sabato 30 agosto 2008

Cronache di un'estate #3

Qualche giorno dopo mi recai a Roma per chiedere spiegazioni in merito a questa spiacevolissima situazione che in un batter d’occhio aveva scombussolato i miei progetti futuri. E che cosa ebbe il coraggio di dirmi la responsabile dell’ufficio relazioni internazionali della Lumsa per giustificare (a suo modo) la mia esclusione? Ebbe il coraggio di dirmi che dall’università danese avevano deciso di escludermi perché avevano giudicato insufficiente il mio livello di inglese. E lo sapete da cosa l’avrebbero giudicato? Dalle svariate email che opportunamente avevo inviato a Roskilde per chiedere informazioni circa i corsi da poter seguire durante il primo semestre. Ma vi pare professionalmente possibile giudicare un qualsivoglia candidato per un’esperienza Erasmus, o anche per un impiego, dalle email che scrive e dagli eventuali errori grammaticali fatti, tenendo presente che chiunque potrebbe aver scritto quelle email. Unbelievable. Capirete bene che mi sono sentito “trombato” non soltanto dall’università danese ma anche dalla mia alla luce di questa stupida e inconsistente giustificazione, e anche dal momento che hanno atteso che mi recassi personalmente a Roma per chiedere spiegazioni alla Roskilde University. Per chiedere una giustificazione migliore di quella secondo la quale a causa dell’inaspettato numero di richieste proprio la mia era stata respinta, e per chiedere perché la “letter of rejection” fosse arrivata solo a me e non a loro. Ritornato a Salerno, dopo aver concluso la sessione di esami estiva, dall’ufficio relazioni internazionali mi avevano promesso di farmi sapere l’eventuale risposta di Roskilde alla loro richiesta di spiegazioni (se davvero l’hanno fatta) in merito alla mia situazione. Niente di niente, in una fitta nebbia di mistero contro la quale si è infranto il mio sogno di vivere e studiare per sei mesi in un paese straniero, un’esperienza che mi avrebbe fatto imparare tante cose diverse che qui in Italia non so se mai le apprenderò.
TO BE CONTINUED...

venerdì 29 agosto 2008

Nothing lasts forever

Cronache di un'estate #2

Apro una parentesi. Come mai scelsi la Roskilde University in Danimarca? Semplice. Perché lì le lezioni vengono tenute in lingua inglese, almeno per i corsi che avevo intenzione di seguire, e quindi sarebbe stata un’ottima occasione per migliorare e acquistare maggior sicurezza con la lingua franca del mondo globalizzato. Una scelta sensata, no? D’altra parte sarebbe stato anche più facile per me seguire i corsi in inglese (una lingua da me già conosciuta) che non in francese o tedesco, qualora avessi scelto come destinazione la Francia o la Germania. Così era tutto pronto per la partenza (o quasi), visto che ancora dovevo ricevere la conferma dalla Danimarca dell’accettazione del mio piano di studio. Al massimo avrei potuto ricevere da Roskilde (almeno così pensavo) la comunicazione che non tutti i corsi da me scelti era possibile frequentarli durante il primo semestre, e così avrei dovuto modificare in parte il mio “learning agreement”. E invece cosa successe? Stento ancora a crederci se ci ripenso. Alla fine di giugno, mentre aprivo la mia casella di posta elettronica per controllare i nuovi messaggi in arrivo, e magari trovare finalmente la lettera di accettazione dalla Roskilde University, con mia grande sorpresa trovai un’email che non avrei mai voluto leggere. Un’email con allegata la “letter of rejection” dell’università danese, nella quale giustificavano la loro decisione di respingere la mia candidatura Erasmus con queste parole: “Dear Paolo Massa, Roskilde University has received your application to be an exchange student at Roskilde University for the Autumn 2008. This year we have received an unexpected large number of applications for a study places, and we regret to inform you that your application has not been accepted at our institution. All the best, International Office”. Con una lettera prestampata, insomma, dove avevano aggiunto solo il mio nome e cognome, informarono direttamente (e solo) me dell’avvenuta “rejection” senza degnarsi nemmeno di comunicarlo all’ufficio relazioni internazionali della mia università. Se non avessi infatti inoltrato l’email ai responsabili Erasmus della Lumsa, loro non avrebbero saputo niente circa la mia situazione. Ma vi pare possibile alla luce anche di un accordo di cooperazione europea tra due istituzioni universitarie nell’ambito di un programma di scambio accademico? Ma la cosa che mi fece rimanere davvero basito è che questa comunicazione mi giunse alla fine di giugno, per la precisione il 23 giugno (mentre la “letter of rejection” era incredibilmente datata 23 luglio, un mese dopo), quando non avrei potuto più fare domanda per nessuna altra destinazione europea. Considerando tra l’altro che tutta la documentazione era stata inviata entro la data di scadenza – la fine di maggio - prevista dall’università danese (salvo errori della mia università che mi sono stati taciuti, ma non voglio pensar male), la delusione è ancor più cocente.
TO BE CONTINUED...

giovedì 28 agosto 2008

Cronache di un'estate #1

Partiamo dall’inizio. Qualche mese fa, precisamente verso aprile, seppi con mia grande gioia che ero riuscito a vincere una borsa di studio Erasmus per la Danimarca. In marzo infatti avevo compilato tutti i documenti necessari per partecipare al concorso indetto dalla mia università romana, la Lumsa, e dopo qualche settimana ebbi la bella notizia. Da quel momento in poi cominciai a pensare ad organizzare al meglio questa mia trasferta di 6 mesi in terra scandinava, che avrei dovuto vivere preferibilmente durante il prossimo semestre, per la precisione da agosto 2008 a gennaio 2009. Ricordo ancora con quanta cura cercai di scegliere le università nelle quali avrei potuto studiare, e alla fine la mia prima scelta fu la Roskilde University in Danimarca, a una trentina di chilometri dalla bella capitale danese Copenaghen. Il passo successivo fu quello di decidere quali esami avrei potuto sostenere lì a Roskilde, e farmeli approvare dalla coordinatrice del mio corso di laurea specialistica in editoria e giornalismo. Pensavo che questa si sarebbe rivelata la fase più complicata, timoroso che la coordinatrice non avrebbe accettato così facilmente la mia proposta di piano di studio. Ma alla fine tutto filò liscio, e mi ritrovai col mio bel piano di studio (learning agreement, per la precisione) pronto per essere inviato e sottoposto all’approvazione dei responsabili Erasmus dell’Università di Roskilde.
TO BE CONTINUED...

mercoledì 27 agosto 2008

La solitudine dei numeri primi

La solitudine dei numeri primi ha un titolo ammaliante quanto misterioso. E per un libro, ancor di più per un romanzo come questo scritto dal giovane Paolo Giordano, classe 1982 e fresco vincitore del Premio Strega 2008, il fascino del titolo non è poca cosa. Per comprenderne a pieno il senso, è necessario rileggere le parole dell'autore: "I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi ", scrive Giordano. "Se ne stanno al loro posto nell'infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi". Mattia è il protagonista della storia narrata, che pagina dopo pagina vediamo crescere fino all’età della ragione, quando dopo l'università le domande sulla propria vita cominciano a essere molte di più delle risposte che si riesce a dare. Insieme a Mattia, alle prese da bambino con la sorella gemella un po' ritardata (Michela), vediamo crescere parallelamente anche l'altra protagonista del romanzo, Alice, che da piccola, in seguito a un incidente sulla neve, rimane zoppa da una gamba. Due anime, due solitudini, che ben presto, con il trascorrere inesorabile del tempo, si incontreranno prima a scuola e poi nella vita, alla ricerca di una serenità che poche volte hanno afferrato da bambini, e di un riscatto utile a cancellare le ferite indelebili del passato. Mattia ci spera, e ci pensa spesso, dal momento che "i giorni, uno dietro l'altro, erano scivolati sulla pelle come un solvente", e "i contorni, così come le circostanze, erano ancora lì, neri e ben delineati, ma i colori si erano mescolati l'uno con l’altro, fino a sbiadire in una tonalità smorta e uniforme, in una neutrale assenza di significato".Alice e Mattia si ritrovano grandi quasi senza accorgersene, con i ricordi (belli o brutti) che faticano a sbiadire nonostante gli anni trascorsi, ed entrambi lontani e vicini al tempo stesso ci appaiono come "uniti da un filo elastico e invisibile, sepolto sotto un mucchio di cose di poca importanza, un filo che poteva esistere soltanto fra due come loro: due che avevano riconosciuto la propria solitudine l'uno nell'altra". Alice e Mattia come due numeri primi, sospettosi e solitari e per questo meravigliosi. Paolo Giordano ce le descrive, queste due solitudini, con grande sensibilità e una prosa asciutta e sicura, dove conta di più ciò che non è stato detto (e scritto), quasi a voler lasciare al lettore il compito di completare i tasselli mancanti delle vite di Alice e Mattia. Che una volta cresciuti, difficilmente dimenticheranno il giorno del loro primo incontro, quando ancora bambini "non sorridevano e i loro sguardi seguivano traiettorie divergenti, ma era come se i loro corpi fluissero con continuità l'uno nell'altro, attraverso le braccia e le dita a contatto", come se "c'era uno spazio comune tra di loro, i cui confini non erano ben delineati, dove sembrava non mancare nulla e dove l'aria pareva immobile, imperturbata". Lo spazio incolmabile dei numeri primi, lo spazio intangibile di Alice e Mattia.

mercoledì 23 luglio 2008

L'ultimo viaggio di Cesare Pavese

E se la scrittura, giorno dopo giorno, del suo personalissimo diario avesse dato a Cesare Pavese la forza per continuare a vivere, per meglio comprendere il travaglio della sua esistenza terrena? E se l’interruzione di quella corrispondenza con la propria anima gli avesse anche fatto decidere, dopo vari tentativi falliti, di porre fine alla sua vita? A rileggere Il mestiere di vivere, raccolta sotto forma di diario delle confessioni a cuore aperto dello scrittore piemontese, ci vien da pensare che quest’opera, pubblicata postuma nel 1952 da Einaudi dopo la morte due anni prima di Pavese, significò molto per l’autore tanto da scrivervi alla data 16 agosto 1950: “La mia parte pubblica l’ho fatta – ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti”; per poi proseguire il 18 agosto: “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più”. Solo qualche giorno dopo, il 27 agosto 1950, lo scrittore cederà il passo all’uomo (forse) distrutto dall’ennesima delusione d’amore, imboccando la tragica via del suicidio. Sembra quasi che Pavese, nell’imprimere su carta le riflessioni sulla propria vita, sapesse che quelle pagine si sarebbero concluse insieme a lui, con la sua morte, quando non ci sarebbe stato più un motivo per scrivere. A rileggerle, quelle riflessioni, a cento anni dalla sua nascita (nel 1908) in un piccolo paese in provincia di Cuneo, fa una certa impressione notare l’estrema attualità dei pensieri intimi di Pavese, che in un dialogo incessante con i suoi lettori, oggi come ieri, sembra parlarci di sé stesso ma anche di noi tutti. Ecco perché avvicinarsi allo scrittore piemontese, e al suo mestiere di vivere, vuol dire farsi un esame di coscienza letterario, pronti magari a riconoscersi nelle sfumature dei sentimenti dell’autore. “Leggendo non cerchiamo idee nuove” scrive il 3 dicembre 1938, “ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi”. Alla data 29 settembre 1938 invece leggiamo: “Si odia ciò che si teme, ciò quindi che si può essere, che si sente di essere un poco. Si odia se stessi”. Le riflessioni di Pavese sono lucidissime nel delineare i turbamenti dell’animo umano, che diventano i turbamenti dell’umanità intera alle prese con le frustrazioni quotidiane: si legge così al giorno 26 novembre 1937 che “Tutti gli uomini hanno un cancro che li rode, un escremento giornaliero, un male a scadenza: la loro insoddisfazione”. Quello stesso cancro che portò al suicidio Cesare Pavese? Quella stessa insoddisfazione che gli fece scrivere che “tutto il problema della vita è (…) come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri”? Non resta altro che affidarci, in mancanza di risposte certe, alle parole e alle speranze dell’autore stesso, che il 16 febbraio 1936 si chiedeva “Quale mondo giaccia di là di questo mare non so, ma ogni mare ha l’altra riva, e arriverò”. Raggiunse mai quell’altra riva, Cesare Pavese?

Due cuori e una chitarra

Un giovane irlandese di belle speranze sogna di poter incidere un album tutto suo. Una ragazza della Repubblica Ceca, immigrata a Dublino insieme alla madre e alla figlia, desidera trovare un impiego decente. Lui lavora nel negozio del padre, dove ripara aspirapolveri, ma appena può scappa in centro con l’inseparabile chitarra per esibirsi e guadagnare magari qualche spicciolo. Lei vende fiori per la strada, per arrotondare i magri guadagni, e sembra essere l’unica ad ascoltare le belle canzoni del giovane quando gli passa accanto. Una sera decide di fermarsi a parlare, e di dirgli quanto sia bravo. Lui allora le confessa che le canzoni che suona la notte sono sue, perché tanto di giorno la gente vuole sentire solo canzoni famose. Da un incontro (musicale) ha inizio così Once, il bel film diretto dal regista irlandese John Carney, che dopo aver fatto il giro di numerosi festival cinematografici (compreso il Sundance Film Festival di Robert Redford) è approdato anche alla serata finale degli Oscar 2008, dove ha portato a casa la statuetta per la miglior canzone originale assegnata al brano Falling Slowly. Non a caso la musica è un personaggio aggiunto alla storia narrata. E’ a tempo di musica, infatti, che i due ragazzi muovono i loro passi (quasi d’amore) in una grigia e passionale Dublino, quasi come se assistessimo ad un vero e proprio musical d’altri tempi. Così le vicende dei due musicisti (perché ben presto si scoprirà che anche lei è un’abile pianista) sembrano essere racchiuse, quasi magicamente, in un altro tempo e in un’altra dimensione: la dimensione dell’amore. E’ l’affetto tra i due personaggi (interpretati da Glen Hansard e Marketa Irglova, autori del brano Falling Slowly) ad accrescere questa sensazione di estraniamento dalla realtà quotidiana, sempre più venata di solitudine e cuori infranti, con una Dublino che ben la rappresenta nell’incessante passeggiare di una folla indistinta agli occhi dello spettatore (e non solo). Anche agli occhi dei due protagonisti (lui ferito da una storia d’amore finita male, lei immigrata ancora non del tutto integrata) questa folla appare come qualcosa di estraneo ai sogni e alle sofferenze delle proprie vite. Ma sarà proprio la musica, che permetterà loro di riscoprire sé stessi, a diventare il simbolo di un riscatto tanto difficile quanto sperato, l’anello di congiunzione mancante tra le anime sognanti di due giovani in cerca di affetto. Ci sono film che aprono uno squarcio sulla nostra realtà in modi per noi impensabili, come quando guardandoci allo specchio ci accorgiamo di particolari mai notati prima. Once ne è un esempio lampante, fungendo da vero e proprio specchio capace di riflettere pezzi delle nostre vite ben rappresentate dai personaggi sullo schermo. E il film, grazie soprattutto a splendidi sfondi musicali – che costellano gran parte della pellicola, impreziosendola non poco – riesce a toccarci nel profondo con i testi delle canzoni a sostituire spesso le parole dei due protagonisti, più a loro agio nel cantare che nel parlare. E’ la musica che li fa conoscere, è la musica che li fa frequentare, sarà la musica che li farà maturare insieme, anche se per un breve tratto di strada, un tratto pur sempre indimenticabile e prodigo di speranze future.

Io invece studio all'estero, e tu?

“Chissà se, prima o poi, si prenderà il largo”, si chiede in apertura del libro Io invece studio all’estero Loredana Oliva, giornalista di “Il Sole 24 Ore” specializzata sui temi dell’istruzione e del lavoro, che in questo saggio ci spiega, con storie di vita vissuta e utili informazioni sulle borse di studio offerte dai sistemi d’istruzione stranieri, quanto un’esperienza oltre i confini italiani possa arricchire il bagaglio culturale (e non solo) di uno studente. A lei è capitato da giovane studentessa di giornalismo, grazie all’ambito programma “Journaliste en Europe” promosso da Hubert Beuve-Méry, fondatore del giornale “Le Monde”, e dopo questo soggiorno in Francia insieme ad altri colleghi, per tutti loro è ora “un po’ più difficile essere chiusi, intolleranti, razzisti, ingenerosi”. Studiare all’estero, dunque, per aprire la propria mente al mondo sterminato di nuove lingue e culture, e per comprendere a pieno come funzionano (se meglio o peggio) i sistemi universitari (ma anche liceali) di altri paesi. Come dire: unire l’utile al dilettevole. Durante la lettura del libro di Loredana Oliva spiccano alcune statistiche che, purtroppo, non ci consolano in quanto italiani. “Tra i nostri universitari”, scrive la giornalista, “solo il 2% fa un’esperienza all’estero. Gli universitari in mobilità più numerosi sono gli australiani (oltre il 17%), e i francesi, che raggiungono quota 10%. (…) Nel confronto tra 28 Paesi europei dal 2000 al 2005, tra gli Stati partecipanti al programma Erasmus, l’Italia si ferma a quota 76.500 studenti mentre la Francia sfonda il tetto dei 97.000”. Secondo l’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), inoltre, “l’Italia accoglie meno del 2% di studenti internazionali, a fronte del 9% della Francia e del 10% della Germania, per salire al 22% degli Stati Uniti”. Basti pensare tra l’altro che solo il 36% degli italiani, secondo i dati dell’Eurobarometro (Europeans and their Languages, 2006), conosce una lingua diversa da quella madre, al di sotto quindi della media europea pari al 50% di cittadini europei capaci di parlare una lingua straniera. Anche sul fronte lavorativo, per finanziarsi parte dei propri studi, gli studenti italiani sono in svantaggio rispetto ai cugini europei: “In Irlanda gli studenti pagano almeno la metà del costo dei loro studi lavorando”, scrive Loredana Oliva, mentre in Italia “proviene dalle famiglie oltre il 60% delle risorse di cui dispongono gli studenti fuori sede”. Insomma, ad alzare un po’ lo sguardo oltre i nostri confini ci sarebbe tanto da imparare. Un altro piccolo esempio: lo sapevate che all’estero molti ragazzi, dopo il diploma di scuola superiore o dopo i primi tre-quattro anni di università (bachelor), decidono di spendere un anno intero (il cosiddetto “gap year”) per partire da soli in giro per il mondo, alla ricerca di un lavoro e di qualche altra lingua da imparare? C’è addirittura un libro (in lingua inglese) edito dalla Lonely Planet, “The Gap Year Book”, per chiunque volesse trascorrere 365 giorni alle prese con i propri sogni da realizzare. Siete pronti a prendere il largo, allora?

IL DIVO siamo noi?

di Paolo Massa
Il Divo è un film ispirato ad una storia (solo) italiana? A quanto pare no, se si vuole dare una certa rilevanza al trionfo - con il Premio della Giuria, all’ultimo Festival di Cannes - del nuovo, sorprendente film del regista napoletano Paolo Sorrentino. Come si spiegherebbe, altrimenti, il successo francese di una pellicola che, analizzando una delle figure politiche più ambigue e misteriose made in Italy – Giulio Andreotti, alias il Divo -, sembra voler fare in realtà una panoramica sul Potere a 360°, un Potere che non solo in Italia, ci suggerisce il regista, ha qualche scheletro nell’armadio? E lo stile con cui, Paolo Sorrentino, filma questo Potere (politico) oscuro, ripercorrendo gli anni delle stragi impunite e dei processi alla classe dirigente (compreso Andreotti), ci dice in parte quello che sapevamo già: il regista napoletano è uno dei più talentuosi su piazza (italiana). Ma qual è questo stile, che tanto ha affascinato i giurati di Cannes 2008, compreso il presidente americano (nonché regista e attore tra i migliori in circolazione) Sean Penn? E’ uno stile inconfondibile e suadente, che sorprende lo spettatore dall’inizio alla fine con immagini virtuose e mai prive di un fascino misterioso, al pari della misteriosa e (quasi) impenetrabile maschera del divo Giulio Andreotti. Sempre prodigo di sorprese visivamente inaspettate, in particolare negli atteggiamenti grotteschi (e quasi caricaturali) dei singoli personaggi splendidamente interpretati da Toni Servillo (nei panni del divo), Carlo Buccirosso (nelle vesti di Paolo Cirino Pomicino), Massimo Popolizio (che interpreta lo squalo Vittorio Sbardella) e Anna Bonaiuto (Livia, la moglie del divo), il film è uno spettacolo per gli occhi dello spettatore pronto a godere di ogni singola inquadratura e sequenza. Per non parlare poi delle frequenti battute ad effetto di Andreotti, lucido anche nei momenti più tesi ma sempre capace di dispensare perle di saggezza da divo consumato. Un esempio su tutti: “Non ho mai creduto che sia possibile distinguere gli uomini in due categorie, angeli e diavoli. Siamo tutti medi peccatori”. Ma la grandezza del film di Sorrentino è anche nella passione civile (mista a una sana dose di fantasia cinematografica) con la quale il regista ha cercato di dare un ordine (nel disordine) ad una realtà storica, come quella italiana degli ultimi quaranta anni, priva di qualsivoglia verità ultima capace di assegnare a ciascun protagonista della nostra vita pubblica le proprie responsabilità. Un film che diverte e intimorisce al tempo stesso, nel suo incedere ambiguo tra una sfera privata (di Andreotti) a tratti grottesca – ma anche piena di umanità - e una sfera pubblica (quella italiana) sempre più tragica nel dipanarsi incessante dei suoi tanti, troppi misteri ancora insoluti. Specchio riflesso dei tempi che viviamo? Ai posteri l’ardua sentenza.

domenica 13 luglio 2008

"Io so ascoltare gli altri"

La tv, l'ho sempre detto, è una palla magica, bisogna stare molto attenti. Le persone che ci vanno, pur altamente qualificate, hanno un grande problema: quello che si autoascoltano. La mia dote è una sola: io so ascoltare gli altri. Pendo dalle labbra. Sia dalla persona che telefona che forse è l'ultima contadina dell'ultima campagna più misera d'Italia. Sapete perchè? Perchè la mia cultura non è nata attraverso i libri, è nata dalla curiosità, io sono più curioso di una scimmia. Voglio sentire quello che c'è nel vostro cuore, nel vostro animo, nei vostri desideri, nelle vostre differenze.

giovedì 3 luglio 2008

L'Italia delle Veline

Sfoglio un po' la rassegna stampa della Camera dei Deputati e mi imbatto nell'articolo di oggi scritto da Luca Ricolfi su La Stampa. Ne riporto la conclusione tanto per convincermi una volta di più che in Italia si ha il brutto vizio di restare (quasi) sempre alla superficie dei problemi. Meno tasse, più sicurezza, lotta agli sprechi: che fretta c'è? Scrive Ricolfi: "Niente diminuzione delle tasse. Improbabile aumento della sicurezza. Scarsa riduzione degli sprechi. Questo mi sembra quel che rischiamo nei prossimi anni. E tutto perché, mentre su questo si decideva, eravamo concentrati tutti quanti su un solo sia pure importantissimo nodo politico: la 374esima puntata della serie tv «Io, le veline e i magistrati»". Di chi è la colpa? Un'idea io ce l'avrei.

venerdì 27 giugno 2008

La Ragazza del Lago

Spesso nei film è possibile scandagliare i sentimenti (anche i più nascosti) dell’animo umano meglio di quanto sia possibile farlo nella vita vera, quella di ogni giorno. E’ ciò che fa con grande abilità narrativa (e registica) il bel film La ragazza del lago, con uno splendido (e sofferto) Toni Servillo nel ruolo di un commissario che si troverà ad indagare sulla misteriosa morte di una ragazza sulle rive di un lago (altrettanto misterioso quanto l’omicidio). Si narra infatti di una leggenda secondo la quale un serpente addormenterebbe per sempre chiunque si avvicini alle rive del lago. Inizia così l’indagine del commissario Servillo, che alla fine si rivelerà un’indagine su ogni singolo abitante (quasi tutti tratteggiati molto bene) del paesino nel quale si svolgono le vicende. Ognuno di loro ha i suoi problemi, i suoi segreti, le sue speranze, e ben presto lo spettatore si accorgerà che non è poi così importante scoprire chi è l’assassino, o qual è stato il suo movente, ma ancor più intrigante è entrare nelle vite dei vari personaggi per comprendere il loro rapporto con la vittima e come la sua atroce morte abbia cambiato la vita di ognuno, soprattutto quella del commissario. Un film italiano da non perdere.

La Signora del Venerdì

Sceneggiatura di ferro per una brillante commedia ambientata nel cinico (e senza pause) mondo del giornalismo, con una splendida coppia di attori (Cary Grant e Rosalind Russell) a interpretare un marito e una moglie in procinto di divorziare, ma che la passione innata per il mestiere di cronista – sempre a caccia di notizie mirabolanti – ricongiungerà nuovamente come se di divorzio non si fosse mai parlato. I dialoghi sono il maggior pregio della pellicola di Howard Hawks, che con un’ironia spietata e intelligente ci descrive alla perfezione i meccanismi di una redazione in perenne concorrenza con altre redazioni, e che allo scopo sarà pronta a tutto pur di portare in prima pagina l’esclusiva. Un film d’altri tempi, ma con un brio narrativo (e senza cedimenti a trovate comiche troppo rozze e scontate) che pochi altri film d’oggi possono vantare.

martedì 24 giugno 2008

My Endless Road

Capita a volte di spolverare qualche vecchio cd e ritrovarsi estasiati ad ascoltare canzoni mai apprezzate prima, che sembrano essere arrivate al momento giusto proprio per ispirarci e risollevarci dalle delusioni più inaspettate della nostra vita. Long May You Run del grande Neil Young, tratta dall'album Unplugged, mi ha folgorato come non mai lungo la dura strada della disillusione.
Long may you run
Although these changes have come
With your chrome heart shining in the sun

lunedì 23 giugno 2008

A testa alta

Il mio ricordo, e il ricordo di tutti noi italiani, splendidi campioni del mondo in quel di Berlino 2006, non può non essere andato a quegli spettacolari mondiali di calcio della calda (e piena di sorprese) estate di due anni fa. Un ricordo che ora si arresta in parte dinanzi agli spietati calci di rigore che hanno decretato la nostra sconfitta, ed esclusione, dagli europei 2008, contro una più determinata (ma anche fortunata) Spagna. Bisogna saper vincere, come bisogna anche saper perdere. E la nazionale italiana guidata da Roberto Donadoni, pur non avendoci offerto la stessa dose di emozioni della mitica squadra di Marcello Lippi, ha saputo comunque perdere dignitosamente, nella speranza – sempre l’ultima a morire – di avere dalla propria parte quel pizzico di fortuna in più per arrivare almeno in semifinale. Niente da fare, il cammino azzurro si è fermato, e la delusione dei tanti tifosi memori delle imprese mondiali di Berlino è tanta almeno quanto la voglia (ormai perduta) di un agognato bis europeo della nostra nazionale, della nostra cara Italia.
Alla prossima, azzurri…