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mercoledì 12 gennaio 2011

Their Glory Days

Penso che questa sia la coppia più fortunata al mondo. Qualche mese fa Ed Dwyer e Jen Smith si stavano facendo fotografare dall'amica Kella MacPhee per un album di foto in preparazione al loro matrimonio, quando a un certo punto hanno incontrato lungo un boardwalk del New Jersey niente di meno che Bruce Springsteen. Il Boss non si è risparmiato, ha posato in qualche foto insieme ai futuri sposini e gli ha addirittura dedicato una serenata con la chitarra. Amazing!

martedì 12 ottobre 2010

Il mio 11 settembre

Ricordo ancora quel pomeriggio di nove anni fa, 11 settembre 2001, io ancora un ragazzino – da qualche mese 16enne – pronto a godermi gli ultimi fuochi di una estate trascorsa a giocare a pallone, mattina e sera, nel mio adorato Parco del Sole a Salerno. Era un pomeriggio come tanti passato subito dopo pranzo a guardare un po’ di televisione e a sonnecchiare, quando a un certo punto vedo mio fratello correre in salone per darci la notizia. Ci ritroviamo in un attimo – io, mio padre e mia zia – davanti ad una apocalisse via etere, di fronte alle terribili immagini dell’attacco terroristico al cuore economico degli Stati Uniti, il World Trade Center con le sue altissime Twin Towers. Marco, mio fratello, vede con i suoi occhi, e in diretta, l’impatto del secondo aereo in una delle torri: solo in quel momento capisce che non si tratta di un film di fantascienza. E' tutto vero. Dopo quasi un’ora ipnotizzati davanti alla Tv, gli occhi fissi su quei due cerini di acciaio feriti a morte, assistiamo al crollo di circa 3000 vite innocenti nel vuoto di un cratere che avremmo tutti chiamato Ground Zero. Da quel giorno, anno dopo anno, è cresciuto in me il desiderio di andare di persona a New York, per varcare la soglia di un nuovo mondo, gli Stati d’Uniti d’America, capace di forgiare gran parte dei miei sogni e delle mie speranze. Nessuno avrebbe potuto pronosticare che proprio l’11 settembre di nove anni dopo, mi sarei trovato a New York per lavoro (come stagista a Rai Corporation) a coprire l’anniversario (tra l’altro il più turbolento di tutti) di quel tragico e storico giorno. Così lo scorso 11 settembre 2010 arrivo al mattino presto alla Rai per dare una mano durante le dirette dal terrazzo con vista sulla parte meridionale di Manhattan, dove prima svettavano imponenti le torri. La commemorazione si svolge questa volta con un occhio alle manifestazioni organizzate dagli attivisti contrari alla costruzione di un Islamic Center a pochi isolati da Ground Zero. Insieme al cameraman restiamo in strada per documentare le manifestazioni a favore e contro questo controverso progetto architettonico. C’è chi invoca il dovere di rispettare le migliaia di vite innocenti uccise dalla furia di fantomatici credenti islamici, chi invece grida a voce alta il suo benvenuto in terra americana a chiunque professi una religione diversa, Islam compreso, perché in fin dei conti – questa è la mia impressione - Bin Laden & Co. non possono considerarsi dei veri musulmani. Tornando a casa pronto per partire in serata per il New Jersey, ripenso a questa giornata lunga e faticosa e mi sento ripagato in pieno per aver potuto parteciparvi. Appena arrivo a casa di Gerardo, mio cugino di 3° grado, già dall’auto intravedo in lontananza un doppio fascio di luci. Capisco di cosa si tratta, e il mio pensiero va subito a quelle fantastiche torri che per una notte all’anno sembrano rivivere ancora, sebbene solo per poche ore, lassù nel cielo scuro del New Jersey e del mondo intero. Così tramonta anche il mio (primo) 11 settembre a stelle e strisce, insieme a quelle luci che presto sfumeranno lasciando posto, poco a poco, ad una nuova alba.

martedì 14 settembre 2010

Vita da stagista #4

Durante questo mio stage a Rai Corporation sto avendo modo di capire cosa voglia dire fare del buon giornalismo (e viceversa). Io ho avuto la fortuna di lavorare per il Tg3 insieme al corrispondente Oliviero Bergamini, un vero giornalista, curioso e pronto a coprire storie capaci di spiegare un pezzetto, ma pur sempre significativo, di realtà newyorkese e americana. Dopo il servizio su 5POINTZ e sui 99ers, siamo andati insieme al producer David nel New Jersey ad intervistare un sergente dell’esercito che ha perso entrambe le gambe in Iraq. L’intervista non era facile da condurre vista la profonda ritrosia del veterano ad esprimersi politicamente sui conflitti in Iraq ed Afghanistan. “Non ho nessun rammarico”, ci ha detto il sergente riferendosi alle sue tre missioni in terra irachena, confidandoci di averlo fatto per il bene della sua Patria. Non ha cambiato idea nemmeno dopo aver perso le gambe, forse anche per giustificare questo suo amaro destino. La cosa che più mi ha colpito appena arrivati a Union Beach, nel New Jersey, è stata la grande bandiera a stelle e strisce che sventolava forte sulla sua casa. “Focus on what you have, not on what you do not have”, ci ha detto il veterano, intendendo che ormai non ha più senso pensare alle gambe perdute per sempre in battaglia. Meglio sarebbe concentrarsi su ciò che si ha ancora, come ad esempio la famiglia, una moglie e dei figli insieme ai quali crescere e superare i momenti di sconforto. Nel concludere la lunga intervista, mentre il sergente ci stava mostrando ciò che ogni mattina deve fare per salire e scendere dall'auto, mi è venuto in mente di fargli un’ultima domanda su quella splendida bandiera sventolante sopra le nostre teste. “When you see that flag over your house, what do you think? How do you feel? What does it mean for you?”. Per un attimo il veterano si è commosso, come se tutta la sua sicurezza fosse svanita nel rispondere a una domanda che aveva sfiorato i ricordi più tristi (sugli amici persi lungo la strada) e le convinzioni più forti (su una Patria con una storia da onorare anche a costo di perdere una parte di se stessi in guerra).

martedì 24 agosto 2010

New Jersey Reunion #2

Una promessa va sempre mantenuta. Gerardo e Maria, i miei parenti di stanza a Lodi nel New Jersey, mi avevano invitato per un weekend a casa loro, e io ho accettato con piacere. Parto il venerdì sera da New York per la piccola cittadina di Garfield. In circa mezz’ora arrivo a destinazione, e alla stazione trovo Gerardo e Maria a darmi il solito, caloroso benvenuto. Il programma è questo: la sera, appena arrivato, andiamo alla Festa Italiana lì a Garfield, dove mi mangio due sandwich sausage & pepper da paura. C’e anche un piccolo concerto di musica americana: un po’ strano per una Festa Italiana. Il sabato mi sveglio intorno alle 9, e Gerardo mi prepara una delle migliori colazioni della mia vita, una vera e propria colazione americana a base di pancake e panino con uova e ketchup. Devo confessare di non avercela fatta a finire tutto, ma posso dire di essermi saziato alla grande. A pranzo andiamo da un’amica di Gerardo che ci fa mangiare di nuovo (e io devo ancora digerire la super-colazione di qualche ora prima). Ci sediamo e ci rialziamo dopo quasi 4 ore, neanche fosse un cenone di Natale. La sera ritorniamo a Garfield per la Festa Italiana che ospita un concerto in onore di Elvis Presley, a pochi giorni dall’anniversario della morte (il 16 agosto). Il cantante non è dei migliori, ma ad ascoltare le canzoni del Re di Memphis mi viene da pensare quanto abbia significato la figura di Elvis per la musica e la storia a stelle e strisce. «Before Elvis, there was nothing», disse John Lennon. Il suo modo di recitare sul palco, il carisma e il fascino hanno rappresentato e rappresentano ancora al meglio l’attrazione che gli Stati Uniti esercitano su noi europei speranzosi di assaggiare una fetta di sogno americano. La domenica mi alzo alle 6 perché alle 7:30 dobbiamo prendere l’autobus per Atlantic City, dove andremo a giocare al Casinò. Il viaggio per (e da) Atlantic City rimarrà una delle esperienze più strane e a tratti surreali della mia vita.
A parte il fatto che a bordo sono l’unico giovane della comitiva, a un certo punto gli organizzatori della gita cominciano a recitare al microfono il rosario: ripasso così alcune preghiere dimenticate col passare degli anni. Cerco in tutti i modi di ascoltare un po’ di musica ma la voce al microfono è più forte delle mie cuffie. La parte peggiore arriva quando tutti insieme iniziano a cantare canzoni di chiesa, alcuni con una voce davvero stridula. Ma la cosa che più mi sorprende è la profonda fede di tutte queste persone e al tempo stesso la loro voglia di non lasciarsi sfuggire l’occasione di scommettere al Casinò. La domanda allora nasce spontanea: come si fa a conciliare la Fede e il desiderio di giocare un pacco di soldi alle slot machine? Forse proprio una contraddizione del genere ci può permettere di afferrare il segreto della vita: non sempre tutto è bianco o nero, spesso è la sfumatura a farla da padrona – per dirla alla Tony Pagoda (© Paolo Sorrentino) – e non è detto che questa sfumatura chiarisca le nostre idee già troppo confuse. All’inizio sono un po’ timoroso a scommettere qualche dollaro, poi mi basta iniziare per non riuscire più a smettere. Morale della favola: scommetto ben $160, e se non fosse per l’ultima (fortunata) giocata che mi fa recuperare $64, finirebbe certamente peggio per il mio portafoglio. Resta comunque da incorniciare una giornata di certo più lenta rispetto ai soliti ritmi newyokesi, ma che mi ha saputo regalare una esperienza mai vissuta prima insieme a delle persone semplici e generose, alla riscoperta di quelle radici che prima della mia partenza non credevo nemmeno potessero esistere. Grazie di tutto Gerardo e Maria, see you soon on the other side of the Hudson River.

mercoledì 4 agosto 2010

New Jersey Reunion

Me l’ero sempre domandato, chiedendo a volte ai miei genitori: ma abbiamo dei parenti, anche alla lontana, che vivono negli Stati Uniti o addirittura a New York? Così pochi giorni prima della mia partenza americana scopro che in realtà qualcuno c’è, dall’altra parte dell’oceano, che un qualche legame di parentela con la mia famiglia (paterna) ce l’ha. Lui si chiama Gerardo, originario di Palomonte come mio padre, da oltre 40 anni trasferitosi in America per lavorare, e dove ha cresciuto una famiglia che ho avuto il piacere di conoscere domenica scorsa. Vivono nel New Jersey, in una cittadina chiamata Lodi. Sabato scorso decido di chiamarli, così ci mettiamo finalmente d’accordo per incontrarci il giorno dopo. La domenica Gerardo e Anthony (il genero di Gerardo, marito della figlia Susanna) vengono addirittura a prendermi fino ad Harlem, da dove mi portano nel New Jersey. Passiamo per Jersey City, dove abita Anthony che fa il poliziotto e che ha lo stesso cognome di mia nonna Rosa (Scalcione), quindi secondo i suoi calcoli dovremmo essere cugini di 4° grado. Con lui parliamo inglese, visto che non conosce bene l’italiano ma un pochino lo capisce (soprattutto il dialetto), e anche se si sente – come mi ha confidato – italiano nel cuore. Il suo sogno, infatti, sarebbe quello di ottenere la cittadinanza, dato che la madre è nata in Italia, e potersi trasferire un giorno nel Bel Paese. Con Gerardo invece parliamo addirittura in dialetto, e il suo accento – mezzo americano, mezzo napoletano – è un piacere ascoltarlo. Non dimenticherò mai l’accoglienza riservatami da Gerardo, dalla moglie Maria, dalla figlia Susanna, da Anthony e dai loro due figli piccoli, Marina ed Antonio. Tutti erano curiosi di conoscermi, di parlarmi, quasi come se l’arrivo del cugino italiano in America fosse un segno del destino da non lasciarsi scappare. Io, da parte mia, non me lo sono fatto scappare, e dopo aver trascorso una delle giornate più importanti della mia vita sono ancora più convinto di aver fatto la scelta giusta. Per un attimo ho riassaporato il gusto di stare in famiglia, che spesso in Italia sottovaluto preso dai miei fantomatici impegni, dal mio essere troppo duro con gli altri e con me stesso, dalla mia cecità dovuta ad abitudini dure a morire. Ma cosa c’è di più bello che mangiare attorno a una tavola imbandita di tutto e di più, in compagnia di persone semplici e generose, tra una bottiglia di birra e un piatto di pasta, una risata e una fetta di torta, una ciliegia e un bicchiere di limoncello, quasi come se Salerno fosse lì dietro la porta pronta a donarti col cuore qualcosa di intangibile ma di così concreto come solo la famiglia sa essere? See you soon, miei cari amici del New Jersey. E' una promessa che non mancherò.