martedì 28 luglio 2009

On the road (again)

Si riparte ancora. Questa volta in direzione Olanda, ad Amsterdam. Non ci sono mai stato, e dal 29 luglio fino al prossimo 14 agosto avrò modo di girarla in lungo e in largo, magari con qualche altra escursione fuori porta in terra olandese. Tutto è stato organizzato all'ultimo momento, anche se in verità non c'è voluta una grande preparazione visto che l'alloggio ce l'hanno procurato (tra l'altro gratis) degli amici di Mario, il mio amico con il quale partiremo da Napoli. Una sorpresa estiva inaspettata, insomma. Durante queste due settimane avrò modo così di rilassarmi quanto basta, e di godermi la mia vacanza-tipo: all'estero per fuggire, almeno per un po', dall'aria asfissiante di questa Italietta tutta bellezza e poca sostanza. Ma a cosa serve, in fondo in fondo, la bellezza senza la sostanza, senza un'anima capace di ispirare un popolo, di fargli credere che, prima o poi, qualcosa cambierà?

E' da un po', ormai, che non scrivo su questo blog di sogni e di speranze, negli ultimi tempi talmente preso dalla scrittura della mia tesi sulla camorra, e dagli ultimi esami (li ho finiti finalmente) della laurea specialistica in editoria e giornalismo. Ora sono (quasi) libero. Quasi perché sto già pensando ai prossimi progetti accademici (e lavorativi, si spera). Difatti a settembre tenterò l'ammissione alle scuole di giornalismo di Milano - alla Statale, alla Cattolica e alla Iulm - nella speranza di potercela fare almeno in una delle tre. Staremo a vedere: la selezione è dura, ma so di avere le mie buone possibilità. Qualora non dovessi farcela, al momento non saprei proprio cosa fare. L'unica certezza è che discuterò la tesi su Criminalità organizzata e cronaca: il caso camorra e la legislazione penale in ottobre.

Ora come ora mi sembra quasi di vivere in un limbo spazio-temporale, senza sapere cosa ne sarà della mia vita nei prossimi mesi. Il sogno di fare un'esperienza di studio o lavorativa all'estero è purtroppo sfumato nuovamente. Dopo aver presentato infatti la candidatura per i tirocini Schumann organizzati dal Parlamento europeo e per quelli del Ministero degli Esteri in collaborazione con la Crui, non sono stato prescelto per nessuno dei due. Quindi ora mi rimane da giocare solo la carta della scuola di giornalismo, dopo di che sarà l'imprevedibilità del caso a decidere (in parte) del mio futuro. In parte perché so che dipenderà comunque (e sempre) da me, dalla mia volontà di cambiare davvero le cose, la possibilità di realizzare i sogni di una vita. Ci riuscirò?

Per ora so di aver realizzato comunque alcuni di questi miei sogni. Domenica 19 luglio, allo stadio Olimpico di Roma, ho assistito con mio fratello e altri simpatici amici all'ennesimo (il quarto per me) ed emozionante concerto di Bruce Springsteen & E The Street Band. Una serata indimenticabile all'insegna del rock duro e puro, per la bellezza di tre ore di musica senza prendere un attimo fiato. Simply the best. Nei mesi scorsi, invece, tanto per tornare un po' indietro nel tempo, ho fatto una bella esperienza, nella redazione cultura dell'emittente televisiva Sat 2000, come stagista nei programmi di letteratura, musica e cinema, dove ho avuto il piacere di accogliere in studio anche Pupi Avati e Marco Bellocchio. A febbraio ho poi concluso i miei tre mesi di tirocinio a Leggo, per il quale ho scritto diversi articoli di cronaca e attualità. Indubbiamente una buona palestra, soprattutto per me che non avevo mai lavorato prima in una vera redazione.

Questo è quanto, dunque, nella consapevolezza che la strada da percorrere è ancora lunga, per non dire tortuosa. Ma poco importa, vorrà dire che ci rimboccheremo le maniche, terremo duro e correremo a più non posso in una sola, inequivocabile direzione:

Land of Hope and Dreams

La fortuna non esiste, di Mario Calabresi

«The End of Excess», la fine degli eccessi. Così titolava in prima pagina, lo scorso 6 aprile, il settimanale americano Time. Nei diciotto mesi precedenti, scrive il neodirettore de La Stampa Mario Calabresi nel libro La fortuna non esiste. Storie di uomini e donne che hanno avuto il coraggio di rialzarsi, «abbiamo assistito alla più grande perdita di ricchezza mai vista nel secondo dopoguerra, al crollo di Wall Street e del sistema finanziario, alla fine dei dogmi del liberismo anglosassone, a un piano senza precedenti di intervento pubblico nell’economia degli Stati Uniti e alla processione dei manager licenziati che se ne vanno dall’ufficio con una scatola tra le braccia».

Case pignorate e vetrine dei negozi sbarrate, queste le immagini più ricorrenti che il giornalista si è ritrovato dinanzi nel suo viaggio americano, da corrispondente de la Repubblica, durante la lunga corsa per le elezioni presidenziali che hanno visto trionfare alla Casa Bianca Barack Obama, il primo afroamericano della storia a stelle e strisce. Un viaggio all’insegna della vera testimonianza, maturata sul campo e a contatto con la gente che ha vissuto (e vive ancora) sulla propria pelle le conseguenze della crisi economico-finanziaria globale.

Ora come ora, per Mario Calabresi, è la frugalità l’umore di un Paese che «ha speso per anni molto più di quello che ha guadagnato, che in pochi mesi ha bruciato più ricchezza che in due guerre mondiali, e ora si rende conto che deve risparmiare, frenare, imparare a ricominciare». Arduo ricominciare, sì, ma meno per gli americani abituati da sempre a farlo, anche in condizioni peggiori di queste. Basti pensare a ciò che scrisse il console francese negli Stati Uniti, Paul Claudel, che proprio durante la presidenza del repubblicano Herbert Hoover, in quel 1929 del crollo della Borsa di Wall Street, ebbe modo di capire che «nel temperamento americano c’è una qualità, chiamata resiliency, che abbraccia i concetti di elasticità, di rimbalzo, di risorsa e di buon umore». Una qualità grazie alla quale se «una ragazza perde il patrimonio, senza stare a commiserarsi si metterà a lavare i piatti e a fabbricare cappelli», e «uno studente non si sentirà svilito lavorando qualche ora al giorno in un garage o in un caffè». D’altra parte, solo per ritornare ai giorni nostri, lo stesso Joe Biden, vicepresidente di Barack Obama, ha più volte detto: «Non importa quante volte cadi. Quello che conta è la velocità con cui ti rimetti in piedi».

Come è capitato a Mr Cao e alle sue cinque, rocambolesche vite, simbolo perfetto dell’American Dream fattosi realtà. La prima vita, durata solo otto anni in una Saigon stremata dal conflitto vietnamita; la seconda, iniziata a bordo di un aereo militare americano che lo portò tra le fredde pianure del Midwest; la terza, quando decise di non voler più farsi sacerdote e di trasferirsi a New Orleans per trovarsi una moglie e diventare avvocato; la quarta, costretto dopo l’uragano Katrina, che spazzò tutto e tutti (case comprese), ad acquistare un camper per garantire un tetto alla sua famiglia; e la quinta vita, il 6 dicembre 2008, quando Joseph Cao divenne il primo deputato vietnamita eletto al Congresso degli Stati Uniti d'America.

Allora è proprio vero, scrive in conclusione Mario Calabresi, che «ci vuole resistenza» perché «questa è una crisi lunga e profonda come non ne abbiamo mai viste», ed è ancor più vero che «non esiste la fortuna, esiste il momento in cui il talento incontra l’occasione». Parola del buon, vecchio Seneca.

domenica 26 luglio 2009

I Love Radio Rock, di Richard Curtis



••½

Un film per tutte le stagioni. Stiamo parlando del frizzante I Love Radio Rock, diretto da Richard Curtis, che sebbene ci parli di una vicenda risalente a più di quaranta anni fa non manca di parlarci anche un po’ di noi, delle nuove generazioni successive a quella mitica degli anni Sessanta, quando la musica rock andava a braccetto con l’amore, il sesso, l’amicizia, insomma con la vita. La storia ci narra della radio pirata che nel 1966, al largo delle coste inglesi, trasmetteva 24 ore su 24 pura musica rock, scagliandosi contro il perbenismo della programmazione musicale allora monopolizzata dalla troppo conservatrice Bbc. Una botta di adrenalina scosse l’etere britannico, e la vita di numerosi giovani pronti ogni giorno a sintonizzarsi con i loro dj preferiti.
Tanti sono i personaggi del film, ma uno in particolare, il giovane Carl – espulso da scuola e catapultato dalla madre sulla nave pirata dove finalmente conoscerà il vero padre – avrà il compito di far immedesimare lo spettatore con la redazione-ciurma a dir poco bizzarra della radio. Carl, infatti, dovrà ben presto amalgamarsi con tutti, e il suo carattere aperto, ancora giovane e soprattutto inesperto, gli farà vivere un’esperienza indimenticabile, godendosi a pieno – come dice il personaggio del Conte (interpretato da un istrionico Philip Seymour Hoffman) – “i migliori anni della” sua “vita”.
La pellicola, con una colonna sonora da urlo, a tratti nostalgica a tratti elettrizzante, mantiene un discreto ritmo fino alla fine, proprio perché sostenuta dall’indispensabile tappeto sonoro dell’epoca. Peccato che la sceneggiatura risulti un tantino prevedibile, rendendo I Love Radio Rock nient’altro che un comune film musicale, sulle orme di “Quasi famosi” di Cameron Crowe, senza la capacità però di caratterizzare in maniera originale i singoli personaggi della storia.
Siamo alle solite: abbiamo il playboy incallito, l’immancabile sfigato ancora vergine, il saggio capitano di bordo un po’ imbolsito ma con ancora tanta forza da vendere, l’unica donna sulla nave naturalmente lesbica (e come poteva essere altrimenti, in mezzo a tutti quegli uomini in calore). Per finire con il cattivo di turno, interpretato da Kenneth Branagh nei panni del ministro Dormandy (incaricato di far chiudere quella radio troppo immorale), che – indovinate un po’ – finirà proprio per soccombere all’ondata di rock ‘n’ roll scatenata da una marea di ragazzi e ragazze innamorate della musica, della vita, e di quella piccola, grande radio pirata che mai e poi mai sarebbe potuta affondare.

martedì 21 luglio 2009

Lasciami entrare, di Tomas Alfredson


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Il gelo e la neve sono dappertutto. Anche nei rapporti che il piccolo Oskar ha con i compagni di classe, alcuni dei quali non smettono di tormentarlo e picchiarlo solo per il gusto di divertirsi. Quel gelo non riesce proprio a scrollarselo di dosso nel tentativo di essere accettato dagli altri. Ci troviamo a Blackberg, quartiere degradato della periferia di Stoccolma, dove il dodicenne protagonista di Lasciami entrare, film svedese diretto da Tomas Alfredson, cerca in qualche modo una rivalsa nei confronti di una vita che lo vede troppo spesso soccombere. Un giorno, però, incontra la vicina di casa, una ragazzina misteriosa della sua stessa età, si chiama Eli, sempre pallida, con uno strano odore e che esce solo la sera. Perché mai?

Ben presto Oskar lo scoprirà, e insieme a lui lo spettatore affascinato da una storia così poco convenzionale che lascerà a tratti disturbati dalla crudezza di certe sequenze, a tratti ammaliati dalla tenera vicenda che vedrà Oskar ed Eli avvicinarsi sempre più come due piccoli innamorati. E proprio l’amore rappresenta l’anello di congiunzione tra due anime sole in cerca di una ragione per vivere spensieratamente la loro adolescenza. Questa spensieratezza non è permessa, però, alla povera Eli, che in realtà è un vampiro desideroso continuamente di sangue per nutrirsi e non morire. Una vita d’inferno, la sua, con il padre costretto ad uccidere per lei giovani vittime per procurarle sangue fresco.

Proprio qui c’è il maggior pregio della pellicola di Alfredson, capace di narrarci poeticamente, anche grazie ad una splendida fotografia delle gelide location svedesi, una storia sì fantastica e a tratti violenta, ma verosimile nello scandagliare le emozioni di due adolescenti alle prese con i loro primi passi nel mondo, con il bene ed il male cui inevitabilmente si è sottoposti e mai dimenticando che una vera amicizia, un vero amore, saranno per sempre.

Sono gli sguardi di intesa tra Oskar ed Eli a parlare più di mille dialoghi che non riuscirebbero mai a farci comprendere a pieno il profondo rapporto di complicità che s’instaurerà tra i due, sullo sfondo di un’avventura fatta di sangue e passione, debolezze e rivalse, paura e fiducia, insomma di vita e di morte. Un piccolo, grande film da godersi senza pregiudizi, capace di parlarci di vampiri (e di esseri umani) in modo originale e mai scontato. Altro che Twilight e remake vari!

Garage, di Leonard Abrahamson


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Tutto è sempre uguale nella vita di Josie. Da mattina a sera, in un piccolo paesino irlandese, il protagonista dell'ultimo film - Garage - di Leonard Abrahamson lavora in una pompa di benzina nel mezzo del nulla. Pochi i clienti che si fermano a fare rifornimento, ma grande l'impegno che Josie ci mette nel fare al meglio il suo dovere.

Bastano le prime sequenze a farci immergere da subito nell'universo di solitudine dell'uomo, che nonostante le difficoltà nell'integrarsi con gli altri concittadini è pervaso comunque da un forte desiderio di rivalsa. Qualche anno prima Josie ebbe la possibilità di cambiare vita, di lasciare l'Irlanda per andare a lavorare in Inghilterra. Magari un cambio d'aria gli avrebbe fatto bene, gli avrebbe permesso di sperare in altre occasioni, in un'altra vita. Ma Josie, dopo tutto, non ci pensa poi tanto, anche perché dove vive e lavora ora c'è una ragazza di cui è segretamente innamorato, e un ragazzino che gli dà una mano al garage con il quale riesce ad instaurare un rapporto di amicizia. E' a lui che si confida, è insieme a lui che beve qualche bottiglia di birra tanto per ammazzare il tempo e fare un po' di conversazione.

Appena finisce di lavorare Josie si prepara qualcosa da mangiare, e dopo magari si veste per andare a bere al bar del paese. Non avendo l'auto, però, ogni volta ci va a piedi, e in questo tragitto spesso incontra per la strada un cavallo bianco e nero - sempre solo un po' come lui - al quale decide di tanto in tanto di offrirgli una mela. L'animale sembra essere l'unico al mondo capace di apprezzare un gesto di Josie, quasi a volerlo ringraziare per quel frutto tanto gustoso.

Ma il destino ha in serbo per lui un amaro finale che non si sarebbe mai immaginato. Perché il nostro protagonista è un uomo semplice, forse anche troppo e per questo un tantino ingenuo. La sua ingenuità, infatti, gli procurerà un'umiliazione davanti alla quale la speranza, e la volontà di continuare a lottare in cerca di quella felicità desiderata, perderanno la forza di sempre. E allora, solo allora, in un estremo scatto di libertà, Josie deciderà di compiere il gesto più rivoluzionario della propria vita, ultimo atto d'accusa contro tutti coloro che l'hanno emarginato senza appello. E l'ultima, tragica, poetica sequenza del cavallo in primo piano - libero finalmente proprio come Josie - ci dà il senso di una vita sofferta e solitaria, ma ricca di una sensibilità mai davvero apprezzata quanto avrebbe meritato.

Encomiabile l'interpretazione di Pat Shortt, protagonista di un film un tantino lento nello sviluppo narrativo ma che alla fine, grazie alla sola forza dirompente delle immagini, riesce a spiegarci con grande sensibilità, senza fronzoli e dialoghi sterili, il significato profondo della storia di un uomo.


Garage
Regia Leonard Abrahamson
Sceneggiatura Mark O'Halloran
Produzione Element Pictures, Film4, The Irish Film Board, Mk2
Distribuzione Mediaplex Italia
Paese Irlanda
Genere Drammatico
Durata 85'