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giovedì 17 giugno 2010

La nostra vita, di Daniele Luchetti

«Chissà dove sei, anima fragile», canta Claudio pensando alla moglie Elena, morta dopo aver dato alla luce Vasco, il loro terzo figlio. I due giovani genitori (Elio Germano e Isabella Ragonese) - innamoratisi sulle note della canzone Anima fragile di Vasco Rossi - si vogliono bene come quando erano fidanzatini alle prime armi. Se possono, figli permettendo, cercano ancora l'occasione giusta per amarsi appassionatamente. La macchina a mano diretta da Daniele Luchetti nel suo ultimo film La nostra vita, presentato in concorso al 63esimo Festival di Cannes, li segue da vicino in un corpo a corpo che cerca di catturarne respiri e speranze.

Rimasto (quasi) da solo ad accudire tre bambini piccoli, grazie all'aiuto del fratello Piero (Raoul Bova) e della sorella Loredana (Stefania Montorsi) Claudio riesce a concentrarsi sul lavoro da operaio edile nel tentativo di fare il salto di qualità alla ricerca del suo primo subappalto, rigorosamente in nero. Quando viene a sapere della morte di un guardiano rumeno per un incidente sul cantiere, decide di ricattare il collega Porcari (Giorgio Colangeli): in cambio del suo silenzio, Claudio vuole in affidamento un palazzo tutto per lui. Ma la vita nell'edilizia è dura: tra prestiti, pagamenti e tempi di consegne, non si può sgarrare di una virgola.

Ambientata nella Roma delle periferie, una città in continua trasformazione fisica e sociale, la storia - scritta da Sandro Petraglia, Stefano Rulli e Daniele Luchetti - ci parla di un'Italia avida di soldi e potere, ma anche legata ai valori della famiglia. Spesso gli stranieri appaiono più umani degli italiani, in un Paese dove si rischia un razzismo al contrario, come dice Celeste (Awa Ly), la ragazza di Ari (Luca Zingaretti), il pusher in carrozzina vicino di casa di Claudio. Quella dei clandestini sfruttati dal padrone italiano, è una rivolta silenziosa che rischia di esplodere da un momento all'altro come succede sul cantiere a Claudio (indietro di mesi sui pagamenti agli operai).

La pellicola di Luchetti - pur rischiando a volte di essere sopra le righe (vedi la sequenza del funerale di Elena) - coinvolge in parte lo spettatore grazie alle buone interpretazioni degli attori: da ricordare Elio Germano e Isabella Ragonese su tutti, credibili nel ruolo di una coppia alle prese con le difficoltà quotidiane. Resta però l'amaro in bocca per un film che avrebbe potuto distaccarsi da una visione eccessivamente didascalica della vita (i personaggi sembrano a volte ricalcare più dei luoghi comuni che delle persone reali) e da quel pizzico di politicamente corretto che contribuisce a rappresentare gli stranieri come i veri moralizzatori di un'Italia alla ricerca della coscienza perduta. Chi è innocente scagli la prima pietra.

I gatti persiani, di Bahman Ghobadi

A cosa serve la musica? A Negar e ad Ashkan, due giovani fidanzati iraniani con la passione per l’indie rock, servirà a partire per l’Europa, destinazione Londra, con il sogno di potersi esibire davanti a un pubblico pronto ad applaudirli. In Iran sarebbe praticamente impossibile visto che la musica occidentale è legalmente bandita. I due attori (Negar Shaghaghi e Ashkan Koshanejad) – che interpretano loro stessi nel film I gatti persiani diretto dal regista iraniano Bahman Ghobadi – chiedono aiuto a Nader (Hamed Behdad), un giovane tuttofare che cercherà di procurargli dei passaporti falsi, e intanto gli farà anche un po’ da manager.

Negar e Ashkan fanno coppia fissa, lei alla voce e lui alle tastiere, nel tentativo di formare nel più breve tempo possibile un gruppetto per l’esibizione a Londra. Ma tutto gli remerà contro: anche solo per fare le prove, infatti, i ragazzi sono costretti a nascondersi ai controlli della polizia, in una stalla oppure in uno scantinato, per evitare di essere scoperti e quindi arrestati. Basta sgarrare nei testi delle proprie canzoni per assicurarsi ben tre anni di carcere: questa è la prassi a Teheran.

Il regista entra in punta di piedi nelle vicende di Negar e Ashkan per testimoniare la realtà della musica underground di stanza in Iran. Qui senza autorizzazioni non potresti girare nemmeno un fotogramma, ma Ghobadi ci è riuscito in sole tre settimane, con una piccola troupe, una sceneggiatura non ben definita e due arresti alle spalle che han fatto perdere due giorni di lavoro. Il film, a metà strada tra documentario e opera di finzione, mostra chiaramente le difficoltà fisiche e morali che i due giovani subiscono per poter suonare la loro musica.

La colonna sonora impreziosisce le immagini di una Teheran tanto bella quanto crudele verso la propria gioventù costretta a vivere in patria come gatti persiani: rinchiusi in casa, senza libertà e in cerca di un nascondiglio dove poter ancora una volta dare ritmo ai propri sogni. A cosa serve la musica, allora? A sentirsi giovani in un paese senza futuro.

mercoledì 19 maggio 2010

Departures, di Yojiro Takita

Quando il sogno di un uomo si infrange, l’unica soluzione è di ritornare sui propri passi e rivedere le aspettative di un tempo da un’angolazione diversa. È quello che cerca di fare Daigo Kobayashi (Masahiro Motoki), il protagonista dell’intenso film Departures diretto dal regista giapponese Yojiro Takita, premiato agli Oscar 2009 come miglior film straniero.

Daigo ha un sogno: fare carriera come violoncellista. La sua orchestra, però, non se la passa troppo bene, il pubblico pagante scarseggia ai concerti e il proprietario è costretto a scioglierla. Come potrà guadagnarsi da vivere, Daigo, senza più il suo violoncello? Difatti sarà costretto a venderlo non potendo più pagarne le rate. Con la fidanzata Mika (Ryoko Hirosue) decide di trasferirsi dalla grande e frenetica Tokyo al paesino natio (Yamagata), dove il giovane di belle speranze (ormai quasi tutte tradite) troverà un impiego a dir poco inaspettato, in qualità di ‘nokanshi’.

Tecnicamente, i ‘nokanshi’ son coloro che preparano con cura i corpi dei defunti prima di riporli nelle bare. Daigo non trova il coraggio di confessare all’amata Mika di cosa si tratti questo suo nuovo lavoro, tra l’altro pure ben retribuito. In paese non gira una bella voce su questi ‘portatori di morte’ che sembrano lucrare sulle disgrazie altrui. In realtà, e qui sta il maggior punto di forza della pellicola, il regista ci mostra la grazia con la quale Daigo comincerà a trattare quei corpi inerti ma paradossalmente ancora pieni della vita trasmessa dai parenti in lacrime.

Dinanzi a una bellissima suicida che si rivelerà poi essere un ragazzo vestito da donna, o a un’adolescente morta in un incidente stradale oppure a una nonna tanto amata dalle nipotine che si offrono di metterle per l’ultima volta i suoi calzini preferiti, il giovane ‘nokanshi’ imparerà ben presto a fare i conti con la morte. Non manca l’ironia nello sguardo del regista giapponese, capace anche di farci sorridere in situazioni cosi tragiche nel tentativo di trovare fino all’ultimo qualche sprazzo di vita inesauribile.

È possibile conservare la bellezza in eterno? Questa è la domanda che fa da sfondo alla storia di Daigo, giovane musicista che troverà dove non si sarebbe aspettato la pace dei sensi mai avuta da bambino. Alla fine – e qui il film sembra peccare un po’ di sentimentalismo – potrà anche fare i conti con il suo passato, e con un padre che solo dopo tanti anni si rivelerà per quello che davvero è stato. Sarà ormai troppo tardi per rimediare agli sbagli del tempo?


Saw VI, di Kevin Greutert

E siamo a quota sei, in attesa del settimo capitolo della serie. Stiamo parlando di Saw VI, sesto tassello della saga horror inaugurata nel 2004 con oltre 550 milioni di dollari raccolti al botteghino grazie ai primi quattro episodi e vendite in dvd che hanno superato le 24 milioni di unità. Il film diretto dallo storico montatore della serie, Kevin Greutert, inizia con il solito, barbaro gioco del live or die, vivi o muori. L'agente speciale Strahm (Scott Patterson) è morto mentre il detective Hoffman (Costas Mandylor) è diventato l'erede dell'Enigmista (Tobin Bell). Quando l'FBI si avvicina troppo a Hoffman, lui decide di dare avvio al suo gioco della morte.

Ancora una volta ci si chiede quale senso può rivestire la violenza nel racconto cinematografico, soprattutto quando appare fine a se stessa, volta unicamente a stordire i sensi dello spettatore, costringendolo a chiudere gli occhi o a coprirseli per evitare lo spettacolo dell'orrore. Cosa è orrore e cosa non lo è? Perché mostrarlo fino in fondo? Prendendo spunto da due classiche saghe horror della storia del cinema, come Halloween e Nightmare, negli anni il fenomeno Saw ha mostrato senza remore le torbide macchinazioni dell'Enigmista, un malato terminale di cancro con un grande talento nell'ideazione di sanguinosi giochi di sopravvivenza: le vittime sono persone che hanno smesso di apprezzare il valore della vita e che meritano la morte.

La pellicola ha un gusto del macabro difficile da condividere, dal momento che la trama sembra essere solo una parentesi tra le numerose e agghiaccianti scene di violenza che a lungo andare inorridiscono e stancano. Forse sarà stato proprio questo senso dell'orrido ad averne decretato il successo fino alla sesta puntata? E pensare che per la settima si sta già pensando al 3D. Come a dire: l'orrore della violenza al cubo!

venerdì 14 maggio 2010

Robin Hood, di Ridley Scott

Chi è davvero Robin Hood? E come nasce la sua leggenda? A spiegarcelo è Ridley Scott nel film Robin Hood, presentato fuori concorso al Festival del cinema di Cannes 2010. Tutto finisce dove ha inizio il mito di un eroe che rubava ai ricchi per dare ai poveri. Il regista de Il Gladiatore – che ritrova di nuovo l’attore Russell Crowe, questa volta nei panni del più famoso fuorilegge di tutti i tempi – ha voluto raccontare il dietro le quinte di un uomo che da semplice arciere dell’esercito di Re Riccardo ‘Cuor di Leone’ (Danny Houston) arriva a sfidare la monarchia retta dall’inetto Principe Giovanni (Oscar Isaac).

Siamo nell’Inghilterra del XIII secolo, un paese indebolito da decenni di guerre e da un governo avido di tasse in mano a Giovanni, il fratello minore di Re Riccardo, impegnato in battaglia contro l’esercito francese. Qui ‘Cuor di Leone’, colpito da una freccia al collo, ci rimetterà le penne e la corona. Ne approfitterà proprio l’arciere Robin Longstride (Russell Crowe), che per ritornare in patria insieme alla sua banda si fingerà Sir Robert Loxley (ucciso in battaglia) con il compito di riportare a Londra la corona del defunto Re Riccardo: così nascerà Robin Loxley, meglio conosciuto come Robin Hood.

Non so dove sono nato, ma so dove sono stato”, pensa Robin ritornando in Inghilterra, con la promessa fatta a Robert Loxley, prima che morisse, di riportare la sua spada al padre Walter (Max von Sydow) nel piccolo villaggio a Nottingham. Qui incontrerà la bella e sola Lady Marion (Cate Blanchett), con la quale nascerà a poco a poco l’amore. Sulla spada di Loxley c’è una scritta: “Rise and rise again until lambs become lions” (ribellarsi e ribellarsi ancora finché gli agnelli diverranno leoni). Robin comincerà così a pensare di essere stato prescelto dal fato per combattere, al fianco del popolo oppresso, contro la corruzione della corona del Principe Giovanni, non prima però di aver sventato la minaccia del nemico francese che sta tramando alle spalle degli inglesi ad opera di Sir Godfrey (Mark Strong).

Ridley Scott ritorna sui suoi passi, quelli de Il Gladiatore, sia per la presenza di Russell Crowe che per le violente sequenze di battaglia molto coinvolgenti. Ma il suo Robin Hood non si riduce solo a questo, bensì riesce – come ha fatto Christopher Nolan per l’uomo pipistrello in Batman Begins – a decostruire una leggenda raccontandone la storia prima del mito, con ironia e la giusta dose di sensazionalismo in salsa hollywoodiana.

Un film che diverte anche grazie ad una credibile ricostruzione visiva dello scenario storico – siamo tra il 1199 e il 1215, anno della firma della Magna Carta – e alle ottime interpretazioni degli attori, su tutti Russell Crowe, Cate Blanchett e William Hurt nei panni di Guglielmo il maresciallo. La pellicola termina nella foresta di Sherwood dove finisce la storia di un uomo e inizia la leggenda di un eroe: dobbiamo aspettarci un sequel?

martedì 11 maggio 2010

L'uomo nell'ombra, di Roman Polanski

Tutti hanno votato Adam Lang (Pierce Brosnan), l’ex primo ministro britannico ora accusato di crimini di guerra per aver autorizzato la cattura illegale di sospetti terroristi poi consegnati alla Cia per essere torturati. Ormai caduto in disgrazia di fronte all’opinione pubblica mondiale, il politico – protagonista dell’ultimo film di Roman Polanski, L’uomo nell’ombra – è in procinto di pubblicare le sue memorie con l’aiuto di Mike McAra, storico assistente di Lang nonché suo ghost writer, ossia lo scrittore-ombra incaricato di redigerne la biografia.

Misteriosamente, però, McAra viene ritrovato senza vita su una spiaggia della costa orientale degli Stati Uniti, dove l’ex premier britannico si tiene a debita distanza dagli occhi famelici della stampa internazionale. Per questo viene ingaggiato, a tempo di record, un altro ghost writer (Ewan McGregor) – di cui non si saprà mai il nome – con il compito di finire la biografia di Adam Lang nell’arco di un mese, per l’invitante cifra di 250 mila dollari. Il ghost writer dovrà però trasferirsi negli Stati Uniti per andare a intervistare il suo cliente. All’inizio è titubante, venuto a conoscenza delle grane giudiziarie piombate addosso al politico britannico, ma alla fine decide di fare le valigie e partire. Sembra quasi che il libro sulla vita di Lang sia più una bomba pronta ad esplodere che una semplice biografia, seppur pagata a peso d’oro.

Una volta giunto a destinazione, lo scrittore ombra si rende conto dell’isolamento che circonda la vita da presunto criminale di guerra dell’ex primo ministro. Qui incontrerà la moglie di Lang, Ruth (Olivia Williams), con la quale nascerà un rapporto di confidenza: entrambi sembreranno due ombre al cospetto del gigante politico incriminato dalla giustizia internazionale. Pian piano, però, saranno proprio loro a distinguersi nell’evolversi della storia, svelando segreti inconfessabili e imprevedibili.

Il regista Roman Polanski, traendo spunto dal romanzo Il ghostwriter (Mondadori) di Robert Harris, ha realizzato un thriller accattivante e coinvolgente. La scelta della location dove esiliare Adam Lang ha contribuito ad accrescere il senso di impotenza del ghost writer dinanzi ai segreti impronunciabili del potere. Fino all’ultima sequenza – perfettamente riuscita – la verità non viene svelata, lasciando allo spettatore la libertà di congetturare sui misteri della vicenda.

Qualcuno ha voluto intravedere, tra le righe della storia di Robert Harris, un non troppo velato accenno alla parabola di Tony Blair (di cui Harris è stato collaboratore). Resta comunque il senso di angoscia di un film capace di rendere su pellicola l’eterno quesito che il comune cittadino si pone ogni giorno: quale oscura verità si nasconde dietro al potere della politica?

Vendicami, di Johnny To

Che senso ha la vendetta quando sei condannato a dimenticare il tuo passato? Costello, ex killer di professione con la passione per la cucina francese, arriva ad Hong Kong per vendicare la famiglia della figlia, marito e due bambini, sterminata senza pietà a colpi d’arma da fuoco. Per scoprire chi è stato, ma soprattutto chi ha ordinato l’omicidio, Costello assolda tre simpatici ma validi sicari – Kwai, Chu e Lok – per consumare la propria vendetta. Da solo non potrebbe farcela visto che un galoppante morbo di Alzheimer sta minando quel che resta della sua memoria. Che senso ha, allora, la disperata voglia di vendetta di Costello, se comunque sarà destinato a dimenticare le ragioni della sua rabbia?

Questa è la domanda che ci si pone dinanzi all’ultimo film di Johnnie To, Vendicami, storia di violenza e amicizia sullo sfondo della malavita di Hong Kong. La violenza è tutto, come anche lo stile, per Johnnie To, che sin dalle prime scene non ci risparmia sequenze ad alto tasso di sangue. Non manca poi l’ironia, soprattutto nella caratterizzazione di alcuni personaggi, quasi a voler esorcizzare il senso di morte che aleggia sulla missione di Costello & Co. Peccato, però, che a lungo andare l’azione fine a se stessa prevalga sul resto, lasciando lo spettatore in balia di sparatorie tanto eccessive quanto gratuite. Ce n’era davvero bisogno? Indimenticabile, invece, l’interpretazione (nel ruolo di Costello) di Johnny Hallyday, celebre cantante e attore francese, capace anche solo con il gelo dello sguardo di trasmettere il desiderio di vendetta che gli brucia dentro.

mercoledì 5 maggio 2010

L'uomo dal cuore di ferro

Tony Stark ha qualche serio problema di cuore. L'elettromagnete che gli hanno installato nel petto, per impedire alle schegge di una bomba di farlo morire, rischia di metterlo al tappeto. Ora tutto il mondo sa chi si nasconde dietro il suo bel viso da industriale miliardario: Tony Stark è Iron Man, protagonista ancora una volta del celebre fumetto Marvel nella sua trasposizione cinematografica diretta da Jon Favreau.

Iron Man 2, sequel del primo film di successo uscito nel 2008, inizia qualche mese dopo la confessione di Tony Stark circa la sua reale identità. Il protagonista ha intenzione di lanciare sul mercato, durante la roboante Fiera Mondiale Stark Expo che presenta una serie di innovazioni tecnologiche rivolte al bene dell'umanità, il suo costume rosso da guerra. Ormai Tony Stark e Iron Man sono due facce della stessa medaglia, l'uno non può esistere senza l'altro, e anche per questo il protagonista si rifiuta di condividere con il governo americano il segreto delle proprie tecnologie militari.

Ma nell'ombra, dalla lontana Russia, un nemico sconosciuto a Stark, un certo Ivan Vanko (interpretato da un Mickey Rourke che sembra fare un po' il verso al suo ruolo in The Wrestler) giura vendetta contro l'uomo di ferro. Una vendetta che sarà consumata durante il Gran Premio di Formula Uno a Monaco, dove Stark - alla guida della sua vettura - verrà speronato dal russo con un'arma altrettanto potente di quella di Iron Man. Inizia da qui la crisi del protagonista alla ricerca di un antidoto per evitare che il suo cuore artificiale lo abbandoni per sempre, e forse la risposta è celata proprio dietro al progetto sulla città del futuro che il padre, Howard Stark, stava realizzando poco prima di morire.

Il film indubbiamente diverte molto, riuscendo a mescolare sapientemente la giusta dose di spettacolo e ironia, pur rischiando di esagerare nella resa dei conti finale tra Stark/Iron Man e l'esercito di droni creato dal russo Vank. A tratti, nei combattimenti tra robot, sembra di vedere le mitiche scazzottate di Bud Spencer e Terence Hill proprio per la loro prevedibilità.

Niente male il resto del cast: da una splendida Gwyneth Paltrow a Don Cheadle, da una sempre burrosa (forse troppo) Scarlett Johansson a un goliardico Sam Rockwell, fino a Samuel L. Jackson. Per non parlare del protagonista assoluto, Robert Downey Jr., ormai di nuovo sulla strada della sua alba cinematografica dopo gli ultimi successi al botteghino (vedi, ad esempio, Sherlock Holmes). L'attore riesce a catalizzare su di sé tutta l'attenzione dello spettatore, affascinato dallo sguardo sbarazzino e dalla forma fisica invidiabile di un attore (quasi) di ferro. Chapeau!

martedì 4 maggio 2010

In fuga con i Foster

Il matrimonio è davvero la tomba dell'amore? Sembrerebbe così a guardare i coniugi Phil e Claire Foster (interpretati dai due attori comici Steve Carrell e Tina Fey), che una volta a settimana decidono di lasciare i loro due figli alla baby sitter e passare una serata fuori casa in memoria dei vecchi tempi quando erano giovani fidanzatini in erba.

Cosa fare per dare una svolta al loro rapporto? A Phil viene l'idea di appropriarsi di una prenotazione altrui, in un ristorante chic di Manhattan, per poter consumare una cena di lusso senza dover aspettare dei secoli: per qualche ora non saranno più i Foster, bensì il signore e la signora Tripplehorn.

Peccato, però, che i due sposini abbiano deciso di rimpiazzare la coppia sbagliata, visto che i Tripplehorn sono in realtà due giovani ladri braccati da alcuni poliziotti corrotti per aver rubato una pen-drive contenente qualcosa di molto scottante. Così Phil e Claire si troveranno da un momento all'altro, senza nemmeno aver potuto gustarsi la cena, inseguiti da questi due piedipiatti che cercheranno in tutti i modi di recuperare la pennetta dei misteri. Così ha inizio la Notte folle a Manhattan dei Foster, il titolo della commedia diretta da Shawn Levy a base di gag spassose e inseguimenti rocamboleschi per le strade notturne di New York.

Il film cerca disperatamente di divertire lo spettatore, ma a parte alcune scene il resto scivola inesorabilmente via come l'olio, lasciando l'amaro in bocca per le potenzialità che una coppia esplosiva, come quella formata da Steve Carrell e Tina Fey, avrebbe potuto aggiungere a una storia non particolarmente originale. A "impreziosire" il cast ci sono anche Mark Wahlberg nel ruolo di un palestrato con il vizio delle donne e Ray Liotta nei panni del gangster Joy Miletto: due presenze di contorno che ci fanno rimpiangere altre loro interpretazioni (vedi Liotta in Quei bravi ragazzi). E sullo sfondo della storia c'è una New York quasi evanescente, eccessivamente da cartolina, che avremmo voluto venisse valorizzata meglio.

Il profeta, di Jacques Audiard

Nascita di un boss. Quale miglior sottotitolo per il gran bel film Il profeta, diretto con mano sicura e quanto basta visionaria da Jacques Audiard? Protagonista assoluto della pellicola – vincitrice del Grand Prix al Festival di Cannes e candidata all’Oscar come miglior film straniero – è il 19enne Malik El Djebena, appena entrato in carcere con una condanna a sei anni per aver picchiato un poliziotto. Non si sa nient’altro del suo passato, forse perché non ne ha nemmeno uno degno di memoria. L’unico contatto diretto con il mondo esterno sembra essere quello con il proprio avvocato, mentre per il resto tutto gli appare estraneo facendolo sprofondare in una solitudine irrimediabile.

Dietro le sbarre la disperazione cresce, soprattutto quando verrà costretto da un boss ad uccidere senza pietà un altro detenuto. Come dire: ‘mors tua vita mea’. E Malik, dopo tante perplessità, riuscirà non senza difficoltà ad uccidere a sangue freddo il suo agnello sacrificale, guadagnandosi così la protezione all’interno del carcere. Ma il senso di colpa per aver ucciso Reyeb – questo il nome della prima vittima – lo tormenterà per il resto dei suoi giorni in prigione. Lo spettatore vedrà così il protagonista chiacchierare spesso in cella con la visione immaginaria di Reyeb, che prima di morire gli aveva dato il miglior consiglio mai ricevuto: “L’obiettivo è uscire di prigione meno coglione di quanto sei entrato”.

Malik, infatti, non sa né leggere né scrivere, e per questo deciderà di iniziare a studiare parallelamente al suo apprendistato da piccolo boss alle dipendenze di Cesar Luciani, il padrino indiscusso del carcere. Nelle dinamiche dietro le sbarre ci si mettono anche le differenze etniche, con gli arabi sempre più isolati dal resto dei detenuti. Anche Malik ha origini arabe, sebbene sin da bambino parli correntemente il francese, a rappresentare bene le nuove generazioni nate e cresciute in Francia. Ma il mondo di Malik è un mondo a parte, dove violenza e paura sono facce della stessa medaglia, dove il rispetto per l’altro va a braccetto con il timore di pestare i piedi alla persona sbagliata.

Il film di Audiard sorprende positivamente per la capacità di caratterizzare realisticamente la violenta vita quotidiana in un carcere multietnico, dove perisce chi non ha la forza di difendere, anche a costo di uccidere, il proprio spazio vitale. Grande interpretazione del giovane attore Tahar Rahim, nei panni dell’indimenticabile protagonista del film. Ottima prova anche di Niels Arestrup, nel ruolo dello spietato e senza scrupoli Cesar Luciani. Soltanto l’eccessiva lunghezza del film rischia a tratti di spezzare la tensione accumulatisi nel corso della narrazione. Una pellicola che comunque arriva dritto allo stomaco senza mediazioni di sorta, riuscendo a lasciare un segno indelebile nello sguardo dello spettatore.

L'inferno di Precious

Precious a volte vorrebbe essere già morta. Forse è stanca di guardarsi allo specchio per immaginarsi così come non è: bianca, affascinante e rubacuori. La sua è una vita segnata dalla violenza di un padre che per ben due volte l'ha messa incinta, e da una madre che la tratta al pari di una schiava.

Precious è una ragazza nera di Harlem - protagonista del film diretto da Lee Daniels (Precious, appunto) - alle prese con seri problemi di obesità e con un sogno nel cassetto: cantare. Per ora il suo sogno è solo un miraggio, dovendo giorno dopo giorno tirare a campare per comprarsi da mangiare, andare a scuola e sopportare gli incubi di un passato che ritorna spesso a galla: le violenze di un padre che l'hanno fatta diventare troppo presto una madre ancora giovane e immatura.

Quella maturità Precious la conquisterà a suon di umiliazioni sulla propria pelle, decidendo da sola, e contro il parere della madre, di iscriversi a una scuola per ragazze disagiate al fine di imparare tutte quelle cose che gli erano state impedite di apprendere prima. Ma soprattutto per condividere un percorso in comune con altre persone, per sentirsi meno sola ora che si sta preparando a partorire il secondo figlio. Qui incontrerà una maestra che la spingerà, sin dal primo giorno, a scrivere i suoi pensieri su un diario, che diventerà lo sfogo su carta di una ragazza con un peso sulle spalle e nel cuore pari almeno al peso del suo grande corpo.

Anche il viaggio più lungo inizia con un passo, è la morale sottesa alla storia narrata da Lee Daniels, che alla 62esima cerimonia degli Oscar ha visto trionfare - come miglior attrice non protagonista - proprio la madre padrona di Precious, interpretata da una brava Mo'Nique. Encomiabile anche la performance della debuttante, ma davvero sicura e incisiva come una vera star, Gabourney 'Gabby' Sidibe nei panni della protagonista del film.

La pellicola, a tratti un po' mielosa nel rappresentare i moti dell'animo della ragazza, riesce altresì a descriverne la crescita morale con piglio sincero e per certi versi fantastico, servendosi spesso delle visioni di Precious per mostrarne con ironia la voglia irrefrenabile di fuggire dal proprio inferno personale e imboccare finalmente la strada agognata della felicità. Un film che colpisce al cuore, forse anche troppo.

La vendetta di Gibson

Thomas Craven (Mel Gibson) non ha nulla da perdere dopo la morte dell'adorata figlia Emma (Bojana Novakovic). A soli 24 anni viene uccisa davanti casa senza una apparente ragione. All'inizio tutti, media compresi, pensano a una vendetta consumata ai danni del padre, detective della omicidi al dipartimento di polizia di Boston. Ora a Thomas Craven non resta più niente di cui occuparsi, tranne che scoprire gli assassini della sua Emma. Inizia così l'indagine personale del protagonista di Fuori controllo - Edge of Darkness, ultima fatica cinematografica del regista di Casino Royale Martin Campbell.

La pellicola - basata sull'omonima serie televisiva andata in onda sulla BBC venti anni fa - sembrerebbe rientrare a pieno nel genere thriller, ma da subito si comprende che il passo lento dell'elaborazione del lutto paterno riveste un'importanza maggiore agli occhi del regista. Non a caso Fuori controllo inizia con alcuni filmini amatoriali in cui Emma è protagonista sulla spiaggia e al mare dei ricordi di un padre legato ad un passato felice e ad un presente spento e solitario.

Durante il film, diverse volte Thomas Craven sentirà e vedrà la voce e l'immagine di Emma, quasi a cercarne conforto e aiuto nel prosieguo delle indagini. La figlia lavorava come stagista alla Northmoor, azienda specializzata in ricerca privata, top secret per i suoi contratti con il governo americano. Il detective si troverà così invischiato in un mondo fatto di spionaggio industriale, collusioni governative e omicidi. Non sarà solo Emma a morire, ma anche altri personaggi - colpevoli di aver spifferato all'esterno le attività illecite della Northmoor - perderanno la vita in situazioni rocambolesche e prevedibili da lasciare (spiacevolmente) sorpresi.

Nelle sue sequenze più smaccatamente di azione, infatti, il film di Campbell risulta telefonato e ripetitivo senza scatti di originalità capaci di catturare l'attenzione dello spettatore. Tutto sembra rimanere in superficie, privo di un adeguato scavo psicologico dei personaggi, spesso costretti dalla sceneggiatura a recitare le solite frasi ad effetto. Insomma, un film senza pretese, con scatti di rabbia e qualche colpo di sonno.

L'amore oltre le sbarre

Ognuno porta la sua croce sulle spalle. Lo sa bene Enzo (Vincenzo Motta) che per 27 anni ha vissuto in carcere dove - chi l'avrebbe mai detto - ha incontrato l'amore. Un amore tutto particolare, fuori dall'ordinario ma sincero e appassionato come pochi. Un amore che si chiama Mary (Mary Monaco), oltre i tabù della nostra società che vede nel diverso qualcosa da cui scappare. Lei è, infatti, un lui, un transessuale innamoratosi di un uomo rude con sprazzi di tenerezza. I due innamorati sono i protagonisti dello splendido documentario La bocca del lupo diretto da Pietro Marcello (vincitore come miglior film all'ultimo Torino Film Festival), in collaborazione con la Fondazione San Marcellino dei gesuiti, che da anni assiste gli emarginati della città.

Enzo ha finito di scontare la sua pena dietro le sbarre e fa ritorno nella sua città d'adozione, Genova, dove l'aspetta Mary e un piccolo grande sogno in comune: andare a vivere in una casetta in campagna, sopra la città e il mare, quasi a voler contemplare un paesaggio in continua mutazione come la loro vita insieme. Enzo e Mary, infatti, non hanno sempre vissuto vicini; conosciutisi in carcere, per anni si sono sentiti dentro e fuori le sbarre attraverso delle registrazioni su cassetta (che Pietro Marcello ci fa sentire durante il film). Quegli pseudo messaggi in bottiglia hanno permesso alla coppia di restare fedele a se stessa nonostante la lontananza.

Sullo sfondo assistiamo alle immagini di repertorio di una Genova ormai scomparsa, ripresa da cineoperatori amatoriali che sono riusciti a catturare l'anima di una città sospesa tra terra e mare. Il merito del regista è di aver fatto un po' di archeologia della memoria attraverso il mezzo cinematografico, per riscoprire lo stato attuale di un luogo tramite il racconto di una storia (in questo caso d'amore) esemplare. Perché una città è la summa di piccole e grandi storie quasi tutte consumatesi all'ombra della Storia, che una volta rivelate - come quella di Enzo e Mary - ci aprono squarci di realtà altrimenti invisibili.

«Il mio sguardo sul presente - dice Pietro Marcello - è quello di un forestiero che racconta ciò che vede dalla finestra, lo sguardo sul passato e sulla grande Storia è rappresentato dai genovesi che silenziosamente sono riusciti a raccontarla attraverso l'oculare di una cinepresa». Un capolavoro italiano da non perdere, sulle orme del miglior Pasolini.

venerdì 12 marzo 2010

Shutter Island, di Martin Scorsese

di Paolo Massa
Chi è il protagonista dell’ultimo film di Martin Scorsese Shutter Island? L’isola naturalmente, ma non intesa tanto da un punto di vista geografico quanto psicologico. L’isola è nella nostra testa, e soprattutto nella mente dell’agente di polizia Teddy Daniels (Leonardo Di Caprio), che incrociamo all’inizio del film mentre insieme al collega Chuck Aule (Mark Ruffalo) sta raggiungendo in nave l’isola di Shutter Island.

Qui c’è un manicomio di massima sicurezza per criminali violenti, e in seguito alla misteriosa scomparsa di una detenuta – colpevole di aver annegato in passato i suoi tre figli – sono stati chiamati proprio Teddy e Chuck a risolvere il caso. Come avrà mai fatto la prigioniera ad evaporare dalla sua cella senza lasciare nemmeno una traccia? Ma un indizio, l’agente Teddy Daniels, riuscirà a scovarlo. La donna ha lasciato un biglietto con sopra scritto: “Chi è il 67esimo prigioniero?”. Un messaggio a dir poco contradditorio visto che nel manicomio ci sono solo 66 pazienti, come preferisce chiamarli il dottor John Cowley (Ben Kingsley). Il mistero si scioglierà solo alla fine del film, dopo una lunga e contorta indagine condotta da Teddy Daniels alle prese – durante i giorni di soggiorno su quest’isola a tratti demoniaca – con forti emicranie e visioni legate a una tragica esperienza della sua vita passata.

Martin Scorsese gioca sul fascino oscuro dell’isola grazie ad una fotografia ben curata, a ricordare molto nei colori e nelle inquadrature l’espressionismo tedesco. Dopo le due ore di proiezione, però, la sensazione di aver assistito a un racconto un po’ troppo cerebrale, seppure originale nello stile, è forte. La catarsi finale, utile a slegare i tanti nodi del complesso intreccio narrativo, sembra dilungarsi eccessivamente caricando i toni e rischiando di confondere uno spettatore già di per se abbastanza sconcertato.

Da ammirare comunque lo sforzo di rinnovamento di un Martin Scorsese che – pur non abbandonando temi a lui cari, come la violenza e il conflitto interiore dei personaggi – ha rischiato nell’affrontare una sceneggiatura (tratta dal libro di Dennis Lehane L’isola della paura) ostica e di non facile appeal per le tematiche fortemente introspettive legate all’isola maledetta di Shutter Island.

giovedì 11 marzo 2010

Appuntamento con l'amore, di G. Marshall

Nell’anno di Avatar e del 3D, cinematograficamente parlando, possiamo affermare – dopo aver visto l’ultima pellicola di Garry Marshall, Appuntamento con l’amore (Valentine’s Day nella versione originale) – che esistono anche film a una dimensione. In che senso? Storie trite e ritrite, personaggi stereotipati e trame prevedibilissime. Si esce a dir poco sconsolati dopo aver assistito a un film che vuole celebrare il giorno degli innamorati intrecciando le vicende di personaggi tanto invaghiti dei loro partner da non accorgersi delle corna in arrivo. Le coppie a tratti scoppiano in questo film, altro che amore e cioccolatini. E per fortuna che l’happy ending non manca.

Possibile, poi, che non ci sia un minimo di verosimiglianza con la realtà, almeno nella scelta dei protagonisti? Tutti belli e affascinanti come non mai: da Jessica Alba a Jennifer Garner, da Jamie Foxx ad Ashton Kutcher, fino a Jessica Biel, Julia Roberts e Anne Hathaway. Una bella sfilata di figurine pronte ad immolarsi sull’altare di una commedia romantica tanto artificiosa quanto noiosa. A lungo andare, infatti, è impossibile resistere allo sbadiglio d’ordinanza che incombe sulle palpebre dello spettatore. A volte si ride - è vero - ma più per l’assurdità che per la comicità delle vicende narrate. Il film inizia con una serie imbarazzante di sequenze a letto – sì, avete capito bene – per presentare tutte le coppie protagoniste nel loro habitat naturale. È troppo chiedere un pizzico di originalità in più?

«In amore non si pensa ma si agisce», è il motto del film di Garry Marshall (lontano anni luce dalle sue performance come direttore di Pretty Woman). E infatti i personaggi sembrano non pensare affatto, se tutti fan la corsa a mandare fiori invece che portarli di persona: chi lo dice, poi, se arriveranno mai a destinazione? Sui titoli di coda l’impressione a caldo è una sola: l’amore secondo Gary Marshall è a immagine e somiglianza di un bordello. Soddisfatti o non rimborsati!

sabato 6 marzo 2010

Il cowboy innamorato

Bad Blake ha 57 anni suonati, beve troppo e ormai da parecchio non riesce più a comporre della buona musica. Un tempo era uno dei migliori cantanti country su piazza, ora è invece costretto dal suo manager a girovagare, tra bar e sale da bowling di terza categoria sparse nel nulla degli Stati Uniti, per racimolare un po' di soldi e sopravvivere nella speranza di incidere un altro disco. Magari insieme al suo allievo Tommy Sweet (Colin Farrell), che intanto è riuscito a sfondare nel mercato discografico proprio grazie agli insegnamenti del maestro.

Nei panni di Bad Blake - nel primo film diretto da Scott Cooper, Crazy Heart, tratto dal romanzo omonimo di Thomas Cobb - troviamo uno straordinario Jeff Bridges, quattro nomination agli Oscar mai andate a segno (e forse questa sarà la volta buona) e un Golden Globe come miglior attore ottenuto proprio grazie al suo ruolo di cowboy dell'amore. E in nome dell'amore ritrovato - incarnato da una giornalista locale di Santa Fe, Jean Craddock (Maggie Gyllenhaal), che in un'intervista a Bad scaverà dentro i suoi angoli più bui - il vecchio cantante sul viale del tramonto riuscirà a trovare una nuova speranza di vita al di là delle canzoni che, concerto dopo concerto, sono sempre le stesse.

Bad, infatti, non può voltare le spalle ai successi del suo passato musicale, che ancora gli danno qualche briciola di pane per tirare a campare, nella consapevolezza che «bisogna offrire al pubblico quello che vuole, altrimenti non vorrà più niente». E il pubblico, in particolare per il nostro protagonista, è tutto ciò che gli rimane per non cadere ancora più velocemente nel vortice dell'alcol. Ma a salvarlo arriva la bella Jean, madre di un bambino che per Bad vorrà dire fare i conti anche con un figlio, ormai grande, abbandonato da piccolo e mai visto crescere. I rimorsi tornano a galla di una vita che sembra ispirare ogni singolo verso e nota dei pezzi composti. «Da dove prende ispirazione per le canzoni?», chiede Jean a Bad, che risponde: «Dalla vita, per sfortuna».

Ad impreziosire questa prima regia di Scott Cooper contribuisce la colonna sonora, in perfetto stile country, composta da T-Bone Burnett in collaborazione con il compianto cantautore texano Stephen Bruton. Encomiabili le interpretazioni di (quasi) tutto il cast di attori, in primis il protagonista Jeff Bridges e un efficace Robert Duvall (tra i produttori della pellicola) nei panni di un amico di Bad Blake. Meno incisiva è apparsa, invece, Maggie Gyllenhaal che a volte contribuisce ad appesantire una narrazione dai toni a tratti melodrammatici, spezzando l'intensità del racconto.

Da incorniciare la canzone The Weary Kind scritta da Ryan Bingham, riproposta più volte durante il film per mostrarne la lenta (e artigianale) composizione da parte di un Bad Blake in stato di grazia dopo aver sofferto ancora una volta d'amore. «Non è posto per un cuore affaticato, non è posto dove perdere la testa, non è posto per crollare, raccogli il tuo cuore folle e fai un altro tentativo». Parola di un cowboy innamorato.

giovedì 4 marzo 2010

Ritorno al paese delle meraviglie

Alice non sta sognando ad occhi aperti. Il mondo che le si apre sotto i piedi è reale, in carne ed ossa come i personaggi e gli animali parlanti che lo popolano. Di ritorno in quel paese delle meraviglie visto da bambina, che per tanto tempo gli ha procurato incubi notturni, Alice è diventata grande in attesa di sposarsi con l'uomo che, lei sa, non sarà quello della sua vita: ma l'alta società è fatta così, ai matrimoni combinati non si scampa. A meno che un simpatico coniglio non sbuchi letteralmente dal nulla per farti cadere in una trappola meravigliosa, che aprirà ad Alice le porte di un mondo a immagine e somiglianza dell'estro creativo di Tim Burton. Tridimensionalmente accattivante ma con qualche difetto di fabbricazione.

A quasi sessant'anni dall'uscita del cartone animato della Disney (1951) - tratto dal libro per ragazzi pubblicato nel 1865, in piena età vittoriana, dallo scrittore Lewis Carrol - il regista Tim Burton si immerge nel sottomondo che Alice, ormai 19enne, non riconosce più come il paese delle meraviglie visitato già una volta da bambina. Il mondo a parte che la ragazzina (ri)visiterà si trova proprio sotto il nostro mondo, e l'unico modo per entrarci è cadere dentro una tana di un coniglio. Non di un coniglio qualunque ma del Bianconiglio, uno dei tanti esseri meravigliosi con i quali Alice avrà a che fare nel breve ma intenso viaggio in una terra solo apparentemente frutto dei propri sogni.

Insieme ad altri eccentrici personaggi - dal Cappellaio Matto (un Johnny Depp schizofrenico al punto giusto) alla Regina Bianca (Anne Hathaway), fino al Brucaliffo, a Pinco Panco e Panco Pinco e allo Stregatto - Alice dovrà cercare di sconfiggere l'armata della Regina Rossa (Helena Bonham Carter), dominatrice spietata del sottomondo. Come fare? Solo il coraggio di una ragazzina alle soglie della maturità, in procinto di salutare l'adolescenza per imbarcarsi nel mondo degli adulti, potrà alla fine dei conti decretare l'eventuale vittoria del bene sul male.

Peccato, però, che Tim Burton si affidi ad una tecnologia - come quella del 3D - che spesso appare eccessiva nel caratterizzare, con una buona dose di visionarietà, il mondo delle meraviglie. Il retrogusto dopo i titoli di coda è leggermente amaro, visto il gran baccano degli effetti speciali e di una colonna sonora (composta da Danny Elfman) a dir poco roboante. Pregevole, invece, l'interpretazione di Mia Wasikowska nei panni della 19enne Alice - tanto pallida quanto delicata nel mostrare tutto lo stupore di una ragazza insicura e determinata - e del poliedrico Johnny Depp nel ruolo di un Cappellaio istrionico, un tantino sopra le righe, ma con una gamma di umori degna del miglior matto in circolazione. Un film comunque da gustarsi fino all'ultimo effetto speciale.

martedì 2 marzo 2010

Piccoli Harry Potter (non) crescono

Percy Jackson è un pesce fuor d'acqua nella sua New York. A scuola ci va malvolentieri e spesso litiga con la madre Sally, colpevole - agli occhi del ragazzo - di essersi fidanzata con un poco di buono, incline all'alcol e per niente affettuoso. «Un giorno tutto avrà un senso», dice la madre al figlio. A Percy manca una figura paterna, senza sapere di essere il figlio di un dio in carne ed ossa, il re dei mari Poseidone.

Il giovane protagonista (interpretato da Logan Lerman) dell'ultimo film di Chris Columbus, Percy Jackson e gli Dei dell'Olimpo: Il ladro di fulmini, non è altro che un semidio, frutto di una fugace storia di passione tra una cameriera, la madre di Percy, e un dio dell'Olimpo, dove sta per scatenarsi una guerra con la Terra come campo di battaglia. Qualcuno ha, infatti, rubato il fulmine di Zeus (Sean Bean), che sospetta proprio dell'ignaro Percy, il quale - all'inizio della storia - non s'immagina nemmeno di avere dei parenti così in alto. Se al più presto il ladro non riconsegnerà indietro il maltolto, il conflitto sarà inevitabile.

Inizia così l'avventura del giovane studente di New York, che da un momento all'altro si ritrova - con al fianco il fidato angelo custode, il satiro Grover (Brandon T. Jackson) - al Camp Half Blood, pronto all'addestramento per impadronirsi finalmente dei suoi poteri da semidio. E proprio l'acqua si rivelerà il maggior punto di forza di Percy, figlio di quel re dei mari Poseidone mai conosciuto e abbracciato come un padre. Qui al campo, il protagonista incontrerà Chirone il centauro (Pierce Brosnan) e l'affascinante Annabeth (Alexandra Daddario), figlia della dea Atena, tanto bella quanto valorosa nei combattimenti a suon di spada. Insieme a lei e Grover deciderà di raggiungere l'inferno dove regna Ade (Steve Coogan), dio dell'oltretomba, per liberare la madre imprigionata tra le fiamme degli inferi. Per arrivarci, però, dovranno prima recuperare tre perle utili a uscire sani e salvi dal fuoco infernale.

Il percorso sarà pieno di ostacoli - come la Medusa interpretata da una spaventosa Uma Thurman - ma ricco di spirito d'avventura capace di catturare con ironia l'attenzione dello spettatore, soprattutto dei più piccoli. La pellicola di Chris Columbus - già direttore dei primi due Harry Potter - è tratta dal primo volume dell'omonima saga letteraria scritta da Rick Riordan, riuscendo a divertire pur cercando di affrontare tematiche sensibili - come il rapporto tra genitori e figli - anche se spesso una visione manichea (i buoni troppo buoni, e i cattivi troppo cattivi) lascia l'amaro in bocca e fa sorgere una domanda: è davvero così semplice da descrivere la realtà lì fuori? Insopportabili poi, per dovere di cronaca, sono i continui ammiccamenti a un brand hi-tech oggi molto in voga, che più e più volte fa capolino tra le mani dei protagonisti: alla faccia del product placement!

sabato 27 febbraio 2010

Amabili resti, di Peter Jackson

di Paolo Massa
Susie Salmon – interpretata da una splendida Saoirse Ronan - ci parla dalla terra di mezzo, un limbo tra il mondo e il cielo dove le anime attendono di passare finalmente a miglior vita. Aveva solo 14 anni quando venne barbaramente assassinata, il 6 dicembre 1973 in Pennsylvania, da un vicino di casa (uno Stanley Tucci in gran forma). Il corpo – ben nascosto dall’omicida – non è mai stato trovato. Susie è la protagonista di Amabili resti, l’ultimo intenso film del regista Peter Jackson tratto dall’omonimo romanzo di Alice Sebold.

Da bambina amava guardare un pinguino all’interno di una palla di vetro: le sembrava molto triste quell’animale costretto tutto il giorno a restare intrappolato in solitudine; ma il padre la tranquillizzava dicendole quanto la vita del pinguino fosse piacevole. Quello è un mondo perfetto, dentro quel vetro non può accadere nulla, a differenza del mondo reale dove Susie avrà la sfortuna di vivere invece sulla propria pelle una morte violenta. C’è anche l’amore a scombussolare i giorni della giovane studentessa, invaghitasi del suo moro shakespeariano Ray.

La voce fuori campo della ragazzina ci parla dall’inizio alla fine accompagnandoci per mano nei meandri dei suoi pensieri, nella speranza di riuscire a sussurrare al padre (Mark Wahlberg), alla madre (Rachel Weisz) e alla sorella il nome dell’uomo nero che le ha spezzato per sempre i sogni d’amore. Susie avrebbe voluto, almeno una volta, baciare il suo ragazzo, ma il destino l’ha strappata via troppo presto dal sentiero della felicità che stava percorrendo con tanta paura ed emozione.

Peter Jackson
riesce ad affrontare un tema scottante come la violenza sui minori, non lesinando sequenze a tratti disturbanti e con un tocco poetico attraverso il quale ci mostra - a volte con eccessiva insistenza – il limbo dove Susie si trova intrappolata prima di raggiungere l’unico mondo perfetto, il Paradiso. È forte la presenza dei morti tra i vivi che si disperano per la loro scomparsa, ancor di più se prematura. Susie ha vissuto a pieno fin quando ha potuto, da appassionata di fotografia ha scattato istantanee della propria vita sempre e dovunque, e come il soggetto di una sua foto ha potuto godersi la giovinezza solo per un istante. Troppo poco per una ragazza sognatrice come Susie Salmon.

venerdì 26 febbraio 2010

L'uomo che verrà, di Giorgio Diritti

di Paolo Massa

Martina ha solo 8 anni, non parla da quando ha visto morire il fratellino appena nato, ma sa guardarsi intorno meglio di chiunque altro. La bambina - piccola grande protagonista dell’ultimo film di Giorgio Diritti L’uomo che verrà - ci guida con i suoi sguardi e pensieri in un mondo dove Cristo sembra essere l’ultima speranza cui aggrapparsi contro i soprusi dei padroni e le sofferenze della vita. La famiglia contadina di Martina vive in un paesino alle pendici del Monte Sole, durante l’invasione nazista nel nord Italia tra il 1943 e il 1944. Da quando si sentono i bombardamenti su Bologna, gli abitanti si trovano giorno dopo giorno stretti tra le brigate partigiane del comandante Lupo e i tedeschi che avanzano città dopo città.

«È il modo di fare che cambia le cose», dicono i contadini abituati a condurre un’esistenza lenta e religiosa all’insegna di un lavoro che spacca la schiena. Lo sa bene Lena (Maya Sansa), la madre di Martina che continua imperterrita ad aiutare nei campi il marito sebbene incinta. E anche la piccola protagonista è in attesa di abbracciare il suo nuovo fratellino, cercando di non pensare alle strane cose che avvengono intorno a lei: «Tutti si vogliono ammazzare ma non capisco perché», scrive la bambina in un tema a scuola. Giorgio Diritti ci introduce, con rigore stilistico e sguardo antropologico, alla vita di sudore e lavoro di una comunità che di lì a poco vivrà sulla propria pelle la violenza della macchina di morte nazista: stiamo parlando della strage di Marzabotto, avvenuta tra il 28 e il 29 settembre 1944, in cui persero la vita quasi 800 civili, comprese donne e bambini.

La pellicola colpisce dritto al cuore, e quando meno te lo aspetti mostra senza remore le conseguenze (fisiche e morali) che la guerra porta sin dentro una natura incontaminata, dove si possono vedere ancora le lucciole e gli alberi sembrano parlare. Pur se eccessivamente dilatato nel finale, L’uomo che verrà è un piccolo grande gioiello (tra l’altro recitato quasi tutto in dialetto) ricco di spunti visivi e sonori capaci di coinvolgere a pieno lo spettatore. «Vince chi resta vivo», dice un anziano contadino a proposito della guerra, perché almeno per i sopravvissuti la speranza sarà l’ultima a morire.