agli inferi di una donna che in nome di un sacrosanto diritto – pretendere che le indagini del figlio continuino – non perde mai quella speranza cui lo spettatore invece sembra non credere più. Ma la forza d’animo dell’eroina di Clint Eastwood (come per la pugile dell’insuperato “Million Dollar Baby”) diviene il simbolo tangibile di una resistenza che qualsiasi uomo (compresa una donna, e forse anche di più) può sbattere in faccia a quelle istituzioni (oggi come ieri) che non sempre lavorano al fianco del cittadino, cercando anzi di calpestarlo impunemente. E il volto segnato dal dolore e dalla speranza di un’agguerrita Angelina Jolie sta lì a dimostrarlo con tutta la sua forza dopo ben 80 anni dai fatti narrati.