venerdì 28 agosto 2009

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Profondo Nero. Storie di un mistero italiano

«Un filo nero come il petrolio avvolge la fine di Mattei, De Mauro e Pasolini», scrivono Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, autori del libro inchiesta Profondo Nero edito da Chiarelettere. I due giornalisti, rispettivamente caposervizio all’Agenzia Ansa di Palermo e collaboratrice di MicroMega e L’espresso, hanno preso spunto dall’indagine giudiziaria sulla morte di Enrico Mattei, presidente dell’Eni, avviata nove anni fa dal pm Vincenzo Calia. Purtroppo il fascicolo è stato poi chiuso dopo la richiesta di archiviazione per l’insufficienza delle prove ai danni dei presunti colpevoli. Restano però le domande ancora inevase, e il libro in questione cerca in qualche modo di risollevarle per fare chiarezza su un periodo oscuro del nostro Paese.

Davvero c’è un’unica pista all’origine delle stragi di Stato, come ci suggerisce il sottotitolo di Profondo Nero? Ha scritto il filosofo Guy Debord in La società dello spettacolo: «La democrazia spettacolare non intende essere giudicata in base ai propri meriti, ma in base ai propri nemici. La storia del terrorismo è scritta dallo Stato. Quindi è educativa. La democrazia, in quanto spettacolare integrato, ha bisogno del terrorismo, dando luogo così a una perfezione fragile, che deve essere preservata, per garantire l’immutabilità delle scelte governative». Un terrorismo che comincerebbe, secondo la tesi del libro, con il presunto assassinio di Enrico Mattei la sera del 27 ottobre 1962, precipitato con il suo aereo nelle campagne lombarde di Bascapé.

Chi era Enrico Mattei? Il presidente dell’Eni fu incaricato nel 1945, subito dopo la seconda guerra mondiale, di liquidare le attività dell’Agip. Farà invece tutto il contrario, con l’obiettivo, scrivono Lo Bianco e Rizza, «di garantire al Paese un polo energetico nazionale, in grado di assicurare lo sviluppo della piccola e media impresa a prezzi più bassi rispetto a quelli degli oligopoli internazionali». Con la scoperta del petrolio padano, a Mattei verrà ben presto l’idea di fondare un ente per la supervisione delle politiche energetiche italiane: nascerà così nel 1953 l’Eni (Ente nazionale idrocarburi). Qual era dunque la strategia di Enrico Mattei? Esplorare nuovi mercati, «trattando con i Paesi produttori del Terzo Mondo, alla ricerca di accordi più vantaggiosi», evidenziano gli autori. Una strategia che infastidì non poco il cartello delle Sette sorelle, comprensivo negli anni Cinquanta delle sette maggiori compagnie petrolifere del mondo (cinque americane). Basti pensare, tra l’altro, che proprio Mattei, almeno in via ufficiosa, sarebbe uno degli artefici della nascita dell’Opec, il 14 settembre 1960, cui aderirono tra i Paesi produttori del Terzo mondo Iran, Iraq, Arabia Saudita, Kuwait e Venezuela. Insomma, un uomo scomodo e indipendente, in procinto poco prima di morire di firmare un nuovo accordo con l’Algeria e l’Iraq, sancendo con l’Eni il suo ruolo di concorrente autonomo alle Sette sorelle.

Il legame tra Mattei e il giornalista siciliano Mauro De Mauro risale invece alla richiesta di Francesco Rosi, pronto a girare un film sul presidente dell’Eni (Il caso Mattei con Gian Maria Volonté), di ricostruire le ultime ore trascorse da Mattei in Sicilia prima del suo ultimo volo. Il cronista de L’Ora di Palermo scompare il 16 settembre 1970, con il metodo della lupara bianca (infatti non è stato ancora ritrovato il corpo), proprio mentre stava indagando sulla morte dell'imprenditore. Si arriva così a Pier Paolo Pasolini, impegnato nella prima metà degli anni Settanta nella stesura del romanzo Petrolio (rimasto poi incompiuto).

«Pasolini è il primo (e finora l’unico) a collegare esplicitamente l’attentato di Mattei alla strage di piazza Fontana e alle altre stragi», scrivono Lo Bianco e Rizza. Come dirà poi anche il leader democristiano Amintore Fanfani, nel 1986, «forse l’abbattimento dell’aereo di Mattei è stato il primo gesto terroristico nel nostro Paese». Il poeta friulano verrà poi zittito per sempre, nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia, dove fu ritrovato senza vita il corpo martoriato a suon di calci e pugni. Nel tentativo di svelare «il volto nascosto del potere in Italia, il potere occulto e stragista, celato dietro la maschera di quello ufficiale economico e parlamentare», Petrolio di Pasolini resta il simbolo di una lotta ancora da combattere fino in fondo, quella lotta per la verità nascosta dietro la polvere della Storia.

Come ha scritto Carlo Ginzburg, «uno storico ha il diritto di scorgere un problema là dove un giudice deciderebbe il non luogo a procedere». E Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, fascicoli giudiziari alla mano, un grosso interrogativo ce l’hanno posto, almeno per cercare di «illuminare gli antri più bui della nostra Repubblica».

Titolo Profondo Nero
Autore Giuseppe Lo Bianco, Sandra Rizza
Editore Chiarelettere
Anno 2009

giovedì 27 agosto 2009

Music sweet music

Record Club: Velvet Underground & Nico "I'll Be Your Mirror" from Beck Hansen on Vimeo.

La fabbrica dei sogni

Basta apparire

The Last Kennedy

Lars and the Real Girl

Reverend Bock: Lars asked us not to wear black today. He did so to remind us that this is no ordinary funeral. We are here to celebrate Bianca's extraordinary life. From her wheelchair, Bianca reached out and touched us all, in ways we could never have imagined. She was a teacher. She was a lesson in courage. And Bianca loved us all. Especially Lars. Especially him.

Lars and the Real Girl
Regia
Craig Gillespie
Anno
2008
Voto •••••

"I'm looking for The Boss"

End of an American Epoch

If you see them, Ted, say "Hello" to John and Bobby.

domenica 23 agosto 2009

Keep holding on

You're not alone.
Together we stand.
I'll be by your side.
You know, I'll take your hand.


sabato 22 agosto 2009

John Dilinger, il ladro gentiluomo



••½

Nei cinema italiani uscirà solo il prossimo 13 novembre. Nel resto d'Europa, invece, come ad Amsterdam - dove l'abbiamo vista in anteprima - la nuova pellicola di Michael Mann è già nelle sale, complice la sacrosanta abitudine all'estero, a differenza dell'Italia, di proiettare i film in versione originale con i sottotitoli. Public Enemies, che in italiano s'intitolerà Nemico Pubblico, ci narra le vicende (basate su una storia vera) di John Dilinger (un bravo Johnny Depp), celebre negli Stati Uniti degli anni Trenta per le sue numerose e cospicue rapine in banca.

Il regista Michael Mann, traendo spunto dall'omonimo libro di Bryan Burrough, si concentra sugli ultimi anni della vita del ladro gentiluomo. Ad inseguire John Dilinger e la sua fidata gang, ci pensa l'agente Melvin Purvis (un Christian Bale un po' sottotono al confronto con Depp), incaricato da J. Edgar Hoover, futuro direttore dell'FBI, di catturare uno a uno i componenti della gang, Dilinger compreso e preferibilmente vivo. Viene dichiarata così la prima guerra al crimine sul suolo americano. Ma la vita per il detective non sarà poi tanto facile, ed è qui che Michael Mann cerca di giocarsi al meglio, non sempre riuscendoci, il balletto degli inseguimenti tra preda e predatore. A lungo andare, però, complice una certa prevedibilità della sceneggiatura, la ricerca affannosa ai danni di Dilinger stanca lo spettatore. Le fughe rocambolesche della sua gang dal carcere sono un tantino telefonate, come anche le rapine in banca.

Insomma, siamo alle prese con il solito film di Michael Mann, tanta azione ma niente di più, sparatorie a non finire e una regia solo a tratti originale. Basti pensare, ad esempio, a certe sequenze dal particolare taglio documentaristico, con la macchina da presa incollata ai personaggi, quasi a volerne imprimere meglio su pellicola le emozioni. Debole la parte dedicata all'amore tra John Dilinger e Billie Frechette (un'affascinante Marion Cottilard), che nello sviluppo della storia rivestirà un ruolo fondamentale perché quasi ogni azione del protagonista avrà come scopo quello di ritornare dalla sua amata.

Public Enemies diretto da Michael Mann ci sembra così, alla fine dei conti, un'occasione persa, in particolare nella caratterizzazione del contesto storico della Grande Depressione americana: ottimi costumi e auto d'epoca a ricordare quel periodo, ma nient'altro. Da antologia, però, le ultime sequenze, quelle decisive per la cattura del super ricercato, girate all'esterno di un teatro dove è stato appena proiettato il film Manhattan Melodrama con Clark Gable. Pochi istanti di meta-cinema che riescono in breve, meglio di tutta la pellicola, a rispondere alla domanda: "Ma chi era davvero John Dilinger?".

Public Enemies
Regia Michael Mann
Sceneggiatura Ronan Benett, Ann Biderman, Michael Mann
Produzione Forward Pass, Misher Films, Tribeca Productions
Distribuzione Universal
Paese Usa
Uscita cinema 13-11-2009
Genere Drammatico, gangster
Durata 143'

The future of Cinema?

giovedì 20 agosto 2009

Buon viaggio Fernanda

Aveva da poco compiuto 92 anni, Fernanda Pivano, morta martedì sera in una clinica privata di Milano. Lo scorso 18 luglio, dalle colonne del Corriere della Sera, la scrittrice (ma anche traduttrice, giornalista e critica musicale) quasi presagendo la fine imminente dei suoi giorni aveva scritto: «Non ho mai voluto accettare le malattie dell'età e ne ho le scatole piene di dover prendere tutte queste pastiglie che i medici mi prescrivono. Ho sempre cercato di vivere di passioni e tutto questo mi riporta solo alla disperazione dei miei 92 anni, con le vene che non reggono la pressione di una semplice iniezione. Ma grazie a Dio ci sono questi ragazzi di 18 anni che mi mandano le loro poesie, i loro racconti, i loro auguri e mi chiedono suggerimenti su come fare a superare le tragedie della vita. Ahimè. A 92 anni ancora non so cosa rispondere. Dico loro di sperare. Di battersi per vivere in un mondo senza guerre volute solo da capitani ansiosi di medaglie. Di sorridere senza il rimorso di non aver aiutato nessuno». La passione prima di tutto, dunque, come forza motrice di una vita trascorsa a sognare sui libri dei maestri americani che ci ha tramandato poi con le fedeli traduzioni in italiano.

Nata a Genova nel 1917, e poi trasferitasi a Torino dove frequentò il Liceo Classico Massimo D'Azeglio, nel 1941 la Pivano si laureò con una tesi in letteratura americana su Moby Dick di Herman Melville. Due anni dopo, in pieno regime fascista, il suo professore Cesare Pavese, appena tornato dal confino, le propose di tradurre le poesie dell'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Un affare spericolato, dirà poi la Pivano a proposito dell'offerta di lavoro di Pavese, ma che subito la farà innamorare di questa opera fondamentale della letteratura americana. «Presi in mano il libro, lo aprii a caso, come si fa in questi casi, e la prima poesia che mi capitò sotto gli occhi fu Francis Turner. A me piaceva tanto quell'uomo che si fece volar via l'anima per baciare una ragazza», ricordò la Pivano. Ad attirarla di più nella tradizione americana rispetto a quella europea, era la «differenza fra letteratura pragmatistica e letteratura accademica, fra i fatti della vita e una letteratura libresca basata su indagini psicologiche».

Nel 1948, a Cortina, incontrò un altro dei suoi eroi, Ernest Hemingway, con il quale nascerà una profonda amicizia, e del quale curerà la traduzione italiana dell'intera opera. Il 1956 fu l'anno del primo viaggio negli Stati Uniti, mentre nel 1959 uscirà per la Mondadori la sua prefazione a Sulla strada di Jack Kerouac, e nel 1964 la traduzione delle poesie di Jukebox all'idrogeno di Allen Ginsberg. Su On the road disse: «Era il libro della libertà. E i giovani amano la libertà. Se non ci fosse la libertà nessuna ragazza nemmeno oggi potrebbe baciare liberamente il proprio fidanzato». A Jack Kerouac una volta chiese: «Ma perché sei così disperato? Che cosa vorresti? Cos'è che vuoi per non essere più così disperato? "Voglio che Dio mi mostri il suo volto", mi rispose lui».

Grande appassionata di musica rock, Fernanda Pivano dichiarò che «il mio amore per questa musica è sbocciato nel 1965 quando Bob Dylan tenne il suo primo concerto all'Università di Berkeley: quella sera nacque il movimento dei figli dei fiori. Era chiaro che stava cambiando il mondo». Celebre la sua amicizia con il cantautore Fabrizio De Andrè, del quale scrisse dopo la morte: «Vivrà per sempre negli immensi spazi profumati dell'eternità dove si raccolgono gli inermi eroi della pace e dell'amore». Nel 2008 ha potuto godersi la vittoria alla Casa Bianca di Barack Obama, primo presidente nero della storia americana, sulla scia delle lotte contro la segregazione razziale di Rosa Parks, Martin Luther King e Malcolm X. «Ah, questa è l'America che amo», disse subito dopo le elezioni.

A chi le chiese invece quale fosse il suo sogno, Fernanda Pivano rispose: «Voglio che Dio mi mostri il suo volto». Di certo ora potrà rivedere i volti dei suoi eroi persi per strada, da Cesare Pavese a Jack Kerouac, da Ernest Hemingway ad Allen Ginsberg, da David Foster Wallace a Fabrizio De Andrè. Buon viaggio Fernanda.

Waiting for Scarlett