Visualizzazione post con etichetta upper west side. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta upper west side. Mostra tutti i post

mercoledì 18 agosto 2010

Vita da stagista #3

La mia vita da stagista a Rai Corporation a tratti è noiosa, ma è anche molto esaltante, soprattutto se mi capita di uscire in esterna a girare con la troupe. E’ capitato diverse volte, specialmente da quando è arrivato Oliviero Bergamini. Siamo andati a Ground Zero, di fronte all’edificio che dovrebbe ospitare una moschea proprio a due passi dal cratere delle Torri gemelle. Poi abbiamo fatto delle interviste a 5POINTZ, nel Queens, considerato la Mecca per i writers di tutto il mondo. E’ un posto dove qualsiasi appassionato di graffiti può trovare uno spazio sul quale scaricare la propria fantasia artistica. Ce ne sono di migliori e di peggiori, ma avere l'opportunità di vedere tutti questi graffiti diversi, e gli uni vicini agli altri, è davvero imperdibile.
Durante queste prime settimane di stage sono anche riuscito ad organizzare una intervista per Oliviero sul tema dei 99ers, ovvero coloro che negli Stati Uniti si ritrovano senza più sussidi di disoccupazione dopo averne ricevuto per 99 settimane di seguito. Abbiamo intervistato Connie, una signora senza lavoro da più di un anno che ci ha spiegato con passione e un pizzico di commozione la sua storia in comune con quella di tanti altri americani rimasti privi di sostegni economici.
Ci ha anche parlato di persone suicidatesi perché incapaci di trovare una via d’uscita dal tunnel dell'unemployment che sta ferendo nel profondo l’anima di un' America ancora nella morsa della crisi. Connie però ci ha più volte ripetuto: “I don’t give up, I don’t give up”. Good luck, Connie. Good luck, America.

martedì 10 agosto 2010

Continua la vita, continua la vita

Finora non sono andato nemmeno una volta al cinema, dal mio sbarco qui a New York. Quale migliore occasione, allora, per inaugurare la mia stagione cinematografica americana, che andare a vedere un bel film open air (proprio così, all’aria aperta) sulla riva dell’Hudson River nell’Upper West Side? La rassegna in questione si è tenuta al Riverside Park, e insieme a Giulia, Paola, Pat e Clea abbiamo deciso di andare per rilassarci dopo una giornata di stage. Il film proiettato è Big Fish di Tim Burton, che non ho mai visto anche se mio fratello Marco mi ha sempre consigliato di farlo. La storia è molto bella, sebbene la pellicola sia a tratti un tantino strappalacrime. Mi ha colpito il desiderio del protagonista di morire come in un sogno, tanto perfetto quanto la sua meravigliosa vita vissuta sulla Terra. La domanda allora nasce spontanea: si può davvero morire così come si desidera? Basta solo un sogno a farci credere di poterlo fare? Di certo, qui a New York, tra sogni realizzati, da realizzare ancora e ambizioni da coltivare, il tempo per sognare ce n’è davvero poco. Continua la vita, continua la vita: quella vera, s’intende, senza attimi di tregua.

mercoledì 28 luglio 2010

Forever Young (in New York City)

Spesso in ostello si conoscono persone che non avremmo mai avuto l’occasione di incontrare. Ragazzi e ragazze da tutto il mondo con i quali scambiarsi impressioni sulle proprie vite, sui propri sogni, sui propri viaggi. Il viaggio diventa così un luogo dell’anima grazie al quale poter fare incontri che non si dimenticheranno facilmente. A me è capitato proprio qui a New York, durante i primi giorni trascorsi al Westside Pearl nell’Upper West Side. A volte basta uno sguardo per intendersi, un sorriso, un fugace scambio di parole per fare amicizia. Basta un messaggio sul cellulare per contattarsi, magari per uscire e vedersi ancora una volta. Possono passare anche dei giorni prima di rincontrarsi, poi tutto sembra filare liscio e le proprie strade come per magia si incrociano di nuovo. Una partita di baseball – Metz contro Cardinals allo Shea Stadium – diventa così una ottima occasione per far sì che queste strade si ricongiungano, anche solo per poche ore di una qualunque sera d’estate americana. Tra una risata e un silenzio, una foto e una chiacchiera, la magia a tratti svanisce per sbiadire inesorabilmente in un saluto che ha il sapore dolceamaro della giovinezza. Un sapore che non verrà dimenticato a cuor leggero.

domenica 25 luglio 2010

Almost like a New Yorker


Da qualche giorno mi sto chiedendo cosa davvero voglia dire sentirsi un New Yorker a tutti gli effetti. Forse lo inizierò a capire una volta che mi trasferirò nell’appartamento che ho trovato sulla 149th street ad Harlem. Avere un punto d’appoggio stabile, non come l’ostello Westside Pearl che mi ha ospitato nell’Upper West Side per quattro notti, mi aiuterà di certo a conquistare quella autonomia che finora non ho avuto. Da lunedì, poi, quando finalmente inizierà lo stage a Rai Corporation (e non vedo l’ora), non potrò che immergermi a pieno ritmo in una città che di ritmo non ne perde mai, nemmeno la sera quando la gente ritorna a casa da una giornata di lavoro, magari pronta a farsi trascinare dalle tante manifestazioni open air che NYC sa offrire in estate. Di sicuro non me le lascerò sfuggire – tra concerti, rassegne cinematografiche e gite fuori porta – pronto a vivere giorno dopo giorno come un vero New Yorker, nostalgico quanto basta della sua Italia ma felice di essersene allontanato per un po’, forse per amarla meglio e di più. Come cantava Warren Zevon in Keep me in your heart: “If I leave you it doesn’t mean I love you any less”. See you dear Italy, but not yet, not yet.