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sabato 28 maggio 2011

Rest in Peace, Gil

No matter how far wrong you've gone
You can always turn around
E' morto il grande musicista afroamericano Gil Scott-Heron. Nemmeno un anno fa, in un parco di Harlem, a New York City, ebbi la fortuna di vedere un suo concerto. Addio Gil!

mercoledì 1 settembre 2010

Rendiamo grazie al (Dio) Gospel


Mio padre me l’aveva detto: “Vai a vedere i cori gospel ad Harlem”. E così ho fatto, anche se in ritardo dal mio arrivo, a fine luglio, nel quartiere afro di Manhattan. Decidiamo di andare qualche domenica fa all’altezza della 116th Street, peccato per il tempo che ci riserva un bel po’ di pioggia. Solitamente la messa inizia tra le 10:30 e le 11am, e se non ti avvii in anticipo rischi di trovare la solita fila dei turisti desiderosi di vivere la stessa, entusiasmante emozione religiosa a suon di musica gospel. Noi arriviamo abbastanza tardi, e pur provando ad entrare in diverse chiese non c’è verso di trovare ancora posti liberi. Per fortuna l’amico di Giulia, Stefano, chiede all’ingresso della Memorial Baptist Church se c’è qualche altra messa nel pomeriggio. Ce ne sarà una alle 3pm, e così dopo aver consumato un ottimo brunch nel West Village ritorniamo ad Harlem per immergerci finalmente nel ritmo di una celebrazione gospel. Per certi versi siamo anche fortunati a non aver trovato posto la mattina, perché più tardi partecipiamo ad un evento meno turistico non trattandosi di una messa domenicale vera e propria. Appena entrati in chiesa, ci sediamo su alcune sedie poste lateralmente quasi avessimo paura di disturbare un rito cui non ci sentiamo ancora parte integrante. Ad affascinarmi di più è la batteria alla mia destra, che mi fa immaginare la preghiera in musica che ascolteremo. Ci dicono che sentiremo solo qualche canzone, e invece più e più volte i musicisti all’organo e alla batteria si esibiscono per accompagnare la preghiera dei fedeli. Per qualche minuto riesco anche a fare delle riprese con la fotocamera, sebbene non sia permesso. È un continuo alzarsi e sedersi nel tentativo di emulare al meglio il comportamento delle persone che ci circondano: cantare, battere le mani a suon di musica e rendere grazie a Dio a passo di danza. Sul finire, dopo più di due ore di passione religiosa, ci alziamo tutti in piedi e ci diamo i mignoli (sì, avete capito bene, i mignoli e non le mani) per dedicare l’ultima preghiera gospel al Signore, il meno noioso e più rock che abbia mai conosciuto. Thanks God!

martedì 10 agosto 2010

Metti una sera ad Harlem


Per gli amanti della musica New York City è la città ideale. Poi in estate, grazie alla bella manifestazione SummerStage che propone concerti gratuiti in giro per Manhattan, le occasioni rischiano di diventare ancora più ghiotte. Capita così di ascoltare ad Harlem, nel piccolo ma accogliente Marcus Garvey Park, un’indimenticabile esibizione del musicista afroamericano Gil Scott-Heron. Circondato perlopiù da ragazzi e ragazze, vecchi e bambini di colore, nel cuore di un’Harlem chiamata a raccolta dalla passione di Scott-Heron, mi sento parte di un rito musicale capace, anche solo per qualche ora, di sconfinare oltre qualsivoglia muro tra razze, nella consapevolezza che a cantare è un'unica, grande voce, pronta a liberarci dai lacci più ostinati della nostra visione, spesso troppo ristretta, delle cose del mondo. Peace, love, soul: basta poco per crescere a suon di (buona) musica.

martedì 27 luglio 2010

Il primo giorno di scuola

Tutto come una volta, proprio quando da bambino mi accingevo ogni anno, dopo un’estate sfrenata passata a giocare a pallone dalla mattina alla sera, a ritornare tra i banchi di scuola con un leggero mal di pancia. Come è successo oggi, leggermente emozionato per l’inizio di questo mio sogno a stelle e strisce targato Rai Corporation. Quasi faccio tardi già il primo giorno per colpa della linea 3 della subway che non vuole saperne di partire dalla fermata 148th di Harlem. Alla fine riesco ad arrivare giusto in tempo, pronto per salire al 25esimo piano del palazzo della at&t insieme alle mie compagne di stage (Giulia, Paola, Patrizia, Laura, Clea e Teodora: eh lo so, proprio beato tra le donne!). Giunti a destinazione ci imbattiamo subito nella scritta Rai Corporation, ad avvertirci che stiamo entrando in una sorta di Little Italy televisiva nel cuore di Manhattan. Ad accoglierci è Donatella, che ci porta in una stanza per spiegarci cosa faremo durante questa prima giornata di orientamento. Uno dopo l’altro ci vengono a parlare i responsabili delle varie sezioni per darci ognuno la propria panoramica sul lavoro che in gruppi separati – tra ufficio corrispondenza, client and services e Rai Italia – ci troveremo a svolgere. Le idee pian piano cominciano a schiarirsi, però manca ancora qualcosa per realizzare di essere stati selezionati davvero come stagisti a Rai Corporation. Ce ne rendiamo conto non appena saliamo sul terrazzo dove i giornalisti fanno gli stand-up e dove i vecchi interns si mettono in posa per immortalare uno dei momenti più entusiasmanti della loro vita: aver fatto parte di un sogno chiamato New York. Osservare in lontananza il ponte di Manhattan e di Brooklyn, l’Empire State Building e il Chrysler Building, lanciare uno sguardo sul fiume Hudson e immaginare - ora come nove anni fa - l’atmosfera di terrore che si respirava mentre le due Torri gemelle implodevano su se stesse, ti toglie il respiro e ti fa pensare: alla fine ce l’ho fatta, il sogno è diventato realtà, adesso non resta altro da fare che rimboccarsi le maniche e mettercela tutta. Tanto è solo l'inizio.

domenica 25 luglio 2010

Almost like a New Yorker


Da qualche giorno mi sto chiedendo cosa davvero voglia dire sentirsi un New Yorker a tutti gli effetti. Forse lo inizierò a capire una volta che mi trasferirò nell’appartamento che ho trovato sulla 149th street ad Harlem. Avere un punto d’appoggio stabile, non come l’ostello Westside Pearl che mi ha ospitato nell’Upper West Side per quattro notti, mi aiuterà di certo a conquistare quella autonomia che finora non ho avuto. Da lunedì, poi, quando finalmente inizierà lo stage a Rai Corporation (e non vedo l’ora), non potrò che immergermi a pieno ritmo in una città che di ritmo non ne perde mai, nemmeno la sera quando la gente ritorna a casa da una giornata di lavoro, magari pronta a farsi trascinare dalle tante manifestazioni open air che NYC sa offrire in estate. Di sicuro non me le lascerò sfuggire – tra concerti, rassegne cinematografiche e gite fuori porta – pronto a vivere giorno dopo giorno come un vero New Yorker, nostalgico quanto basta della sua Italia ma felice di essersene allontanato per un po’, forse per amarla meglio e di più. Come cantava Warren Zevon in Keep me in your heart: “If I leave you it doesn’t mean I love you any less”. See you dear Italy, but not yet, not yet.