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sabato 28 maggio 2011

Rest in Peace, Gil

No matter how far wrong you've gone
You can always turn around
E' morto il grande musicista afroamericano Gil Scott-Heron. Nemmeno un anno fa, in un parco di Harlem, a New York City, ebbi la fortuna di vedere un suo concerto. Addio Gil!

sabato 26 marzo 2011

Il sogno di una cosa (one year later)

26 marzo 2010. È trascorso giusto un anno da quel mio viaggio strepitoso in terra americana (il più bello di tutti) per andare a trovare, insieme al mio amico Giuseppe, due altri amici che stavano studiando a Montreal per uno scambio universitario. Il 2010 è stato ricco di soddisfazioni per me, e per ben due volte ho varcato i confini di quella promised land (gli Stati Uniti d’America) tanto sognata negli anni della mia adolescenza trascorsa in Italia e un po’ in giro per l’Europa. Da quel 26 marzo 2010 ai miei occhi si è spalancato un mondo mai visto prima, in un concentrato di emozioni che in sole due settimane mi ha dato la forza di aggrapparmi a quei sogni che rischiavano di perdersi nel vortice di una routine quotidiana capace di annientarti nell’animo. Guardare indietro a questo 2010 appena trascorso mi fa un po’ male ma mi riempie anche di tanta soddisfazione per aver realizzato due viaggi da sogno nello stesso anno: il primo dei quali, dal 26 marzo al 10 aprile 2010, con uno splendido tragitto on the road da Montreal a Boston fino alla magica New York City. Passeggiando per i viali di Central Park ho cominciato a pensare di voler fare uno stage lì nella Grande Mela, per ritornare a godermi l’atmosfera di una metropoli assaporata solo per due giorni durante la Pasqua più bella della mia vita. E chi avrebbe mai potuto dirmi che qualche mese dopo sarei riuscito a ripartire per New York City per fare uno stage a Rai Corporation? Non c’è che dire: il 2010 è stato un anno indimenticabile e tutto è iniziato esattamente 365 giorni fa, quel 26 marzo 2010 che non dimenticherò mai più!

venerdì 4 marzo 2011

New York State of Mind

Che emozione rivedere queste immagini di New York. E pensare a tutte le volte che ci sono entrato e uscito dall'instancabile metropolitana newyorkese durante il mio indimenticabile periodo di stage a RAI Corporation. New York City mi ha stregato, in un certo senso mi ha anche drogato facendomene sentire enormemente la mancanza una volta ritornato in Italia. Ma dentro il cuore so che la mia storia con la Grande Mela non è ancora finita, almeno lo spero. Lo so che c'è ancora uno spicchio di sogno americano ad aspettarmi lì da qualche parte nel tempo e nello spazio. Io lo so.

mercoledì 26 gennaio 2011

He was ready for New York

Esattamente 50 anni fa, nel gennaio del 1961, Bob Dylan approdò a New York City. Il resto è Storia.

mercoledì 1 dicembre 2010

Christmas in New York City

Quanto avrei voluto trovarmi a New York nel momento in cui hanno acceso le luci del bellissimo alberto di Natale del Rockfeller Center. Qui c'è il video.

giovedì 25 novembre 2010

Punch Me Panda

C'è un artista a New York che si offre come punchball contro lo stress cittadino. Lui si chiama Nate Hill, va in giro travestito da Panda e si fa scaricare addosso dai passanti più bisognosi la loro rabbia repressa. Qui alcune foto pubblicate dal Wall Street Journal.

sabato 13 novembre 2010

giovedì 11 novembre 2010

The Old Subway

Da non perdere, per chi è di passaggio nella Grande Mela.

lunedì 25 ottobre 2010

Il mio Romanzo Tricolore

Luca e Cristina sono due italiani trasferitisi ormai da qualche anno nella Grande Mela per lavoro. Li ho incontrati proprio dall’altra parte dell’Oceano, abbiamo parlato delle nostre relative esperienze, ci siamo scambiati punti di vista differenti sulla nostra amata (e odiata) Italia e sull’America che mi avrebbe ospitato tra le sue braccia per i prossimi due mesi e mezzo. Dopo una serata trascorsa insieme, tornando a casa trovo una mail di Luca e Cristina per propormi una collaborazione con il loro sito iNewYork.it: fino al termine del mio stage newyorkese avrei dovuto scrivere alcuni articoli su personaggi italiani che hanno contribuito, nel bene e nel male, a fare la Storia di New York City. È nata così la mia rubrica Romanzo Tricolore, iniziata con il racconto della vita del piccolo fiore del Bronx, Fiorello la Guardia, sindaco indimenticato della Grande Mela tra il 1933 e il 1945. Grazie mille per l’opportunità che mi avete dato, Luca e Cristina, ve ne sarò per sempre grato (e voi sapete perché). Good luck and goodbye!

Fiorello La Guardia, il piccolo fiore del Bronx

Lo chiamavano tutti The Little Flower, riferendosi alla bassa statura (meno di un metro e cinquanta) e alla traduzione inglese del suo nome di battesimo, Fiorello. Nato a New York City l’11 dicembre 1882, al 177 Sullivan Street di Little Italy a Manhattan, Fiorello Henry La Guardia – figlio di un musicista cattolico di Foggia, Achille La Guardia, e di un’ebrea triestina, Irene Coen Luzzato – fu uno dei più apprezzati politici statunitensi, in particolare come sindaco di New York per tre mandati consecutivi dal 1933 al 1945. Nel 1898 la famiglia si trasferì nella casa materna a Trieste, nell’allora Impero Austro-Ungarico, dove La Guardia trovò il suo primo lavoro presso i consolati statunitensi di Budapest, Trieste e Fiume. Quando nel 1906 tornò a New York, La Guardia parlava correntemente l’ungherese, il tedesco, il serbo-croato, lo yiddish e l’italiano.
A New York lavorò come interprete per il servizio immigrazione a Ellis Island per pagarsi gli studi in giurisprudenza alla New York University. Nel 1916, a 34 anni, fu il primo italo-americano eletto al Congresso degli Stati Uniti nel collegio del Lower East Side a Manhattan. Si candidò per il partito repubblicano, ma solo per evitare di far parte dell’allora corrotto partito democratico. Fiorello La Guardia fu perlopiù un progressista, o meglio un liberale di sinistra, con un unico obiettivo: migliorare la vita dei propri concittadini. «Non voglio che si usi la parola politico – dichiarò La Guardia -, la sua connotazione è tale che io penso non debba essere usata, tranne per i politicanti, e di questi ce ne sono molti. Io non sono uno di questi». Sulla laurea honoris causa della Yale University, nella dedica c’era scritto che «aveva strappato la democrazia ai politici e l’aveva ridata al popolo».
Odiato da molti suoi colleghi repubblicani, spesso in contrasto con le sue idee riformatrici, La Guardia ampliò i servizi socio-sanitari, fece costruire parchi e incrementò i trasporti e l’istruzione pubblica. Quando divenne sindaco nel 1933, New York City non se la passava bene. «No more free lunch for anybody», disse La Guardia ai suoi concittadini, nella consapevolezza di dover ridurre la corruzione e la malavita in città. Per indebolire le organizzazioni criminali, decise all’inizio degli anni Trenta di rendere illegali i pinball (cioè i flipper): una corte del Bronx considerò quelle macchine al pari del gioco d’azzardo e in poche settimane il New York Police Department ne confiscò ben 3000. La Guardia donò poi i rottami di metallo al governo per dare una mano all’esercito nella guerra contro i nazisti. Quando i tedeschi lo etichettarono come il sindaco ebreo di New York, con un pizzico di ironia rispose: «Non avevo mai creduto di avere abbastanza sangue ebraico nelle vene da giustificare il fatto di potermene vantare».
Uomo dalla volontà di ferro, si concedeva solo un giorno alla settimana di riposo, la domenica, quando si dilettava a leggere alla radio le favole per i bambini della sua città. Alcuni lo considerarono un sindaco-dittatore, un decisionista sostenuto però da un forte sostegno popolare. Durante la sua ultima apparizione in pubblico Fiorello La Guardia disse: «La mia generazione ha fallito miseramente, abbiamo fallito per mancanza di lungimiranza. Ci vuole più coraggio per mantenere la pace che andare in guerra».
Il 1° giugno 1947 venne inaugurato il Fiorello La Guardia Airport, secondo aeroporto di New York dedicatogli per l’importanza avuta in città. Morì di cancro il 20 settembre 1947 nella sua casa al numero 5020 di Goodridge Avenue nel Bronx. Per chi volesse visitare la Big Apple ripercorrendo i passi del piccolo fiore del Bronx, basterebbe trovarsi in quello che La Guardia considerava come il suo Lucky Corner, all’angolo tra Lexington Avenue e la 116 Street, dove teneva l’ultimo comizio prima di ogni elezione. Da non perdere, poi, i LaGuardia Place Gardens nel Greenwich Village: qui, tra Washington Square Park e Houston Street, è possibile vedere la statua dedicata al sindaco italo-americano. Una piccola opera per ricordare, nel cuore di New York, un uomo che contribuì non poco all’impetuosa crescita della sua città.

sabato 23 ottobre 2010

Dreaming of Bob in New York City

Tra le cose che più mi mancheranno di New York City, al mio ritorno in Italia, ci sarà di sicuro la Webster Hall, una sala perfetta per ascoltare concerti di tutti i generi. Io ne ho ascoltati due, compreso quello di un chitarrista svedese (stile Bob Dylan) che si fa chiamare The Tallest Man on Earth.



L’esibizione è stata la migliore cui ho avuto il piacere di partecipare, e riguardando i video da me girati mi consolo un po’ del fatto che a metà novembre mi perderò Bob Dylan in concerto proprio a New York City.

Due mesi e mezzo nella Grande Mela, da fine luglio a metà ottobre, e uno dei miei cantanti preferiti doveva venire proprio un mese dopo la partenza per la mia cara Italietta. Peccato: see you soon next time, Mr Zimmerman.

giovedì 21 ottobre 2010

New Orleans to go

Prima di partire per l’America, destinazione New York City, sapevo già che durante i miei due mesi e mezzo di internship a Rai Corporation ne avrei approfittato per fare qualche viaggetto in giro per gli Stati Uniti. Di sicuro a Washington, tappa obbligata per me che non c’ero mai stato, ma fino all’ultimo sono rimasto indeciso sulle altre destinazioni. Due su tutte: New Orleans e San Francisco. Per un attimo ho pensato di andare da entrambe le parti, poi un po’ per mancanza di tempo avendo solo i weekend a disposizione per viaggiare, un po’ per risparmiare visti i prezzi dei biglietti aerei, ho optato per New Orleans. Da grande amante della musica non potevo farmi sfuggire l’occasione di andare a vedere di persona la vita delle stradine del French Quarter dove si esibiscono musicisti a volte davvero eccezionali. E come diceva Boris Vian: “Solo due cose contano: l’amore, in tutte le sue forme, con ragazze carine, e la musica di New Orleans o di Duke Ellington”.





Decido di partire venerdì 17 settembre dall’aeroporto La Guardia nel Queens. Ho letto da qualche parte che la vista più bella di New York, oltre a quella dal ferry che collega Staten Island a Manhattan, si può avere proprio in partenza da questo aeroporto. Devo ammettere che è vero, e l’emozione nell’ammirare il Bronx dall’alto e poi pian piano il resto dell’isola di Manhattan ti lascia senza fiato. Da New York a New Orleans, in Louisiana, ci vogliono tre ore di volo, e lì il fuso orario segna un’ora indietro rispetto alla Grande Mela.

Poco prima di atterrare all’aeroporto Louis Armstrong riesco a vedere dal finestrino le paludi caratteristiche di questi luoghi per gran parte sotto il livello del mare, e il pensiero va subito alla distruzione che l’uragano Katrina causò nell’agosto 2005 soprattutto a New Orleans. Ricordo le immagini drammatiche che all’epoca vidi in televisione, con cadaveri riversi per strada, case completamente distrutte, gente costretta a rifugiarsi sui tetti delle loro abitazioni spazzate dalla furia dell’inondazione, barche al posto delle macchine laddove prima c’era asfalto e allora soltanto acqua alta.

Giunto a New Orleans, sono consapevole di trovarmi in una città che dietro la maschera ridente dei numerosi turisti riversi ogni sera per le sue strade, nasconde l’ombra di tante persone senza un lavoro e in uno stato di povertà estremo, in particolare dopo il disastro di Katrina.

Sistematomi in un ostello a Midtown, a due passi dalla fermata della street-car di Canal Street che porta direttamente in centro, mi immergo subito tra le stradine del French Quarter. Dopo un primo giro veloce e qualche acquisto di gadget e magliette varie, mi fermo in un negozio di musica dove quasi per caso mi trovo davanti al disco di Grandpa Elliott, armonicista e cantante di colore, reso famoso dal progetto Playing for Change che l’ha immortalato più e più volte durante le sue imperdibili esibizioni all’angolo tra Royal Street e Toulouse Street nel quartiere francese.


Prima di partire da New York, avevo già in mente di mettermi eventualmente sulle tracce di Grandpa. L’acquisto del suo album mi spinge a chiedere al proprietario dove poter trovare di preciso quel piccolo ometto barbuto che canta solo per la passione di farlo, con un cuore ed un’anima così grandi da commuovere chiunque si trovi ad ascoltarlo dal vivo. Così quello stesso venerdì pomeriggio decido di iniziare la caccia ad uno dei miei cantanti preferiti: Elliott Small, in arte Grandpa Elliott. La sera è ormai calata a New Orleans, e mi dirigo proprio verso l’angolo indicatomi dal negoziante. In lontananza intravedo un uomo su una sedia, barba lunga e bianca, maglietta rossa e salopette di jeans, e allora capisco immediatamente che il mio sogno sta per avverarsi. È proprio lui in carne ed ossa, Grandpa Elliott si sta esibendo in quel preciso istante nel quartiere francese di New Orleans, e io mi trovo al posto e al momento giusto.

Comincio a scattare una foto dopo l’altra, faccio anche delle riprese mentre Grandpa canta e suona Over the rainbow e Stand by me. Rimango in contemplazione insieme ad altri turisti seduti per terra o in piedi lungo Royal Street, che per qualche ora sembra avere occhi (e orecchie) solo per il piccolo, grande Elliott. Al termine della street-session mi faccio coraggio, mi avvicino a Grandpa e gli chiedo di farci una foto insieme, anzi due. Il mio sogno è diventato realtà!

Il primo giorno a New Orleans si conclude alla grande, pronto per il secondo durante il quale decido di fare un tour in barca per le paludi della Louisiana. Partenza nel primo pomeriggio, convinto di aver fatto bene a scegliere questo day-tour e non quello per i luoghi maggiormente colpiti dall’uragano Katrina, che si sarebbe svolto solo in autobus. Giunti a destinazione, saliamo (in tutto siamo una ventina) sull’imbarcazione che ci porta into the (Louisiana) wild. Intorno regna un silenzio irreale, un silenzio al quale non siamo abituati presi dalle nostre vite cittadine sempre più lontane dalla natura selvaggia e incontaminata. Avvistiamo anche qualche coccodrillo, ma il vero spettacolo è girare in barca lungo intricati sentieri d’acqua, circondati da alberi maestosi che ci avvolgono quasi in un abbraccio materno.



Il mio viaggio in Louisiana si conclude così, in mezzo a paesaggi mozzafiato, con un caldo quasi soffocante, circondato da quell’acqua che un giorno, se l’uomo non saprà preservare riserve naturali come queste, inghiottirà tutto e tutti senza pietà.

martedì 14 settembre 2010

I love New York City!!!

Capita di vedere un film open air nel cuore pulsante di Central Park, dove centinaia di new yorker (o aspiranti tali, come me) si riuniscono per guardare tutti insieme una pietra miliare della cinematografia a stelle e strisce, a firma Woody Allen, capace di catturare su pellicola l’anima di una città dai mille volti e dalle innumerevoli maschere. Bastano pochi secondi, con la Rapsodia in blu di George Gershwin a fare da sfondo musicale alle prime indimenticabili sequenze di Manhattan, per far scattare un applauso generale, come se tutti gli spettatori - avidi di vedere per l’ennesima volta una pellicola consumata nel corso degli anni – fossero sintonizzati sulla stessa frequenza, pronti a gustarsi l’esplosione su schermo di luci (notturne) e di colori (diurni) tipici di New York City. E la trama, raccontandoci le vicende di un adulto che non vuol proprio crescere, innamorato (per modo di dire) di una ragazzina sin troppo matura, sembra ricalcare le orme di una metropoli dura e romantica come poche altre sanno essere al tempo stesso. I love NYC!

Vita da stagista #4

Durante questo mio stage a Rai Corporation sto avendo modo di capire cosa voglia dire fare del buon giornalismo (e viceversa). Io ho avuto la fortuna di lavorare per il Tg3 insieme al corrispondente Oliviero Bergamini, un vero giornalista, curioso e pronto a coprire storie capaci di spiegare un pezzetto, ma pur sempre significativo, di realtà newyorkese e americana. Dopo il servizio su 5POINTZ e sui 99ers, siamo andati insieme al producer David nel New Jersey ad intervistare un sergente dell’esercito che ha perso entrambe le gambe in Iraq. L’intervista non era facile da condurre vista la profonda ritrosia del veterano ad esprimersi politicamente sui conflitti in Iraq ed Afghanistan. “Non ho nessun rammarico”, ci ha detto il sergente riferendosi alle sue tre missioni in terra irachena, confidandoci di averlo fatto per il bene della sua Patria. Non ha cambiato idea nemmeno dopo aver perso le gambe, forse anche per giustificare questo suo amaro destino. La cosa che più mi ha colpito appena arrivati a Union Beach, nel New Jersey, è stata la grande bandiera a stelle e strisce che sventolava forte sulla sua casa. “Focus on what you have, not on what you do not have”, ci ha detto il veterano, intendendo che ormai non ha più senso pensare alle gambe perdute per sempre in battaglia. Meglio sarebbe concentrarsi su ciò che si ha ancora, come ad esempio la famiglia, una moglie e dei figli insieme ai quali crescere e superare i momenti di sconforto. Nel concludere la lunga intervista, mentre il sergente ci stava mostrando ciò che ogni mattina deve fare per salire e scendere dall'auto, mi è venuto in mente di fargli un’ultima domanda su quella splendida bandiera sventolante sopra le nostre teste. “When you see that flag over your house, what do you think? How do you feel? What does it mean for you?”. Per un attimo il veterano si è commosso, come se tutta la sua sicurezza fosse svanita nel rispondere a una domanda che aveva sfiorato i ricordi più tristi (sugli amici persi lungo la strada) e le convinzioni più forti (su una Patria con una storia da onorare anche a costo di perdere una parte di se stessi in guerra).

mercoledì 1 settembre 2010

Rendiamo grazie al (Dio) Gospel


Mio padre me l’aveva detto: “Vai a vedere i cori gospel ad Harlem”. E così ho fatto, anche se in ritardo dal mio arrivo, a fine luglio, nel quartiere afro di Manhattan. Decidiamo di andare qualche domenica fa all’altezza della 116th Street, peccato per il tempo che ci riserva un bel po’ di pioggia. Solitamente la messa inizia tra le 10:30 e le 11am, e se non ti avvii in anticipo rischi di trovare la solita fila dei turisti desiderosi di vivere la stessa, entusiasmante emozione religiosa a suon di musica gospel. Noi arriviamo abbastanza tardi, e pur provando ad entrare in diverse chiese non c’è verso di trovare ancora posti liberi. Per fortuna l’amico di Giulia, Stefano, chiede all’ingresso della Memorial Baptist Church se c’è qualche altra messa nel pomeriggio. Ce ne sarà una alle 3pm, e così dopo aver consumato un ottimo brunch nel West Village ritorniamo ad Harlem per immergerci finalmente nel ritmo di una celebrazione gospel. Per certi versi siamo anche fortunati a non aver trovato posto la mattina, perché più tardi partecipiamo ad un evento meno turistico non trattandosi di una messa domenicale vera e propria. Appena entrati in chiesa, ci sediamo su alcune sedie poste lateralmente quasi avessimo paura di disturbare un rito cui non ci sentiamo ancora parte integrante. Ad affascinarmi di più è la batteria alla mia destra, che mi fa immaginare la preghiera in musica che ascolteremo. Ci dicono che sentiremo solo qualche canzone, e invece più e più volte i musicisti all’organo e alla batteria si esibiscono per accompagnare la preghiera dei fedeli. Per qualche minuto riesco anche a fare delle riprese con la fotocamera, sebbene non sia permesso. È un continuo alzarsi e sedersi nel tentativo di emulare al meglio il comportamento delle persone che ci circondano: cantare, battere le mani a suon di musica e rendere grazie a Dio a passo di danza. Sul finire, dopo più di due ore di passione religiosa, ci alziamo tutti in piedi e ci diamo i mignoli (sì, avete capito bene, i mignoli e non le mani) per dedicare l’ultima preghiera gospel al Signore, il meno noioso e più rock che abbia mai conosciuto. Thanks God!