venerdì 25 settembre 2009

Il tesoro ritrovato

di Paolo Massa

Terry Herbert ci ha impiegato 18 anni ma alla fine ce l’ha fatta. Con il suo inseparabile metal detector, ha scoperto due mesi fa in una campagna inglese vicino a Lichfield, a nord di Birmingham, un vero e proprio tesoro archeologico risalente – dicono gli esperti – al settimo secolo, e comprensivo di più di 1.500 reperti in oro ed argento. Resti di spade con i rispettivi foderi, elmetti, croci cristiane, pugnali e immagini di animali (in particolare pesci ed aquile): questo ed altro in quella che gli studiosi considerano come la più importante scoperta della storia archeologica britannica, anche più del ritrovamento nel 1939 a Sutton Ho, nel Suffolk, di una camera ardente reale.

Il valore del tesoro anglosassone ammonterebbe a circa 1.6 milioni di dollari, dicono gli esperti. A destare stupore, però, sono le circostanze della scoperta di Terry Herbert, un disoccupato 55enne che nel tempo libero, e per 18 lunghi anni, ha setacciato con un metal detector numerose campagne senza mai trovare niente del genere. La gente gli rideva anche dietro, ha poi raccontato giovedì scorso durante la conferenza stampa al museo di Birmingham, dove i reperti verranno esposti due settimane prima di giungere al British Museum di Londra per gli studi del caso.

Il giorno della scoperta, ha rivelato Herbert, per caso sbagliò a recitare il motto che usava per augurarsi buona fortuna: "Ho questa frase che dico - 'Spiriti del passato, portatemi dove ci sono le monete' - ma quella volta dissi 'oro' invece che 'monete'. Non so perché ma penso che qualcuno mi stava ascoltando".

La ricompensa per il ritrovamento verrà poi divisa tra il signor Herbert e il proprietario del terreno la cui posizione non è stata ancora rivelata per permettere agli archeologi di continuare le ricerche nell’area. Ora, ha dichiarato il fortunato metal detectorist, il sogno è quello di comprarsi un bungalow con i proventi della propria fortuna. Ma c’è da scommettere che la sua lista dei desideri potrà essere molto più lunga.

"Silvio Silvio grande è" (!)

"La politica è bella"

domenica 20 settembre 2009

Lo specchio di noi stessi

Rivoluzione Google

di Paolo Massa
Google tuttofare. Mentre l’ultimo successo di Dan Brown, The Lost Symbol, sta vendendo su Amazon più copie nella sua versione e-Book che in quella cartacea, il colosso californiano di Mountain View ha deciso, con Google Books, di lanciarsi anche nel mercato dell’editoria a stampa. L’obiettivo è quello di diffondere nel mondo tutti quei titoli non protetti dal diritto d’autore, e che fanno parte della sua immensa biblioteca online, grazie ad un accordo stipulato con On Demand Books, la società produttrice di una sorprendente macchina da stampa, premiata nel 2007 dal Time come l’invenzione dell’anno.

Espresso Book, così si chiama l'apparecchio, è in grado di stampare volumi di 300 pagine, con copertina rigida, in meno di cinque minuti. Un vero prodigio della tipografia, insomma. Ogni testo costerà solo otto dollari, di cui tre serviranno a coprire i costi di produzione: Google ne guadagnerà uno solo, mentre gli altri due dollari verranno donati in beneficenza. La nostra missione è “di rendere più accessibili i libri del mondo”, ha detto Jennie Johnson, portavoce di Google, aggiungendo come “gli utenti potranno ottenere la copia fisica di un libro del quale esistono magari due sole copie in alcune biblioteche del paese, o del quale non esistono più copie”.

I titoli pubblicati prima del 1923, e quindi ormai privi di diritti d’autore, ammonterebbero a due milioni, ai quali potrebbero aggiungersene tanti altri se la società californiana riuscirà a garantirsi la possibilità di stampare libri protetti da copyright ma non più in commercio. L’ultima parola spetterà al tribunale di New York, dopo che Microsoft, Sony e Amazon hanno sollevato la questione di un eventuale monopolio di Google sui libri fuori commercio. Chi la spunterà?

Welcome back







sabato 19 settembre 2009

Classici a misura di Twitter

di Paolo Massa
Immaginate un libro in grado di riassumere in sole 20 frasi (o anche meno) 75 classici della nostra letteratura, dall’Amleto a Madame Bovary, da Moby Dick a Sulla Strada. Fatto? Bene: il libro si chiama Twitterature, ad opera di Alexander Aciman ed Emmett Rensin, due matricole universitarie di Chicago pronte al debutto nelle librerie (il prossimo 5 novembre in Gran Bretagna) con il loro piccolo, grande capolavoro edito da Penguin.

Prendendo in prestito da Twitter – il social network che permette a chiunque di scrivere sul web, in meno di 140 caratteri, ciò che si sta facendo – la scrittura agile e veloce, il testo riduce in soli 20 tweets mattoni della letteratura come la Divina Commedia. Un esempio dall’Inferno di Dante? «Sto avendo una crisi di mezza età. Perso nella boscaglia. Avrei dovuto portare il mio iPhone». In appena 90 battute eccoti riassunto, con un pizzico d’ironia, il pensiero del sommo Poeta smarritosi «nel mezzo del cammin di nostra vita per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita». Altro esempio? Liberamente ispirato al Paradiso perduto di Milton: «OH MIO DIO SONO ALL’INFERNO».

Ai due giovani autori l’idea è venuta quando erano compagni di stanza all’università di Chicago. In un’intervista al The Guardian, Rensin ha ribadito che Twitterature non dovrebbe essere considerato come una guida ai classici: «Non si può insegnare letteratura inglese con questo libro. L’umorismo è dato già dalla conoscenza delle opere riassunte». Nell’elogiare poi Twitter, e nel difendersi dalle critiche di coloro a dir poco scandalizzati dallo sfruttamento dei romanzi, Rensin chiama in causa anche Martin Lutero: «La gente inorridì quando tradusse la Bibbia dal latino in tedesco per renderla più accessibile. Nessuno poi uccise Lutero, quindi forse siamo al sicuro».

Per chi volesse, intanto, un assaggio del libro, basta visitare la pagina Twitter aperta dai due giovani studenti universitari di Chicago. Buona lettura.

Al Qaeda minaccia la Germania

di Paolo Massa
Allarme terrorismo in Germania a pochi giorni dalle elezioni politiche. In un video di 26 minuti caricato venerdì 18 settembre su Internet, un certo Bekay Harrach, con lo pseudonimo di Abu Talha, parlando in tedesco ha minacciato che se il 27 settembre – giorno delle consultazioni – vincerà un partito non intenzionato a ritirare le truppe dall’Afghanistan, ci sarà un «brusco risveglio» per il popolo tedesco.

L’uomo, rivolgendosi poi alla comunità musulmana in Germania, ha consigliato di fare attenzione a girare in strada, durante le prime due settimane dopo le elezioni, volendo così avvertire che un eventuale attentato sarebbe imminente. Criticando la politica estera sia della cancelliera Angela Merkel sia dello sfidante socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier, Abu Talha ha aggiunto che se «i tedeschi voteranno per la pace, allora i mujahedeen faranno la pace con la Germania. E con il ritiro dell’ultimo soldato dall’Afghanistan, l’ultimo mujahed lascierà la Germania. Parola di Al Qaeda».

Subito il ministro dell’Interno tedesco, Wolfgang Schäuble, ha ordinato l'incremento delle misure di sicurezza nel paese, specialmente negli aeroporti e nelle stazioni ferroviarie.

"Everything in the world is bothering me"














venerdì 18 settembre 2009

Premio Tenco alla tradizione "Napoletana"

Enzo Avitabile si è aggiudicato il Premio Tenco 2009 nella sezione Album in dialetto con l’ultimo disco "Napoletana". Questo riconoscimento, ha scritto il musicista sul suo sito, dà «valore a un’idea che si è sviluppata in due anni di ricerche, registrazioni, concerti. Sono super felice, è un disco a cui ho lavorato tanto, che rappresenta una sovrapposizione di realtà e di studio sonoro. È la tradizione che vive nel cemento. È il coronamento del messaggio artistico che sto portando avanti da diversi anni, parallelamente a quello con i Bottari di Portico, coi quali ho fatto live in Usa, Germania, Francia, Ungheria, Spagna, Inghilterra».

Pubblicato a fine giugno, dopo due anteprime a Madrid e Parigi, l’album «Napoletana» è nato a seguito dei laboratori di Etnomusicologia “Tradizione e cemento” tenuti dal cantante all’università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Obiettivo del corso: recuperare la tradizione nella civiltà urbana. Per il professore Marino Niola, quella di Enzo Avitabile è «un’antica lezione di musica pitagorica che restituisce ai suoni il loro ruolo di misure arcane che precedono la realtà. Immemorabili antidoti contro i mali del mondo che battono come un tamburo che ti entra dentro e ti lacera». Il musicista ritirerà la targa Tenco durante la rassegna in programma dal 12 al 14 novembre al teatro Ariston di Sanremo.

Another Rambo

Grande Giove!!!

Il sangue del Sud Italia

di Roberto Saviano
Questi uomini del Sud, questi soldati caduti urlano alle coscienze, se ancora ne abbiamo, che le cose in questo paese non vanno bene, dicono che non va più bene che ci si accorga del Sud e di cosa vive una parte del paese solo quando paga un alto tributo di sangue come hanno fatto oggi questi sei soldati. Perché al Sud si è in guerra. Sempre.

Storie di vita (e morte) a Kabul

L’Afghanistan come l’Iraq. Kabul come Baghdad. Nel novembre 2003, a Nassiriya, morirono 19 italiani (tra carabinieri, militari e civili). Oggi, settembre 2009, in una capitale afghana sempre più in balia della violenza terrorista, altri nostri soldati – sei in tutto – hanno perso la vita in seguito ad un attentato kamikaze in pieno centro a Kabul. Centocinquanta chilogrammi di esplosivo hanno spento, per sempre, i sogni e le ambizioni di Davide Ricchiuto, Antonio Fortunato, Matteo Mureddu, Roberto Valente, Giandomenico Pistonami e Massimiliano Randino. Tutti appartenenti al 186esimo Reggimento Paracadutisti Folgore di stanza a Siena, tutti accomunati dallo stesso, inevitabile destino di morte.

Davide Ricchiuto, primo caporalmaggiore nato in Svizzera nel 1983, viveva insieme alla famiglia a Tiggiano, nel Salento. Da poco tornato da una vacanza a Dubai, per il 26enne sarebbe stata la terza esperienza all’estero dopo il Kosovo e il Libano. «Doveva essere la sua ultima missione, aveva deciso di tornare qui per restare», ha detto il sindaco del suo paese. Agli amici di una vita, Davide ripeteva sempre: «Se devo morire, voglio farlo da eroe».

Antonio Fortunato, invece, 35enne originario di Lagonegro (Potenza), si trovava in Afghanistan da quattro mesi. Era lui, ieri mattina, al comando del plotone a bordo del primo Lince distrutto dall’autobomba. A dicembre avrebbe festeggiato dieci anni di matrimonio insieme alla moglie, con la quale viveva nel Senese.

Il sogno di Matteo Mureddu, 26 anni di Solarussa (Oristano), era di sposarsi al più presto con la sua Alessandra. Avevano già deciso di convolare a nozze lo scorso giugno, ma per l’improvviso impegno di Matteo in Afghanistan tutto fu rimandato al 2010. Alla mamma preoccupata ripeteva: «Tranquilla, so quel che faccio, sarò prudente. E poi è una missione di pace». Di missioni all’estero ne aveva già fatte due, una in Libano e l’altra nella ex Jugoslavia.

Roberto Valente, invece, 37enne originario di Napoli, a Fuorigrotta, era appena tornato a Kabul dall’Italia, dove aveva trascorso due settimane di licenza con la famiglia. Per lui era già iniziato il conto alla rovescia, perché a fine novembre sarebbe tornato a casa definitivamente. Niente più missioni all’estero – dopo la Bosnia, l’Albania e l’Iraq – e forse un lavoro al carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. Valente lascia una moglie e un figlio di due anni.

Anche Giandomenico Pistonami, 28 anni di Lubriano (Viterbo), aveva un sogno nel cassetto: sposarsi con la sua amata Zueca. Mancavano solo quaranta giorni prima che tornasse in Italia da Kabul, dove era di stanza dal maggio scorso. Al suo ritorno avrebbe comunicato alla fidanzata la data del loro matrimonio.

Massimiliano Randino, invece, 32 anni originario di Pagani (Salerno), ma da cinque anni in Toscana, era un grande appassionato di calcio, atletica e persino di recitazione (faceva parte di una compagnia teatrale). Lascia la moglie Pasqualina, 30 anni, baciata l’ultima volta poco tempo fa: Massimiliano, infatti, era appena tornato da dodici giorni di licenza.

Addio Davide, Antonio, Matteo, Roberto, Giandomenico, Massimiliano. E buon viaggio.

giovedì 17 settembre 2009

Cronache olandesi #3

31/07/2009 - Partito il 29 luglio da solo, Mario mi raggiunge il giorno dopo. Così il 31 iniziamo la nostra visita, guida Lonely Planet alla mano, dell’assolata capitale olandese. E proprio il sole, alla fine dei conti, si è rivelato il nostro più grande alleato. Per ben due settimane, infatti, soltanto due giorni la pioggia ci ha creato qualche grattacapo. Oltre al sole battente, però, un’altra cosa mi ha colpito in quel di Amsterdam: le ragazze olandesi, davvero carine, in giro per la città sulle loro inseparabili biciclette. Ho visto addirittura signore incinte, e non di poco, sfrecciare in bici mantenendosi con una mano il pancione e con l’altra il manubrio. Non c’è che dire: delle vere e proprie equilibriste su due ruote.

to be continued...

Cronache olandesi #2

L’arrivo ad Amsterdam è strepitoso, in particolare l’impatto col bel treno che mi porterà dal mega aeroporto di Schipol alla stazione centrale: un Intercity equivalente, per comfort, al nostro Eurostar. Da subito capisco di trovarmi in un altro mondo rispetto all’Italia. Basta solo guardarsi intorno, appena fuori la stazione, e ammirare le centinaia e centinaia di bici parcheggiate in appositi e ampi parcheggi per farti venire la voglia di emigrare in terra olandese. Qui la precedenza ce l’hanno quasi sempre le bici, anche rispetto ai poveri pedoni che non sanno mai dove guardare prima di attraversare. Comunque il primo giorno, in attesa di Mario, comincio a girare per Amsterdam a piedi e dopo un po’ decido di andare alla biblioteca vicino la stazione, la Openbare Biblioteek. Sulla guida avevo letto della possibilità di collegarsi gratis a Internet, così ci vado e provo a chiedere. Non credo ai miei occhi e alle mie orecchie: ci sono tante di quelle postazioni computer al pianterreno, e anche al terzo piano, che è quasi impossibile rimanere a secco. Per non parlare della sala lettura con quotidiani e riviste da tutto il mondo. Ogni sera, a fine giornata, questo è stato il luogo dove ho sfogliato il Corriere della Sera, l’International Herald Tribune, l’Economist, Newsweek e il Time, il Guardian e il Times, e last but not least il Financial Times. Un sogno ad occhi aperti.



to be continued...

Cronache olandesi #1

29/07/2009 - Partenza col botto. Vado a prendere il mio amico Mario sotto casa. Tutto pronto per il decollo dall’aeroporto Capodichino di Napoli. Basta un attimo, però, e Mario si ricorda di essersi dimenticato la carta d’identità. Ritorna indietro a prenderla, e meno male che non ci eravamo ancora avviati. Passano i minuti ma la carta d’identità non spunta fuori. Morale della favola (se così vogliamo chiamarla): sono costretto a partire da solo per Amsterdam. Mario mi raggiungerà non so quando. Parto così un po’ preoccupato, soprattutto perché non conosco nemmeno il nostro contatto per l’alloggio lì in Olanda: so solo che si chiama Samir, ho il suo numero di cellulare e un appuntamento vicino all’hotel Ibis vicino la stazione di Amsterdam. Il dado è tratto, dunque. La partenza non è rimandabile. Amsterdam mi sta aspettando per la prima volta, e io sto aspettando lei. Peccato che l’aereo abbia un ritardo di oltre un’ora. Proprio una partenza col botto, insomma.

to be continued...

"Come l'Inferno di Dante"

Si chiama CoRoT-7b, ed è così vicino alla stella intorno alla quale orbita che potrebbe “assomigliare all’Inferno di Dante”. Parola degli scienziati che l’hanno scoperto un anno fa grazie all’ausilio del satellite CoRoT, un telescopio lanciato nel dicembre 2006 dall’Agenzia spaziale europea proprio per individuare eventuali pianeti al di fuori del nostro sistema solare. Missione compiuta, dunque.

«Questo è il primo pianeta roccioso avvistato in un altro sistema», ha dichiarato alla CNN l’astronomo Artie Hatzes. Secondo Didier Queloz dell’Osservatorio di Ginevra in Svizzera, la composizione di CoRoT-7b potrebbe essere simile a quella della Terra, anche se il suo ambiente avrebbe più le sembianze dell’Inferno. Infatti, proprio per la vicinanza alla sua stella – 23 volte più vicino rispetto alla distanza tra Mercurio ed il Sole – su questo pianeta si raggiungerebbero, secondo Queloz, fino a un massimo di 3600 gradi Fahrenheit (2000 gradi Celsius). Se si paragona la densità con quella di altri pianeti del nostro sistema solare, si scopre che solo Mercurio, Venere e la Terra sono simili, ha evidenziato Artie Hatzes.

Nel compiere le dovute analisi comparative, gli astronomi sono stati agevolati anche dal fatto che CoRoT-7b è relativamente vicino - nella costellazione dell'Unicorno - a circa 500 anni luce da noi. Al progetto hanno lavorato ben 42 scienziati di 17 istituzioni e tre continenti differenti. Il prossimo 22 ottobre divulgheranno la loro scoperta in un numero speciale del magazine “Astronomy and Astrophysics journal”.

mercoledì 16 settembre 2009

Il sogno di una bambina


di Giuni Russo
Ho vissuto la vita che ho sognato.
Ero una bambina e volevo cantare.

This italian press

La "guerra" di Barack Obama

Altro che riforma sanitaria. Per Barack Obama «il primo pensiero quando si sveglia, e l’ultimo prima di addormentarsi» resta quello della guerra al terrorismo in Afghanistan. Il presidente americano lo ha dichiarato in un’intervista al New York Times, nella quale ha ribadito con forza che «l’Afghanistan non è il Vietnam». «Bisogna trarre lezioni dalla storia. Ogni momento è diverso, non si entra mai nello stesso fiume due volte», ha proseguito Obama, cercando così di allontanare la stessa minaccia che, nella seconda metà degli anni Sessanta, indebolì l’allora presidente Lyndon Johnson.

Intanto la situazione sul campo afgano resta critica. Come ha ammesso il segretario della Difesa, Robert Gates, «il tempo gioca a sfavore» contro i soldati americani impegnati in guerra: nel solo mese di agosto ne sono morti 48, già 28 invece nelle prime due settimane di settembre. Nel dibattito è intervenuto anche il capo di stato maggiore, l’ammiraglio Mike Mullen, secondo il quale «le operazioni militari contro i ribelli richiedono probabilmente più truppe per essere efficaci». Spetterà ora al Congresso decidere per un ulteriore aumento del contingente sul campo. Al momento in Afganistan sono impegnati 62 mila militari Usa, che a fine anno saliranno a 68 mila.

Resta urgente, però, come ha ribadito il generale Stanley McChrystal, comandante della forza di assistenza alla sicurezza a guida Nato Isaf, un rapido cambio di strategia. Cresce intanto negli Stati Uniti lo sfavore dell’opinione pubblica: secondo un sondaggio della CNN, infatti, solo il 39% degli americani è favorevole alla guerra in Afghanistan. Altro che riforma sanitaria.

Think different :-)

Meritocracy (!)

Whatever works...coming soon

martedì 15 settembre 2009

Addio a Patrick Swayze

Patrick Swayze ha lottato finché ha potuto, ma il cancro al pancreas – diagnosticatogli appena venti mesi fa – alla fine ha avuto la meglio. Il celebre attore americano, nato a Houston (Texas) il 18 agosto 1952, lascia un vuoto nel cuore dei fan che l’hanno tanto amato in film come Dirty Dancing e Ghost. Negli ultimi mesi aveva sorpreso tutti presentandosi in tv, nonostante la malattia, nei panni da protagonista nel telefilm The Beast. Swayze stava anche lavorando, insieme alla moglie Lisa Niemi, alle sue memorie.

Sin da bambino amante della danza, Patrick si esibì a Broadway dove riuscì a farsi notare nel ruolo di Danny Zuko nel musical Grease. Hollywood se ne accorse subito, lanciando così la carriera da attore del giovane texano, che nel 1987 in Dirty Dancing divenne una delle star del cinema più famose degli anni ’80. Per questa sua interpretazione fu anche candidato ai Golden Globe. Nel 1990 fu invece la volta di Ghost, al fianco di Demi Moore e Whoopi Goldberg, un altro grande successo al botteghino che valse alla pellicola di Jerry Zucker la nomination agli Oscar come miglior film.

Dopo essere stato addirittura nominato nel 1991 dalla rivista People come “Uomo più sexy” dell’anno, per Patrick Swayze iniziò un periodo di alti e bassi a causa dei suoi problemi con l’alcol. Fu la morte della sorella Vicky, per overdose, a convincerlo a farsi curare. Nel 2003 prese parte al musical Chicago mentre nel 2006 a Guys and Dolls. Nel gennaio 2008 la notizia del tumore al pancreas, che lo ha costretto a una lunga battaglia per la vita. Lunedì 14 settembre, infine, la triste notizia della sua morte, a soli 57 anni. Addio Patrick.

lunedì 14 settembre 2009

Once upon a time

di Gianni Riotta
Ultimi a dimenticare saranno i familiari delle vittime. Uno dei caduti era Rick Rescorla, veterano della battaglia di Ia Drang in Vietnam, 1965, responsabile della sicurezza per la finanziaria Morgan-Stanley/Dean Witter, che evacuati 2.700 colleghi ritornò nella Torre ad aiutare gli altri sbandati, cantando per rincuorarli nel buio e nel fumo vecchie ballate della Cornovaglia. Poco prima aveva scritto a un amico, «credevamo di essere stati fortunati a scampare al fuoco di Ia Drang e invece ci tocca ora morire da vecchi in ospedale, abbiamo perduto il nostro kairos, la grazia e il destino». Il destino da eroe che Rick credeva smarrito l'attendeva, paziente e irriducibile, l'undici di settembre del 2001. E oggi l'America, e con lei il mondo, ancora si interrogano se il destino prossimo sarà di pace e prosperità, di crisi, di guerra o di una confusa combinazione di tutti gli elementi, in una Storia che solo gli scolaretti timidi del primo giorno di asilo 2009 vedranno fino in fondo.

Voglio l'America, di Enrico Franceschini

"If I can make it there, I'll make it anywhere", cantava Frank Sinatra in New York, New York. Enrico Franceschini ce l'ha fatta sia nella Grande Mela che nel resto del mondo, da corrispondente del quotidiano la Repubblica prima negli Stati Uniti e poi anche a Mosca, Gerusalemme e Londra. Il suo american dream alla fine si è avverato, dopo aver deciso coraggiosamente di partire nel 1980, da solo, alla volta del continente americano. Sogno nel cassetto: fare il giornalista, più precisamente il corrispondente dall'estero. «Dovevo continuare a sognare, come avevo sempre fatto. Se avessi continuato, forse qualcosa sarebbe accaduto», scrive Franceschini nel suo ultimo libro Voglio l'America edito da Feltrinelli, e «quando l'aereo atterrò non ebbi dubbi di essere arrivato alla meta sospirata: dentro un film, un film americano».

All'inizio, grazie alla disponibilità di due suoi amici, il giovane (appena 24 anni) ragazzo bolognese sbarcato a New York, incapace di spiccicare due parole in lingua inglese, riesce così a trovare una sistemazione temporanea. «Per quanto Nick non mi fosse particolarmente simpatico e di Larry sapessi molto poco», ricorda Franceschini, «mi avevano offerto entrambi ospitalità senza pensarci due volte: uno in casa dei genitori, l'altro dell'ex fidanzata, d'accordo, ma non ero sicuro che degli italiani avrebbero fatto altrettanto». I primi tempi sono difficili, però, tra solitudine, mancanza di soldi e pessimo cibo da mangiare (sempre lo stesso: uova fritte e zuppa in scatola). Per il giovane aspirante giornalista «non c'era più New York, non c'erano amici, donne, passatempi: ogni tanto salivo sul tetto, guardavo giù, verso downtown, verso il grappolo di grattacieli di Manhattan, come per avere la conferma che ero davvero lì e non da un'altra parte. Poi tornavo a battere sui tasti, nella mia officina della parole, da cui dipendeva, secondo me, la mia sorte». Citando lo scrittore Henry Miller in Tropico del Cancro, a proposito dei suoi anni di povertà vissuti a Parigi: «C'erano milioni di persone intorno a me, ma ero completamente solo».

Ben presto, complice anche la fortuna oltre alla sua audacia, Franceschini ottiene un impiego per un'agenzia di stampa romana che gli permetterà di scrivere pezzi per giornali locali italiani in cerca di corrispondenze dagli Stati Uniti. Così, articolo dopo articolo, conoscenza dopo conoscenza, il giovane reporter italiano riesce a entrare nelle stanze de L'espresso, per il quale inizierà a scrivere i primi importanti articoli della sua carriera. E insieme ai successi professionali arriva anche l'amore, l'incontro con una ragazza italo-americana, Angie, grazie alla quale la solitudine non sarà più un problema. Il sogno di quel giovane ragazzo bolognese diventa così realtà, ma il momento del ritorno in Italia, dopo un anno vissuto a New York, lo costringerà a chiedersi cosa fare in futuro, e soprattutto dove. A casa, nel suo paese di origine? «Dove sarebbe casa?», si chiede in conclusione Enrico Franceschini, se «sono trent'anni che cerco di capirlo e non sono ancora sicuro della risposta».

Un'autobiografia del cuore, questa scritta dal giornalista di Repubblica, consigliata a coloro che hanno già realizzato i sogni di una vita, ma soprattutto ai giovani che stanno ancora lottando per realizzare i loro. Basta crederci, e volere fino in fondo la propria America.

Titolo: Voglio l'America
Autore: Enrico Franceschini
Editore: Feltrinelli
Anno: 2009

mercoledì 9 settembre 2009

Un po' di emozioni, di Fernanda Pivano

di Fernanda Pivano
Mi si spezzava il cuore pensando alle migliaia di giovani, forse ai milioni di giovani, trasformati da quest'uomo (Jack Kerouac) ancora adorato da loro che ne avevano accettato l'esempio impervio forse ignorando la sua tragedia o forse pronti anche ad accettare la sua tragedia per imitare le sue proposte emblematiche ("Let's go, man", "I want God to show me his face"), e mi chiedevo se nell'accettarlo così in blocco avessero immaginato le sue giornate mute, immobile su una sedia a dondolo in una stanza buia vicino alla bottiglia assassina, disperato di solitudine e di depressione, devastato dall'influenza di una madre bigotta e di una moglie patriottarda, la bellezza leggendaria corrotta non ancora dall'età ma già dall'alcol più inesorabile di qualsiasi droga.

L'italiano, di Beppe Severgnini

di Beppe Severgnini
Scrivere/parlare con efficacia è utile, affascinante e gratuito. In un mondo dove tutti sono sempre in cerca di costosi strumenti di seduzione sociale, il lessico - usato con intelligenza - costituisce una miniera d'oro. Non c'è bisogno di andare fino all'Accademia della Crusca (anche se vale la pena). Bastano un vocabolario, un taccuino, una matita appuntita e la televisione spenta.

di Albert Camus
Un cattivo scrittore è chi si esprime tenendo conto di un contesto interiore che il lettore non può conoscere.
Per questa via l'autore mediocre è portato a dire tutto quello che gli piace. La grande regola sta invece nel dimenticarsi in parte, a favore di un'espressione comunicabile. Questo non può avvenire senza sacrifici.

di Arthur Schopenhauer
Coloro che combinano discorsi difficili, oscuri, confusi e ambigui sicuramente non sanno affatto ciò che vogliono dire
, ma hanno soltanto un'oscura consapevolezza che ancora si sforza di trovare un pensiero. Spesso però essi vogliono celare a se stessi e agli altri che in realtà non hanno nulla da dire.

Runaway American Dream, di J. Guterman

di Jimmy Guterman
The job of a rock'n'roll band is to make the familiar real and, if they're lucky, new. Most nights, that is what Bruce Springsteen and the E Street Band do. "I can't promise you eternal life", Springsteen would shout almost every night on the reunion tour, "but I can promise you life right now!"

Italiani si diventa, di Beppe Severgnini

di Beppe Severgnini
L'avevamo sognata, immaginata, desiderata, attesa, discussa, invocata, fiutata. Poi l'abbiamo vista: era diversa.
L'America non appariva particolarmente complicata, e neppure eccessivamente sorprendente. Era semplicemente un'altra cosa. Più lunga, più larga, più vuota, più severa e, se vogliamo, più noiosa: tra un "luogo d'interesse" e un altro c'erano, quando andava bene, duecento chilometri. La colpa, naturalmente, non era dell'America. Era nostra. Non avevamo capito, per esempio, che i luoghi d'interesse, segnati in blu sulla mappa, non erano sempre luoghi interessanti; e i luoghi interessanti non erano sempre segnati in blu sulla mappa.

The Audacity of Hope, di Barack Obama

di Barack Obama
The audacity of hope. That was the best of the American spirit, I thought - having the audacity to believe despite all the evidence to the contrary that we could restore a sense of community to a nation torn by conflict; the gall to believe that despite personal setbacks, the loss of a job or an illness in the family or a childhood mired in poverty, we had some control - and therefore responsibility - over our own fate. It was that audacity, I thought, that joined us as one people. It was that pervasive spirit of hope that tied my own family's story to the larger American story, and my own story to those of the voters I sought to represent.