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mercoledì 22 settembre 2010

L'America che mi piace

Qualcuno mi aveva detto: “L’America non è New York”. Anche per questo sto cercando, durante questo mio stage newyorkese, di uscire - quando posso - dai confini di Manhattan. Lo scorso 6 settembre, Labor Day qui negli Stati Uniti (una sorta di ferragosto americano), decido di fare una gita di un solo giorno a Washington DC. Parto all’1:15 di notte dal Madison Square Garden e arrivo quando è ancora scuro nella capitale, intorno alle 6:30. Il viaggio non è così poi tanto lungo, e la stanchezza ancora non si fa sentire nonostante non dorma come si deve da almeno 12 ore. In autobus cerco di appisolarmi, ma l’impresa non è delle più semplici. Sceso dal bus comincio a cercare disperatamente un diner dove fare una nutriente colazione americana a base di pancake e uova strapazzate. Giro un po’ a vuoto senza trovarne nemmeno uno, poi chiedo a un poliziotto che subito mi dà le giuste indicazioni per raggiungere il Lincoln Diner.
Mi siedo al bancone pronto ad ordinare la mia colazione da campione, e come già previsto scelgo i soliti pancake (cui mi sono davvero affezionato, dopo averli provati la prima volta da Gerardo nel New Jersey) con aggiunta di uova. Il cameriere è molto gentile, si assicura che tutto sia perfetto e non appena arriva la mia colazione mi ci butto a capofitto senza pensare ad altro. Cerco di cospargere al meglio lo sciroppo sui miei tre pancake, in modo che non restino troppo a secco. Appena finisco, posso ritenermi soddisfatto e soprattutto sazio. Decido di lasciare un paio di dollari di mancia al cameriere, che molto contento prende da sotto il bancone una mappa di Washington per indicarmi tutti i posti da vedere in un solo giorno. Che bel regalo, penso all’istante, ed è la prima volta qui in America che la mia mancia è stata ben spesa. Saluto il cameriere e mi incammino per iniziare una giornata da turista a passeggio per la capitale degli States. A ripensarci ora, mi sembra ancora di sentire la stanchezza sulle gambe e sui piedi. Per il bagaglio di ricordi che mi son portato di ritorno a New York non c’è fatica che tenga, però.
E' impagabile arrivare all’alba e camminare lungo il National Mall, vedere sorgere il sole pian piano dietro il Campidoglio, scattare qualche foto alla Casa Bianca di Barack Obama, alzare lo sguardo in cielo per ammirare in tutta la sua imponenza il George Washington Monument ed emozionarsi nel vedere in lontananza la gradinata del Lincoln Memorial che tanti pezzi di Storia ha visto passare sotto i suoi occhi (dal discorso I have a dream di Martin Luther King alla celebrazione per la vittoria di Obama, primo presidente nero della storia americana). Cammino per più di 12 ore con l’obiettivo di vedere tutto quello che posso. La parte più faticosa è raggiungere (sempre a piedi, per potermi godere la vista dall’Arlington Bridge del Potomac River) il cimitero militare di Arlington. Tappa obbligata per me che voglio andare a rendere omaggio ai due fratelli John e Robert Kennedy.


L’emozione è fortissima appena giungo sulla tomba di JFK e alla vista dell’Eternal Flame, omaggio perfetto ad un presidente che continua ad essere pianto ancora oggi: posso giurarvi di aver sentito una ragazza piangere lacrime vere dinanzi a questo fantastico memoriale. Poco distante da JFK, sulla sinistra, rendo omaggio a Robert Kennedy, anche lui caduto sul campo di una battaglia politica che forse l’avrebbe portato alla presidenza: indimenticabile il lungo viaggio del treno che trasportò la salma del povero Robert, e le migliaia di persone ferme, lì vicino ai binari, a porgere il loro ultimo, commosso saluto. Questa è l'America che mi piace.



Non mi sono fatto mancare quasi nulla durante questa indimenticabile gita fuori porta a Washington DC, neanche una conclusiva e veloce visita al National Museum of American History, dove c’era una interessante esposizione dedicata al mitico Abramo Lincoln, che continua a lanciare uno sguardo severo e paterno dall’alto dell’imponente memoriale che svetta sul lungo sentiero della democrazia americana. May God bless all of you, dear Americans!

martedì 24 agosto 2010

New Jersey Reunion #2

Una promessa va sempre mantenuta. Gerardo e Maria, i miei parenti di stanza a Lodi nel New Jersey, mi avevano invitato per un weekend a casa loro, e io ho accettato con piacere. Parto il venerdì sera da New York per la piccola cittadina di Garfield. In circa mezz’ora arrivo a destinazione, e alla stazione trovo Gerardo e Maria a darmi il solito, caloroso benvenuto. Il programma è questo: la sera, appena arrivato, andiamo alla Festa Italiana lì a Garfield, dove mi mangio due sandwich sausage & pepper da paura. C’e anche un piccolo concerto di musica americana: un po’ strano per una Festa Italiana. Il sabato mi sveglio intorno alle 9, e Gerardo mi prepara una delle migliori colazioni della mia vita, una vera e propria colazione americana a base di pancake e panino con uova e ketchup. Devo confessare di non avercela fatta a finire tutto, ma posso dire di essermi saziato alla grande. A pranzo andiamo da un’amica di Gerardo che ci fa mangiare di nuovo (e io devo ancora digerire la super-colazione di qualche ora prima). Ci sediamo e ci rialziamo dopo quasi 4 ore, neanche fosse un cenone di Natale. La sera ritorniamo a Garfield per la Festa Italiana che ospita un concerto in onore di Elvis Presley, a pochi giorni dall’anniversario della morte (il 16 agosto). Il cantante non è dei migliori, ma ad ascoltare le canzoni del Re di Memphis mi viene da pensare quanto abbia significato la figura di Elvis per la musica e la storia a stelle e strisce. «Before Elvis, there was nothing», disse John Lennon. Il suo modo di recitare sul palco, il carisma e il fascino hanno rappresentato e rappresentano ancora al meglio l’attrazione che gli Stati Uniti esercitano su noi europei speranzosi di assaggiare una fetta di sogno americano. La domenica mi alzo alle 6 perché alle 7:30 dobbiamo prendere l’autobus per Atlantic City, dove andremo a giocare al Casinò. Il viaggio per (e da) Atlantic City rimarrà una delle esperienze più strane e a tratti surreali della mia vita.
A parte il fatto che a bordo sono l’unico giovane della comitiva, a un certo punto gli organizzatori della gita cominciano a recitare al microfono il rosario: ripasso così alcune preghiere dimenticate col passare degli anni. Cerco in tutti i modi di ascoltare un po’ di musica ma la voce al microfono è più forte delle mie cuffie. La parte peggiore arriva quando tutti insieme iniziano a cantare canzoni di chiesa, alcuni con una voce davvero stridula. Ma la cosa che più mi sorprende è la profonda fede di tutte queste persone e al tempo stesso la loro voglia di non lasciarsi sfuggire l’occasione di scommettere al Casinò. La domanda allora nasce spontanea: come si fa a conciliare la Fede e il desiderio di giocare un pacco di soldi alle slot machine? Forse proprio una contraddizione del genere ci può permettere di afferrare il segreto della vita: non sempre tutto è bianco o nero, spesso è la sfumatura a farla da padrona – per dirla alla Tony Pagoda (© Paolo Sorrentino) – e non è detto che questa sfumatura chiarisca le nostre idee già troppo confuse. All’inizio sono un po’ timoroso a scommettere qualche dollaro, poi mi basta iniziare per non riuscire più a smettere. Morale della favola: scommetto ben $160, e se non fosse per l’ultima (fortunata) giocata che mi fa recuperare $64, finirebbe certamente peggio per il mio portafoglio. Resta comunque da incorniciare una giornata di certo più lenta rispetto ai soliti ritmi newyokesi, ma che mi ha saputo regalare una esperienza mai vissuta prima insieme a delle persone semplici e generose, alla riscoperta di quelle radici che prima della mia partenza non credevo nemmeno potessero esistere. Grazie di tutto Gerardo e Maria, see you soon on the other side of the Hudson River.