Prime immagini dal nuovo film di Kristen Stewart ispirato al celebre libro On the Road di Jack Kerouac. Dirige Walter Salles.
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domenica 6 febbraio 2011
On the Road
Prime immagini dal nuovo film di Kristen Stewart ispirato al celebre libro On the Road di Jack Kerouac. Dirige Walter Salles.
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sabato 24 luglio 2010
Cosa vuoi di più dalla vita?
L’ansia da pre-partenza era dovuta soprattutto alla ricerca di una stanza che avrei dovuto iniziare non appena giunto a destinazione. Durante gli ultimi giorni, dopo aver visto decine e decine di annunci su Craiglist, decido di guardare qualche offerta anche sul sito di NyHabitat, un’agenzia di New York specializzata negli affitti di appartamenti in condivisione. Da subito entro in contatto con Beatrice, che inizia a propormi qualche stanza via mail. Giunto sul posto, do un’altra occhiata alle stanze disponibili già da fine luglio e così mi faccio segnare un appuntamento nel suo ufficio: qui discutiamo delle offerte realmente disponibili, e dopo una mezz’oretta mi congedo con tre opzioni nel cassetto. Due stanze ad Harlem - una più vicina a Central Park, l’altra meno - e un’ultima stanza nell’Upper East Side. Qualche ora dopo Beatrice mi contatta per darmi i numeri di telefono di Michael e Steven, i proprietari di due delle tre stanze da me scelte. Vado prima da Michael ad Harlem, che mi propone una stanza in affitto a $775 (spese incluse) in un appartamento in condivisione con lui, il suo cane (si chiama Blue, come il colore) e una ragazza italiana, di Milano, che resterà fino a metà settembre. Questa prima soluzione non mi dispiace, anche se la stanza e tutto il resto me l’aspettavo un pochino più grandi. Confermo a Michael di essere molto interessato, però prima di decidere gli dico che ho bisogno di vedere un’altra stanza la sera stessa, quella nell’Upper East Side. Chiamo Steven per chiedergli quando, e se, possiamo vederci in serata. Mi dice di andare da lui alle nove. Io mi avvio alle otto, dopo aver fatto un giro per Wall Street fino al molo dello Staten Island Ferry. Arrivato a Lexington Avenue, pronto a prendere la linea verde, mi squilla il telefono: è Steven. Mi dice che purtroppo la sua stanza è stata appena affittata da una persona che non ha perso tempo ed ha subito pagato il deposito. Come spesso mi è capitato in passato, prendo una decisione all’istante: chiamo subito Michael, e gli dico che ho deciso di prendere la stanza. Rimaniamo che il mattino seguente gli avrei portato i $700 del deposito per bloccare la stanza. Così faccio, e il giorno dopo gli porto i soldi della caparra. Intanto, in attesa di tornare da Beatrice per saldare i conti della commissione, me ne vado in giro per una New York un tantino piovosa. Opto per Downtown e il richiamo del World Trade Center è ancora forte dopo la fugace visita notturna dello scorso aprile insieme a Stefano e Giuseppe. Per la prima volta vedo di giorno cosa resta del cratere di quell’indimenticato 9/11/2001, con la Freedom Tower (la torre della libertà) che pian piano sta nascendo dalle macerie delle Torri gemelle. Decido di allungarmi più a sud, nello splendido Battery Park, rovinato solo da una incessante pioggia che mi costringe ad aprire l’ombrello. La stanchezza si fa presto sentire, e così mi siedo su una panchina dello skyline newyorchese, davanti a me in lontananza la sagoma possente della Statua della Libertà, dove mi rilasso leggendo I segreti di New York di Corrado Augias e ascoltando un po’ di buona musica sul mio nuovo BlackBerry. Come a dire: cosa vuoi di più dalla vita?
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La valigia sospetta
Partenza con circa un’ora di ritardo da Roma Fiumicino, che quasi stavo perdendo la coincidenza con il volo da Londra Heatrow per Newark nel New Jersey. All’aeroporto di Roma insieme ai miei genitori incontriamo un caro amico di famiglia, Andrea, nato a Brooklyn, quindi abbastanza esperto di cose americane. Gli chiedo qualche consiglio su New York, essendoci lui nato, quasi invidiandolo per questa sua dote di nascita. L’ansia comincia a salire, nella consapevolezza che fra qualche ora dovrò salutare i miei genitori che non vedrò per quasi tre mesi di seguito. Dopo qualche lacrima d’ordinanza, mi faccio coraggio e mi dirigo al controllo bagaglio. Tanto per sdrammatizzare e farci qualche risata, ho quasi perso il contro - tra Roma, Londra e Newark – di quante volte mi hanno fatto aprire le valigie per controllare che non imbarcassi niente di pericoloso. A Londra addirittura mi hanno sottoposto a un controllo extra, dove l’agente si è divertito ad aprire e scombussolare l’ordine precario dei miei bagagli. Per non parlare poi delle scarpe che mi hanno fatto levare, proprio per non farmi mancare nulla. Giunto all’aeroporto di Newark, dopo un volo di oltre sette ore, mi accingo a superare indenne il controllo della dogana. Che dire? 1) Sono uno studente in vacanza per tre mesi in terra americana, che non ha alcuna intenzione di lavorare senza visto e che non conosce nessuno qui a New York; 2) confessare che son venuto fin qui per uno stage (non retribuito) presso la televisione di stato italiana. Alla fine opto per la prima soluzione, che a tratti però mi fa temere di venire respinto. Per ben tre volte, tre diversi agenti mi tartassano di domande – quanto tempo resterai?, come mai tutto questo tempo, perlopiù da solo?, come ti finanzierai?, che lavoro fanno i tuoi genitori?, hai del cibo e delle piante in valigia? – per capire bene le ragioni di un giovane 25enne che ha deciso di trascorrere una solitaria estate americana. Alla fine mi lasciano andare, e con mio grande sollievo esclamo tra me e me: “Here we are”. Ci siamo: diamo inizio alle danze (americane). Tanto che ne sanno, lì alla dogana, dell'estate (forse) più bella della mia vita che mi accingerò a vivere niente di meno che a New York City.
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Il cielo quasi fra le mani
Quando un sogno diventa realtà, il passo successivo sembra spingerci verso un sogno ancora più grande. Il mio sogno è diventato realtà, lo sto vivendo mentre scrivo queste parole in un ostello dall’altra parte dell’oceano Atlantico. Il mio sogno ha un nome e cognome: New York. Ebbene sì, alla fine ce l’ho fatta, lo scorso giugno ho ricevuto la grande notizia, via mail, della mia selezione come stagista - dal 26 luglio al 15 ottobre - alla Rai Corporation di New York City. Ho deciso di partire il 21 luglio dall’Italia, con un volo British Airways da Roma Fiumicino, per sfruttare questi primi giorni in cerca di una stanza da affittare fino a metà ottobre, quando questa mia avventura newyorchese sarà terminata. Adesso che deve ancora cominciare non so bene cosa aspettarmi, anche se amici mi hanno più o meno spiegato cosa mi ritroverò a fare presso l’ufficio di corrispondenza cui sono stato assegnato: ora aspetto solo di sapere a quale corrispondente verrò affiancato. Vivere New York così da vicino sarà tutt’altra cosa rispetto alla mia ultima visita della scorsa Pasqua insieme a Nicola, Stefano e Giuseppe. Questa volta potrò toccare con mano cosa vuol dire fare giornalismo in una metropoli così entusiasmante, così caotica, così difficile come NYC. Ricordo quando qualche mese fa, trovandomi a passeggiare lungo i viali di Central Park, dicevo a Stefano quanto mi sarebbe piaciuto vivere per qualche mese in questa città, magari come stagista, per poter finalmente realizzare il sogno di una vita: andare all’estero per studiare o lavorare. Con l’Erasmus in terra danese sfumato nel nulla qualche anno fa, penso di essermi preso la giusta rivincita contro un destino che in quell’occasione mi voltò inspiegabilmente le spalle. Ora spetta a me non perdere le innumerevoli occasioni (di formazione, di svago e di vita) che mi si presenteranno a tonnellate durante i prossimi tre mesi a stelle e strisce. Stefano, Nicola e Joe Triglia mi hanno avvertito: niente sarà come prima dopo questa traversata oltreoceano. Basterà solo non dare le spalle alla vita, in attesa del prossimo grande sogno da realizzare ad occhi aperti. Proprio come sto facendo hic et nunc a New York City.
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domenica 9 maggio 2010
Don't stop believing...
Una casa senza frontiere dall'altra parte dell'oceano, un gruppo fantastico di ragazzi e ragazze da ogni angolo del mondo, un minivan che per miglia e miglia è stato la nostra seconda casa, una land of hope and dreams che ci ha accolto a braccia aperte, un mucchio di foto impresse nella memoria a suggello del più bel viaggio della mia vita. God bless you, my friends!
mercoledì 14 aprile 2010
May you stay forever young

Un viaggio di due settimane dall’altra parte dell’oceano può cambiare una persona? Io sono cambiato. Mi sento un ragazzo diverso, forse migliore. L’aver respirato l’aria di Montreal, al 4866 Boulevard St Laurent dove sono stato ospite dei miei cari amici Nicola e Stefano, mi ha fatto un gran bene. In quella casa ho conosciuto ragazzi e ragazze da tutto il mondo: Arthur dall’Inghilterra, Rashmi dall’Australia, Latu dall’Indonesia, Victor dalla Francia, due ragazze belghe (Amandine e Donatienne), 4 ragazze norvegesi (Ingvild, Rebecca, Cecilie ed Elizabeth), Eric dal Canada, Marcello da Roma ed altri che ho solo intravisto di sfuggita.
Per due settimane mi sembra di aver vissuto fuori dal mondo: non ho letto giornali, niente articoli da scrivere, sono andato a letto e mi son svegliato agli orari più impensabili. Forse non è la vita vera fatta anche di sacrifici e delusioni, ma di certo ciò che ho appreso durante questa vacanza vissuta al di là del tempo e dello spazio mi aiuterà a superare con facilità i momenti duri di quella vita reale che ci troviamo ogni giorno ad affrontare. Di solito i momenti belli passano in un attimo senza nemmeno fartene accorgere. Questa volta, però, le due settimane più fantastiche della mia vita sono durate oltre 15 giorni di calendario.
Ora che sono ritornato in Italia mi sembra di aver trascorso almeno un mese lì a Montreal insieme a Nicola, Stefano e Giuseppe. L’intensità delle esperienze in terra canadese è stata talmente forte da farmi completamente dimenticare della routine quotidiana vissuta negli ultimi mesi a Milano. In pochissimo tempo mi sono sentito anch’io un exchange student sbarcato in Canada a vivere i mesi più belli della mia vita.
Le prime sere abbiamo partecipato a due party in perfetto stile americano. All’inizio è stato difficile perché non conoscevamo nessuno ma è bastato poco per iniziare a scambiare quattro chiacchiere in inglese con chiunque avesse voglia di parlare. Così ho potuto conoscere ragazzi da tutto il mondo alle prese con i propri sogni e le proprie ambizioni. Parlare con queste persone mi ha fatto rimpiangere ancor di più di non aver potuto vivere anch’io un periodo di studio all’estero come studente Erasmus. Per fortuna ho altre possibilità per realizzare questo sogno, magari con uno stage il prossimo autunno. Staremo a vedere.
Mi è bastato respirare quest’aria di spensieratezza e libertà, che ha il sapore dolce della giovinezza, per convincermi che studiare all’estero è un passo che ogni giovane dovrebbe provare prima o poi sulla propria pelle. Di ritorno in Italia posso solo dire che non mi sarei mai immaginato di vivere quello che ho vissuto nelle ultime due settimane. Il carico di ricordi è talmente pesante che forse non riuscirò nemmeno a trattenerli tutti. Anche per questo la tristezza (al limite del pianto) è tanta.
La paura del tempo che corre e cancella il passato è sempre presente nonostante gli sforzi che cerchiamo di fare per non dimenticare. Foto, diari, video non servono a lungo andare contro il timore che i ricordi ci scivolino addosso per poi scomparire. Però al di là degli anni che passano c’è sempre qualcosa che ti rimane dentro, forse una sensazione che a risentirla in futuro riuscirà a farci riassaporare anche solo per un momento quegli attimi di vita vissuta.
Il tempo va avanti, il passato non torna ma non per questo dobbiamo arrenderci alla sconfitta della (nostra) memoria. Io non mi arrenderò mai perché so che quella (mia) memoria servirà a non perdere di vista il sogno di amore e libertà che ci ha accomunato da giovani. Quando e se tornerò a New York, magari il prossimo autunno per uno stage, saprò di poter rivivere anche se con occhi diversi quel sogno accarezzato in soli due giorni durante la Pasqua 2010. Rivedere quegli squarci di città ammirati insieme ai tuoi migliori amici potrà avere i suoi inevitabili risvolti di tristezza ma almeno basati su un’esperienza vissuta alla grande già una volta.
Certo se ripenso a queste due settimane trascorse tra Canada e Stati Uniti, qualche rimpianto di sicuro me lo son portato con me in Italia: qualcosa che avrei voluto fare e che non ho fatto, qualcos’altro che avrei dovuto fare con più convinzione e meno ansia, oppure qualcosa che non avrei dovuto fare. Chissà. L’importante è sapere di aver condiviso in una casa meravigliosa dei momenti al di là di ogni immaginazione con persone fantastiche. Ragazze e ragazzi non vi dimenticherò mai: God bless you!
P.S. La mattina prima di ripartire per l'Italia ho trovato sul tavolo del salone un foglio bianco con sopra scritto: “4866 Boulevard St Laurent is the best house in Montreal. People living there are amazing!”. Non so chi l’abbia scritto tra la ventina di ragazze e ragazzi che hanno condiviso per alcuni mesi un appartamento e un pezzo di vita. Sono certo che quella frase l’avrebbe potuta scrivere chiunque, anch’io che ho vissuto solo per due settimane in una vera e propria casa senza frontiere. Questa è la materia di cui son fatti i sogni, e forse anche la vita. Di sicuro è l’essenza della giovinezza.

giovedì 25 marzo 2010
Il sogno di una cosa
Ancora non ci credo. Il 26 marzo mattina partirò per l'America, più precisamente per il Canada (a Montreal), da dove molto probabilmente raggiungeremo gli Stati Uniti, direzione Boston e New York. Come scrivevo, ancora non ci credo. Questo viaggio è nato all'improvviso, grazie ai miei due cari amici Nicola e Stefano, che da inizio anno stanno trascorrendo un periodo di studio proprio a Montreal.Quale miglior occasione per andarli a trovare dall'altra parte dell'oceano Atlantico? Partirò per una vacanza di due settimane - dal 26 marzo al 10 aprile - approfittando di una pausa del master in giornalismo che sto frequentando dallo scorso ottobre all'Università Cattolica di Milano. Sarà la prima Pasqua che trascorrerò fuori da Salerno e lontano dalla mia famiglia.
Insieme a Nicola, Stefano e Giuseppe Conforti (con il quale partirò dall'aeroporto di Malpensa) avremo modo di realizzare così un sogno agognato sin dagli anni del liceo: visitare quella land of hope and dreams che ha dato forma ai nostri desideri più ardenti. Ora quei desideri si avvereranno, il sogno diventerà realtà, in attesa della prossima meta da raggiungere con la sola forza delle nostre utopie.
See you from Canada folks!
martedì 20 ottobre 2009
Cronache olandesi #6

Cinema Pathé! ad Amsterdam
Capitolo cinema. Anche una delle mie più grandi passioni ha avuto la sua parte durante questo viaggio in terra olandese. Appena arrivato ad Amsterdam, infatti, ho da subito notato per strada le locandine del nuovo film di Michael Mann, Public Enemies, con Johnny Depp nei panni del rapinatore di banche John Dilinger. Uscito a fine luglio, proprio in concomitanza con il mio arrivo, ho deciso che appena possibile ci sarei andato. E così ho fatto.In un cinema della catena Pathé! ho acquistato il biglietto (ben 9,50 euro nonostante fosse uno spettacolo del pomeriggio) e mi son visto il film rigorosamente in versione originale con i sottotitoli in olandese. Una grande cosa, molto diffusa nei paesi del nord Europa, che in Italia stenta purtroppo a decollare. Tra l’altro, proprio nell’attesa che i film vengano doppiati, noi spettatori italiani non possiamo vederli il prima possibile. Basti pensare, ad esempio, che a fine agosto, in Olanda, già avremmo potuto gustarci il nuovo film di Quentin Tarantino Inglorious Basterds. Che invidia!
Sempre a proposito di cinema, con Mario abbiamo avuto la fortuna di essere ospitati a casa di un suo amico, Ali, impegnato ad Amsterdam nell’arredamento di un grande albergo in centro. Abbiamo alloggiato nel simpatico palazzo del Silodam, molto simile alle costruzioni Lego. A inizio agosto, proprio vicino casa nostra, ci siamo accorti dell’esistenza di uno stravagante festival del film, Open Air Film Festival, dove ogni sera proiettavano all’aria aperta pellicole indipendenti. Passando di lì mi son fermato a chiedere a una ragazza dello staff quanto costasse l’ingresso. “It’s free”, mi dice la ragazza. Grandioso!
La sera dopo, con Mario, scendiamo per andare a vedere di persona. Quel giorno proiettavano il film francese Louise-Michel, sempre in originale però con i sottotitoli in inglese. La cosa incredibile di questo festival è lo schermo montato su una serie di container messi l’uno sopra l’altro, mentre le poltrone del cinema sono delle sdraio adagiate su un soffice manto di sabbia a mo’ di spiaggia. C’erano tra l’altro anche due auto dismesse che fungevano da sedili per chiunque arrivasse in tempo per il film. Noi, quella sera, ci siamo seduti per terra: un po’ scomodo, ma comunque indimenticabile l’atmosfera respirata in quegli attimi di cinema open air.
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