giovedì 27 agosto 2009
Lars and the Real Girl
Reverend Bock: Lars asked us not to wear black today. He did so to remind us that this is no ordinary funeral. We are here to celebrate Bianca's extraordinary life. From her wheelchair, Bianca reached out and touched us all, in ways we could never have imagined. She was a teacher. She was a lesson in courage. And Bianca loved us all. Especially Lars. Especially him.
domenica 23 agosto 2009
Keep holding on
You're not alone.
Together we stand.
I'll be by your side.
You know, I'll take your hand.
Together we stand.
I'll be by your side.
You know, I'll take your hand.
sabato 22 agosto 2009
John Dilinger, il ladro gentiluomo
Nei cinema italiani uscirà solo il prossimo 13 novembre. Nel resto d'Europa, invece, come ad Amsterdam - dove l'abbiamo vista in anteprima - la nuova pellicola di Michael Mann è già nelle sale, complice la sacrosanta abitudine all'estero, a differenza dell'Italia, di proiettare i film in versione originale con i sottotitoli. Public Enemies, che in italiano s'intitolerà Nemico Pubblico, ci narra le vicende (basate su una storia vera) di John Dilinger (un bravo Johnny Depp), celebre negli Stati Uniti degli anni Trenta per le sue numerose e cospicue rapine in banca.
Il regista Michael Mann, traendo spunto dall'omonimo libro di Bryan Burrough, si concentra sugli ultimi anni della vita del ladro gentiluomo. Ad inseguire John Dilinger e la sua fidata gang, ci pensa l'agente Melvin Purvis (un Christian Bale un po' sottotono al confronto con Depp), incaricato da J. Edgar Hoover, futuro direttore dell'FBI, di catturare uno a uno i componenti della gang, Dilinger compreso e preferibilmente vivo. Viene dichiarata così la prima guerra al crimine sul suolo americano. Ma la vita per il detective non sarà poi tanto facile, ed è qui che Michael Mann cerca di giocarsi al meglio, non sempre riuscendoci, il balletto degli inseguimenti tra preda e predatore. A lungo andare, però, complice una certa prevedibilità della sceneggiatura, la ricerca affannosa ai danni di Dilinger stanca lo spettatore. Le fughe rocambolesche della sua gang dal carcere sono un tantino telefonate, come anche le rapine in banca.
Insomma, siamo alle prese con il solito film di Michael Mann, tanta azione ma niente di più, sparatorie a non finire e una regia solo a tratti originale. Basti pensare, ad esempio, a certe sequenze dal particolare taglio documentaristico, con la macchina da presa incollata ai personaggi, quasi a volerne imprimere meglio su pellicola le emozioni. Debole la parte dedicata all'amore tra John Dilinger e Billie Frechette (un'affascinante Marion Cottilard), che nello sviluppo della storia rivestirà un ruolo fondamentale perché quasi ogni azione del protagonista avrà come scopo quello di ritornare dalla sua amata.
Public Enemies diretto da Michael Mann ci sembra così, alla fine dei conti, un'occasione persa, in particolare nella caratterizzazione del contesto storico della Grande Depressione americana: ottimi costumi e auto d'epoca a ricordare quel periodo, ma nient'altro. Da antologia, però, le ultime sequenze, quelle decisive per la cattura del super ricercato, girate all'esterno di un teatro dove è stato appena proiettato il film Manhattan Melodrama con Clark Gable. Pochi istanti di meta-cinema che riescono in breve, meglio di tutta la pellicola, a rispondere alla domanda: "Ma chi era davvero John Dilinger?".
Public Enemies
Regia Michael Mann
Sceneggiatura Ronan Benett, Ann Biderman, Michael Mann
Produzione Forward Pass, Misher Films, Tribeca Productions
Distribuzione Universal
Paese Usa
Uscita cinema 13-11-2009
Genere Drammatico, gangster
Durata 143'
Il regista Michael Mann, traendo spunto dall'omonimo libro di Bryan Burrough, si concentra sugli ultimi anni della vita del ladro gentiluomo. Ad inseguire John Dilinger e la sua fidata gang, ci pensa l'agente Melvin Purvis (un Christian Bale un po' sottotono al confronto con Depp), incaricato da J. Edgar Hoover, futuro direttore dell'FBI, di catturare uno a uno i componenti della gang, Dilinger compreso e preferibilmente vivo. Viene dichiarata così la prima guerra al crimine sul suolo americano. Ma la vita per il detective non sarà poi tanto facile, ed è qui che Michael Mann cerca di giocarsi al meglio, non sempre riuscendoci, il balletto degli inseguimenti tra preda e predatore. A lungo andare, però, complice una certa prevedibilità della sceneggiatura, la ricerca affannosa ai danni di Dilinger stanca lo spettatore. Le fughe rocambolesche della sua gang dal carcere sono un tantino telefonate, come anche le rapine in banca.
Insomma, siamo alle prese con il solito film di Michael Mann, tanta azione ma niente di più, sparatorie a non finire e una regia solo a tratti originale. Basti pensare, ad esempio, a certe sequenze dal particolare taglio documentaristico, con la macchina da presa incollata ai personaggi, quasi a volerne imprimere meglio su pellicola le emozioni. Debole la parte dedicata all'amore tra John Dilinger e Billie Frechette (un'affascinante Marion Cottilard), che nello sviluppo della storia rivestirà un ruolo fondamentale perché quasi ogni azione del protagonista avrà come scopo quello di ritornare dalla sua amata.
Public Enemies diretto da Michael Mann ci sembra così, alla fine dei conti, un'occasione persa, in particolare nella caratterizzazione del contesto storico della Grande Depressione americana: ottimi costumi e auto d'epoca a ricordare quel periodo, ma nient'altro. Da antologia, però, le ultime sequenze, quelle decisive per la cattura del super ricercato, girate all'esterno di un teatro dove è stato appena proiettato il film Manhattan Melodrama con Clark Gable. Pochi istanti di meta-cinema che riescono in breve, meglio di tutta la pellicola, a rispondere alla domanda: "Ma chi era davvero John Dilinger?".
Public Enemies
Regia Michael Mann
Sceneggiatura Ronan Benett, Ann Biderman, Michael Mann
Produzione Forward Pass, Misher Films, Tribeca Productions
Distribuzione Universal
Paese Usa
Uscita cinema 13-11-2009
Genere Drammatico, gangster
Durata 143'
venerdì 21 agosto 2009
giovedì 20 agosto 2009
Buon viaggio Fernanda
Aveva da poco compiuto 92 anni, Fernanda Pivano, morta martedì sera in una clinica privata di Milano. Lo scorso 18 luglio, dalle colonne del Corriere della Sera, la scrittrice (ma anche traduttrice, giornalista e critica musicale) quasi presagendo la fine imminente dei suoi giorni aveva scritto: «Non ho mai voluto accettare le malattie dell'età e ne ho le scatole piene di dover prendere tutte queste pastiglie che i medici mi prescrivono. Ho sempre cercato di vivere di passioni e tutto questo mi riporta solo alla disperazione dei miei 92 anni, con le vene che non reggono la pressione di una semplice iniezione. Ma grazie a Dio ci sono questi ragazzi di 18 anni che mi mandano le loro poesie, i loro racconti, i loro auguri e mi chiedono suggerimenti su come fare a superare le tragedie della vita. Ahimè. A 92 anni ancora non so cosa rispondere. Dico loro di sperare. Di battersi per vivere in un mondo senza guerre volute solo da capitani ansiosi di medaglie. Di sorridere senza il rimorso di non aver aiutato nessuno». La passione prima di tutto, dunque, come forza motrice di una vita trascorsa a sognare sui libri dei maestri americani che ci ha tramandato poi con le fedeli traduzioni in italiano.
Nata a Genova nel 1917, e poi trasferitasi a Torino dove frequentò il Liceo Classico Massimo D'Azeglio, nel 1941 la Pivano si laureò con una tesi in letteratura americana su Moby Dick di Herman Melville. Due anni dopo, in pieno regime fascista, il suo professore Cesare Pavese, appena tornato dal confino, le propose di tradurre le poesie dell'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Un affare spericolato, dirà poi la Pivano a proposito dell'offerta di lavoro di Pavese, ma che subito la farà innamorare di questa opera fondamentale della letteratura americana. «Presi in mano il libro, lo aprii a caso, come si fa in questi casi, e la prima poesia che mi capitò sotto gli occhi fu Francis Turner. A me piaceva tanto quell'uomo che si fece volar via l'anima per baciare una ragazza», ricordò la Pivano. Ad attirarla di più nella tradizione americana rispetto a quella europea, era la «differenza fra letteratura pragmatistica e letteratura accademica, fra i fatti della vita e una letteratura libresca basata su indagini psicologiche».
Nel 1948, a Cortina, incontrò un altro dei suoi eroi, Ernest Hemingway, con il quale nascerà una profonda amicizia, e del quale curerà la traduzione italiana dell'intera opera. Il 1956 fu l'anno del primo viaggio negli Stati Uniti, mentre nel 1959 uscirà per la Mondadori la sua prefazione a Sulla strada di Jack Kerouac, e nel 1964 la traduzione delle poesie di Jukebox all'idrogeno di Allen Ginsberg. Su On the road disse: «Era il libro della libertà. E i giovani amano la libertà. Se non ci fosse la libertà nessuna ragazza nemmeno oggi potrebbe baciare liberamente il proprio fidanzato». A Jack Kerouac una volta chiese: «Ma perché sei così disperato? Che cosa vorresti? Cos'è che vuoi per non essere più così disperato? "Voglio che Dio mi mostri il suo volto", mi rispose lui».

Nata a Genova nel 1917, e poi trasferitasi a Torino dove frequentò il Liceo Classico Massimo D'Azeglio, nel 1941 la Pivano si laureò con una tesi in letteratura americana su Moby Dick di Herman Melville. Due anni dopo, in pieno regime fascista, il suo professore Cesare Pavese, appena tornato dal confino, le propose di tradurre le poesie dell'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Un affare spericolato, dirà poi la Pivano a proposito dell'offerta di lavoro di Pavese, ma che subito la farà innamorare di questa opera fondamentale della letteratura americana. «Presi in mano il libro, lo aprii a caso, come si fa in questi casi, e la prima poesia che mi capitò sotto gli occhi fu Francis Turner. A me piaceva tanto quell'uomo che si fece volar via l'anima per baciare una ragazza», ricordò la Pivano. Ad attirarla di più nella tradizione americana rispetto a quella europea, era la «differenza fra letteratura pragmatistica e letteratura accademica, fra i fatti della vita e una letteratura libresca basata su indagini psicologiche».
Nel 1948, a Cortina, incontrò un altro dei suoi eroi, Ernest Hemingway, con il quale nascerà una profonda amicizia, e del quale curerà la traduzione italiana dell'intera opera. Il 1956 fu l'anno del primo viaggio negli Stati Uniti, mentre nel 1959 uscirà per la Mondadori la sua prefazione a Sulla strada di Jack Kerouac, e nel 1964 la traduzione delle poesie di Jukebox all'idrogeno di Allen Ginsberg. Su On the road disse: «Era il libro della libertà. E i giovani amano la libertà. Se non ci fosse la libertà nessuna ragazza nemmeno oggi potrebbe baciare liberamente il proprio fidanzato». A Jack Kerouac una volta chiese: «Ma perché sei così disperato? Che cosa vorresti? Cos'è che vuoi per non essere più così disperato? "Voglio che Dio mi mostri il suo volto", mi rispose lui».
Grande appassionata di musica rock, Fernanda Pivano dichiarò che «il mio amore per questa musica è sbocciato nel 1965 quando Bob Dylan tenne il suo primo concerto all'Università di Berkeley: quella sera nacque il movimento dei figli dei fiori. Era chiaro che stava cambiando il mondo». Celebre la sua amicizia con il cantautore Fabrizio De Andrè, del quale scrisse dopo la morte: «Vivrà per sempre negli immensi spazi profumati dell'eternità dove si raccolgono gli inermi eroi della pace e dell'amore». Nel 2008 ha potuto godersi la vittoria alla Casa Bianca di Barack Obama, primo presidente nero della storia americana, sulla scia delle lotte contro la segregazione razziale di Rosa Parks, Martin Luther King e Malcolm X. «Ah, questa è l'America che amo», disse subito dopo le elezioni.
A chi le chiese invece quale fosse il suo sogno, Fernanda Pivano rispose: «Voglio che Dio mi mostri il suo volto». Di certo ora potrà rivedere i volti dei suoi eroi persi per strada, da Cesare Pavese a Jack Kerouac, da Ernest Hemingway ad Allen Ginsberg, da David Foster Wallace a Fabrizio De Andrè. Buon viaggio Fernanda.
A chi le chiese invece quale fosse il suo sogno, Fernanda Pivano rispose: «Voglio che Dio mi mostri il suo volto». Di certo ora potrà rivedere i volti dei suoi eroi persi per strada, da Cesare Pavese a Jack Kerouac, da Ernest Hemingway ad Allen Ginsberg, da David Foster Wallace a Fabrizio De Andrè. Buon viaggio Fernanda.
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