Che emozione rivedere queste immagini di New York. E pensare a tutte le volte che ci sono entrato e uscito dall'instancabile metropolitana newyorkese durante il mio indimenticabile periodo di stage a RAI Corporation. New York City mi ha stregato, in un certo senso mi ha anche drogato facendomene sentire enormemente la mancanza una volta ritornato in Italia. Ma dentro il cuore so che la mia storia con la Grande Mela non è ancora finita, almeno lo spero. Lo so che c'è ancora uno spicchio di sogno americano ad aspettarmi lì da qualche parte nel tempo e nello spazio. Io lo so.
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venerdì 4 marzo 2011
martedì 28 dicembre 2010
Snowmageddon #2
Sembra una sequenza del film post-apocalittico The Road, invece è una foto scattata a New York dopo la bufera di neve scatenatasi qualche giorno fa.lunedì 27 dicembre 2010
venerdì 17 dicembre 2010
What a View
Continuano i lavori al 52esimo piano di una delle nuove torri del World Trade Center. Che vista, ragazzi!
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venerdì 10 dicembre 2010
martedì 12 ottobre 2010
Il mio 11 settembre
Ricordo ancora quel pomeriggio di nove anni fa, 11 settembre 2001, io ancora un ragazzino – da qualche mese 16enne – pronto a godermi gli ultimi fuochi di una estate trascorsa a giocare a pallone, mattina e sera, nel mio adorato Parco del Sole a Salerno. Era un pomeriggio come tanti passato subito dopo pranzo a guardare un po’ di televisione e a sonnecchiare, quando a un certo punto vedo mio fratello correre in salone per darci la notizia. Ci ritroviamo in un attimo – io, mio padre e mia zia – davanti ad una apocalisse via etere, di fronte alle terribili immagini dell’attacco terroristico al cuore economico degli Stati Uniti, il World Trade Center con le sue altissime Twin Towers. Marco, mio fratello, vede con i suoi occhi, e in diretta, l’impatto del secondo aereo in una delle torri: solo in quel momento capisce che non si tratta di un film di fantascienza. E' tutto vero. Dopo quasi un’ora ipnotizzati davanti alla Tv, gli occhi fissi su quei due cerini di acciaio feriti a morte, assistiamo al crollo di circa 3000 vite innocenti nel vuoto di un cratere che avremmo tutti chiamato Ground Zero. Da quel giorno, anno dopo anno, è cresciuto in me il desiderio di andare di persona a New York, per varcare la soglia di un nuovo mondo, gli Stati d’Uniti d’America, capace di forgiare gran parte dei miei sogni e delle mie speranze. Nessuno avrebbe potuto pronosticare che proprio l’11 settembre di nove anni dopo, mi sarei trovato a New York per lavoro (come stagista a Rai Corporation) a coprire l’anniversario (tra l’altro il più turbolento di tutti) di quel tragico e storico giorno. Così lo scorso 11 settembre 2010 arrivo al mattino presto alla Rai per dare una mano durante le dirette dal terrazzo con vista sulla parte meridionale di Manhattan, dove prima svettavano imponenti le torri. La commemorazione si svolge questa volta con un occhio alle manifestazioni organizzate dagli attivisti contrari alla costruzione di un Islamic Center a pochi isolati da Ground Zero. Insieme al cameraman restiamo in strada per documentare le manifestazioni a favore e contro questo controverso progetto architettonico. C’è chi invoca il dovere di rispettare le migliaia di vite innocenti uccise dalla furia di fantomatici credenti islamici, chi invece grida a voce alta il suo benvenuto in terra americana a chiunque professi una religione diversa, Islam compreso, perché in fin dei conti – questa è la mia impressione - Bin Laden & Co. non possono considerarsi dei veri musulmani. Tornando a casa pronto per partire in serata per il New Jersey, ripenso a questa giornata lunga e faticosa e mi sento ripagato in pieno per aver potuto parteciparvi. Appena arrivo a casa di Gerardo, mio cugino di 3° grado, già dall’auto intravedo in lontananza un doppio fascio di luci. Capisco di cosa si tratta, e il mio pensiero va subito a quelle fantastiche torri che per una notte all’anno sembrano rivivere ancora, sebbene solo per poche ore, lassù nel cielo scuro del New Jersey e del mondo intero. Così tramonta anche il mio (primo) 11 settembre a stelle e strisce, insieme a quelle luci che presto sfumeranno lasciando posto, poco a poco, ad una nuova alba.
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mercoledì 22 settembre 2010
L'America che mi piace
L’emozione è fortissima appena giungo sulla tomba di JFK e alla vista dell’Eternal Flame, omaggio perfetto ad un presidente che continua ad essere pianto ancora oggi: posso giurarvi di aver sentito una ragazza piangere lacrime vere dinanzi a questo fantastico memoriale. Poco distante da JFK, sulla sinistra, rendo omaggio a Robert Kennedy, anche lui caduto sul campo di una battaglia politica che forse l’avrebbe portato alla presidenza: indimenticabile il lungo viaggio del treno che trasportò la salma del povero Robert, e le migliaia di persone ferme, lì vicino ai binari, a porgere il loro ultimo, commosso saluto. Questa è l'America che mi piace.
Non mi sono fatto mancare quasi nulla durante questa indimenticabile gita fuori porta a Washington DC, neanche una conclusiva e veloce visita al National Museum of American History, dove c’era una interessante esposizione dedicata al mitico Abramo Lincoln, che continua a lanciare uno sguardo severo e paterno dall’alto dell’imponente memoriale che svetta sul lungo sentiero della democrazia americana. May God bless all of you, dear Americans!
martedì 14 settembre 2010
I love New York City!!!
Capita di vedere un film open air nel cuore pulsante di Central Park, dove centinaia di new yorker (o aspiranti tali, come me) si riuniscono per guardare tutti insieme una pietra miliare della cinematografia a stelle e strisce, a firma Woody Allen, capace di catturare su pellicola l’anima di una città dai mille volti e dalle innumerevoli maschere. Bastano pochi secondi, con la Rapsodia in blu di George Gershwin a fare da sfondo musicale alle prime indimenticabili sequenze di Manhattan, per far scattare un applauso generale, come se tutti gli spettatori - avidi di vedere per l’ennesima volta una pellicola consumata nel corso degli anni – fossero sintonizzati sulla stessa frequenza, pronti a gustarsi l’esplosione su schermo di luci (notturne) e di colori (diurni) tipici di New York City. E la trama, raccontandoci le vicende di un adulto che non vuol proprio crescere, innamorato (per modo di dire) di una ragazzina sin troppo matura, sembra ricalcare le orme di una metropoli dura e romantica come poche altre sanno essere al tempo stesso. I love NYC!
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mercoledì 1 settembre 2010
Rendiamo grazie al (Dio) Gospel
Mio padre me l’aveva detto: “Vai a vedere i cori gospel ad Harlem”. E così ho fatto, anche se in ritardo dal mio arrivo, a fine luglio, nel quartiere afro di Manhattan. Decidiamo di andare qualche domenica fa all’altezza della 116th Street, peccato per il tempo che ci riserva un bel po’ di pioggia. Solitamente la messa inizia tra le 10:30 e le 11am, e se non ti avvii in anticipo rischi di trovare la solita fila dei turisti desiderosi di vivere la stessa, entusiasmante emozione religiosa a suon di musica gospel. Noi arriviamo abbastanza tardi, e pur provando ad entrare in diverse chiese non c’è verso di trovare ancora posti liberi. Per fortuna l’amico di Giulia, Stefano, chiede all’ingresso della Memorial Baptist Church se c’è qualche altra messa nel pomeriggio. Ce ne sarà una alle 3pm, e così dopo aver consumato un ottimo brunch nel West Village ritorniamo ad Harlem per immergerci finalmente nel ritmo di una celebrazione gospel. Per certi versi siamo anche fortunati a non aver trovato posto la mattina, perché più tardi partecipiamo ad un evento meno turistico non trattandosi di una messa domenicale vera e propria. Appena entrati in chiesa, ci sediamo su alcune sedie poste lateralmente quasi avessimo paura di disturbare un rito cui non ci sentiamo ancora parte integrante. Ad affascinarmi di più è la batteria alla mia destra, che mi fa immaginare la preghiera in musica che ascolteremo. Ci dicono che sentiremo solo qualche canzone, e invece più e più volte i musicisti all’organo e alla batteria si esibiscono per accompagnare la preghiera dei fedeli. Per qualche minuto riesco anche a fare delle riprese con la fotocamera, sebbene non sia permesso. È un continuo alzarsi e sedersi nel tentativo di emulare al meglio il comportamento delle persone che ci circondano: cantare, battere le mani a suon di musica e rendere grazie a Dio a passo di danza. Sul finire, dopo più di due ore di passione religiosa, ci alziamo tutti in piedi e ci diamo i mignoli (sì, avete capito bene, i mignoli e non le mani) per dedicare l’ultima preghiera gospel al Signore, il meno noioso e più rock che abbia mai conosciuto. Thanks God!
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martedì 10 agosto 2010
Metti una sera ad Harlem
Per gli amanti della musica New York City è la città ideale. Poi in estate, grazie alla bella manifestazione SummerStage che propone concerti gratuiti in giro per Manhattan, le occasioni rischiano di diventare ancora più ghiotte. Capita così di ascoltare ad Harlem, nel piccolo ma accogliente Marcus Garvey Park, un’indimenticabile esibizione del musicista afroamericano Gil Scott-Heron. Circondato perlopiù da ragazzi e ragazze, vecchi e bambini di colore, nel cuore di un’Harlem chiamata a raccolta dalla passione di Scott-Heron, mi sento parte di un rito musicale capace, anche solo per qualche ora, di sconfinare oltre qualsivoglia muro tra razze, nella consapevolezza che a cantare è un'unica, grande voce, pronta a liberarci dai lacci più ostinati della nostra visione, spesso troppo ristretta, delle cose del mondo. Peace, love, soul: basta poco per crescere a suon di (buona) musica.
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martedì 3 agosto 2010
Sono un ragazzo fortunato

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martedì 27 luglio 2010
Il primo giorno di scuola
Tutto come una volta, proprio quando da bambino mi accingevo ogni anno, dopo un’estate sfrenata passata a giocare a pallone dalla mattina alla sera, a ritornare tra i banchi di scuola con un leggero mal di pancia. Come è successo oggi, leggermente emozionato per l’inizio di questo mio sogno a stelle e strisce targato Rai Corporation. Quasi faccio tardi già il primo giorno per colpa della linea 3 della subway che non vuole saperne di partire dalla fermata 148th di Harlem. Alla fine riesco ad arrivare giusto in tempo, pronto per salire al 25esimo piano del palazzo della at&t insieme alle mie compagne di stage (Giulia, Paola, Patrizia, Laura, Clea e Teodora: eh lo so, proprio beato tra le donne!). Giunti a destinazione ci imbattiamo subito nella scritta Rai Corporation, ad avvertirci che stiamo entrando in una sorta di Little Italy televisiva nel cuore di Manhattan. Ad accoglierci è Donatella, che ci porta in una stanza per spiegarci cosa faremo durante questa prima giornata di orientamento. Uno dopo l’altro ci vengono a parlare i responsabili delle varie sezioni per darci ognuno la propria panoramica sul lavoro che in gruppi separati – tra ufficio corrispondenza, client and services e Rai Italia – ci troveremo a svolgere. Le idee pian piano cominciano a schiarirsi, però manca ancora qualcosa per realizzare di essere stati selezionati davvero come stagisti a Rai Corporation. Ce ne rendiamo conto non appena saliamo sul terrazzo dove i giornalisti fanno gli stand-up e dove i vecchi interns si mettono in posa per immortalare uno dei momenti più entusiasmanti della loro vita: aver fatto parte di un sogno chiamato New York. Osservare in lontananza il ponte di Manhattan e di Brooklyn, l’Empire State Building e il Chrysler Building, lanciare uno sguardo sul fiume Hudson e immaginare - ora come nove anni fa - l’atmosfera di terrore che si respirava mentre le due Torri gemelle implodevano su se stesse, ti toglie il respiro e ti fa pensare: alla fine ce l’ho fatta, il sogno è diventato realtà, adesso non resta altro da fare che rimboccarsi le maniche e mettercela tutta. Tanto è solo l'inizio.
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domenica 25 luglio 2010
Almost like a New Yorker
Da qualche giorno mi sto chiedendo cosa davvero voglia dire sentirsi un New Yorker a tutti gli effetti. Forse lo inizierò a capire una volta che mi trasferirò nell’appartamento che ho trovato sulla 149th street ad Harlem. Avere un punto d’appoggio stabile, non come l’ostello Westside Pearl che mi ha ospitato nell’Upper West Side per quattro notti, mi aiuterà di certo a conquistare quella autonomia che finora non ho avuto. Da lunedì, poi, quando finalmente inizierà lo stage a Rai Corporation (e non vedo l’ora), non potrò che immergermi a pieno ritmo in una città che di ritmo non ne perde mai, nemmeno la sera quando la gente ritorna a casa da una giornata di lavoro, magari pronta a farsi trascinare dalle tante manifestazioni open air che NYC sa offrire in estate. Di sicuro non me le lascerò sfuggire – tra concerti, rassegne cinematografiche e gite fuori porta – pronto a vivere giorno dopo giorno come un vero New Yorker, nostalgico quanto basta della sua Italia ma felice di essersene allontanato per un po’, forse per amarla meglio e di più. Come cantava Warren Zevon in Keep me in your heart: “If I leave you it doesn’t mean I love you any less”. See you dear Italy, but not yet, not yet.
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