martedì 31 marzo 2009

Is this YouTube for books?

Se lo chiede il The Guardian a proposito dell'incredibile sito web Scribd.com.

lunedì 30 marzo 2009

Bob Dylan's "first time" since 1973

Ce lo spiega qui Rolling Stone. Da brividi, questa versione "live in Stockholm" della canzone Billy!!!

domenica 29 marzo 2009

Nostalgia VS Speranza

di Massimo Gramellini

(...) Si diventa vecchi quando la nostalgia prevale sulla speranza e i rimpianti sui sogni. E sempre più spesso si diventa vecchi da giovani, benché non ci sia niente di più triste.

Quel che noi stessi siamo

di Luca Ricolfi

(...) Quanto ai due maggiori partiti, il Pd e il Pdl sono entrambi - oggi - due partiti conservatori di massa, che si differenziano fra loro essenzialmente per gli interessi verso cui hanno un occhio di riguardo: la sinistra non ha la minima intenzione di disturbare la sua base sociale, fatta di pensionati e lavoratori «garantiti», la destra non ha la minima intenzione di disturbare la propria, fatta di partite Iva, ceti professionali, imprenditori. La sinistra non avrà mai il coraggio di riformare il mercato del lavoro, sfidare i sindacati, abbandonare le corporazioni dei magistrati, degli insegnanti, dei professori universitari. La destra non avrà mai il coraggio di combattere l’evasione fiscale, estirpare il lavoro nero, liberalizzare il commercio e le professioni, difendere i consumatori contro gli abusi delle imprese, grandi o piccole che siano. Così le cose buone che piacerebbero agli uni sono destinate a restare lettera morta per il veto degli altri. E viceversa. (...)
Si può pensare anche, tuttavia, che la comune ispirazione conservatrice della destra e della sinistra non sia altro, in fondo, che l’espressione politica di quel che noi stessi siamo. Un popolo in cui l’aspirazione al cambiamento si manifesta a ondate improvvise, come ribellismo anarcoide, su un sottofondo costante, duraturo, pietroso fatto di particolarismo, di tenace attaccamento ai nostri interessi immediati, individuali e di gruppo. Se questo è ciò che siamo, non deve stupire che - da noi - le forze del cambiamento siano minoranza sia a destra sia a sinistra, e che alla fine della storia, dopo un quindicennio di seconda Repubblica, la competizione politica fondamentale sia diventata una sfida fra due conservatorismi (...).

venerdì 27 marzo 2009

Così parlò Bellavista

"Gli uomini si dividono in uomini d'amore e in uomini di libertà, a secondo se preferiscono vivere abbracciati l'uno con l'altro oppure preferiscono vivere da soli per non essere scocciati".

Titolo Così parlò Bellavista
Regia
Luciano De Crescenzo
Anno 1984

La giusta distanza

"C'è una cosa che devi imparare subito: è la regola della giusta distanza, la misura che tu devi sempre tenere tra te che scrivi e le persone coinvolte nei fatti".

Valentina Lodovini

Titolo La giusta distanza
Regia Carlo Mazzacurati
Anno 2007

mercoledì 25 marzo 2009

Le strade della violenza, di Isaia Sales

"A due secoli di distanza, la camorra resta criminalità sociale. E, come per tutte le criminalità sociali, sta nell'integrazione economica, civile e culturale dei ceti sottoproletari la risposta ai problemi che pone all'insieme della comunità nazionale, napoletana e campana. Finora questa risposta non c'è stata, o non è stata abbastanza intensa e pervasiva da riassorbire i ceti da cui trae il suo alimento permanente".

lunedì 23 marzo 2009

And the Oscar goes to...Roberto

1999-2009

Le guerre di Kubrick tra oscurità e luce

di Paolo Massa
(www.whipart.it)
In un'intervista pubblicata nel settembre 1968 su Playboy, Stanley Kubrick disse: «Per quanto sia vasta l'oscurità, dobbiamo procurarci da soli la nostra luce». E il grande regista americano, scomparso proprio dieci anni fa, ha spesso cercato di scandagliare nei suoi film, illuminandola con la solita maestria dietro una macchina da presa, quell'oscurità che ha segnato in particolare il XX secolo: la guerra.
Basti pensare che il tema del conflitto è parte integrante anche della sua prima, sperimentale pellicola, quel Paura e desiderio del 1953, storia di un gruppo di soldati persi dietro le linee nemiche di una guerra sconosciuta. Come ha confermato poi Christiane Kubrick, vedova del regista, nel bel documentario Stanley Kubrick: A Life in Pictures, a Kubrick «piaceva confrontare la guerra al gioco degli scacchi e gli scacchi al fare cinema, tendendo a vedere ogni cosa come un conflitto». Era un grande giocatore di scacchi, Kubrick, e forse non è un caso se passavano così tanti anni tra un film e l'altro. A proposito del suo passatempo preferito, il regista considerava gli scacchi come «una serie di mosse che si fanno una alla volta e obbligano a valutare le risorse rispetto al problema principale, che negli scacchi è il tempo e nel cinema sono il tempo e il denaro».



Scrisse Elaine Dundy in un articolo del 1963 pubblicato su The Queen Magazine: «Per lui fare il regista è una guerra (...) contro la pigrizia, la fannullaggine, (...) contro le perdite di tempo e di energie, contro tutto ciò che gli impedisce di ottenere le migliori condizioni di lavoro per sé e i propri attori». «Cerco solo di fotografare le cose in modo realistico», questa la poetica cinematografica di Stanley Kubrick, seguita a maggior ragione nei suoi film bellici. Tre su tutti da ricordare: Orizzonti di gloria (1957), Il dottor Stranamore (1964) e Full Metal Jacket (1987).

E' curioso, tuttavia, notare come nel caso della prima e della terza pellicola, rispettivamente ambientate durante la prima guerra mondiale e il conflitto in Vietnam, il regista americano abbia deciso di mostrarci, attraverso violente scene di combattimento, le conseguenze più atroci sui corpi e gli spiriti dei poveri soldati chiamati al fronte. In Orizzonti di gloria, lucido atto d'accusa contro la guerra dove le magnifiche carrellate all'interno delle trincee ci danno il senso del primo, brutale conflitto globale, come anche in Full Metal Jacket, dove lo sguardo antimilitarista del film precedente si tramuta in uno sguardo più obiettivo e realistico sugli orrori del Vietnam. «In Full Metal Jacket Kubrick finì per assumere un punto di vista distaccato come un occhio di Dio sui combattimenti, specialmente nella seconda parte del film». Parola di Michael Herr, co-sceneggiatore della pellicola, che nel documentario A Life in Pictures evidenzia quanto Kubrick avesse voluto, questa volta a differenza di Orizzonti di gloria, non più «assumere una posizione morale e politica sulla guerra ma considerarla solo come fenomeno». «Lui stesso capì», continua Michael Herr, «che tra le tante cose anche la guerra poteva essere bellissima» impressa su pellicola. Ne Il dottor Stranamore, ovvero: Come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba (1964), invece, quasi a voler esorcizzare in piena guerra fredda la possibilità (non remota) di una battaglia nucleare, Stanley Kubrick decise di servirsi di una sagace black comedy per farci riflettere con un sorriso sull'assurdità di un conflitto che avrebbe potuto distruggere l'intero pianeta.
«Lei è pacifista?», gli chiese Eric Nordern durante l'intervista poi pubblicata nel 1968 su Playboy. «Non sono sicuro di cosa significhi veramente pacifismo», rispose Kubrick. «Sarebbe stato un atto moralmente superiore sottomettersi a Hitler per evitare la guerra? Non credo. Ma ci sono state anche guerre tragicamente insensate, come la prima guerra mondiale e l'attuale pasticcio in Vietnam, e la pletora di guerre religiose di cui è costellata la nostra storia». E una domanda, allora, nasce spontanea: cosa avrebbe pensato, Stanley Kubrick, delle guerre di oggi? E come le avrebbe rappresentate in un suo nuovo film?

venerdì 20 marzo 2009

Bruce Springsteen & his Dream

The Daily Show With Jon StewartM - Th 11p / 10c
Bruce Springsteen - Working on a Dream
comedycentral.com
Daily Show Full EpisodesImportant Things w/ Demetri MartinPolitical Humor

Non ho risposte semplici, di Stanley Kubrick

"Se proprio dovessi dare qualche indicazione sul significato più profondo della storia", ha affermato Kubrick, "direi che è profondamente legato all'idea junghiana della dualità dell'uomo: altruismo e cooperazione da una parte, e aggressione e xenofobia dall'altro". "Suppongo che l'unico miglioramento in cui si potrebbe sperare a questo mondo, quello che avrebbe l'effetto più duraturo e definitivo, sarebbe che questa visione junghiana dell'uomo fosse capita da quelli che si vedono come dei buoni e proiettano tutta la malvagità verso l'esterno".

giovedì 19 marzo 2009

IL FILM - Fortapàsc


di Paolo Massa
Fortapàsc, film diretto da Marco Risi e dedicato alla memoria del giovane giornalista Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra nel 1985, inizia con una bella inquadratura del mare di Napoli. Come sfondo musicale la canzone "Ogni volta" cantata da Vasco Rossi. Quella sera di settembre di ventiquattro anni fa, infatti, il cantante bolognese tenne un concerto proprio nella città partenopea. E Giancarlo (Libero De Rienzo) insieme a Daniela (Valentina Lodovini), la sua fidanzata, ci sarebbe andato se non fosse stato ucciso con dieci colpi di pistola.

Vediamo così l'inconfondibile Citroen Mehari gialla a bordo della quale Giancarlo, nelle prime sequenze, si guarda intorno come se sapesse di poterlo fare per l'ultima volta. A un tratto, poi, ne sentiamo la voce fuori campo, ormai consapevole del suo imminente, tragico destino quasi a volerci parlare da un aldilà imprecisato. Parte così il bel film di Marco Risi (nelle sale dal 27 marzo), non la solita biografia agiografica dedicata a un eroe italiano troppo presto dimenticato in patria.

Il merito della pellicola, infatti, sta proprio nell'affrontare sia la vicenda personale che pubblica del giovane cronista napoletano, quasi ad intrecciarle insieme e a voler sottolineare ancora una volta che Siani uomo (o meglio ragazzo: aveva solo 26 anni quando venne ucciso) e Siani giornalista sono due facce della stessa medaglia. Pur offrendo a volte un'immagine a tratti stereotipata dei camorristi (su tutti Valentino Gionta) - tanto lontana, per esempio, da quella vista in Gomorra di Matteo Garrone, dove la violenza dei boss sembra routine quotidiana mentre qui ci appare come uno spettacolo un po' artificioso - il film riesce comunque a trovare una propria cifra stilistica nel raccontarci gli ultimi quattro mesi di vita del giovane cronista. Basti pensare alla scelta di far sentire nel corso del film la voce fuori campo di Siani, come se avesse la forza di parlarci anche da morto per meglio spiegarci le sue sensazioni.

Da ricordare poi l'eccellente prova degli attori, su tutti Libero De Rienzo davvero bravo nell'interpretare un Siani quanto mai credibile, anche in punto di morte. La pellicola a tratti riesce pure a sdrammatizzare la tensione che inevitabilmente cresce sequenza dopo sequenza, soprattutto nei frangenti in cui esce fuori di più il lato umano del protagonista, in particolare nel suo rapporto con la ragazza e con gli amici.

Degno di nota comunque il grande impegno civile e la lucidità con le quali è stata descritta senza eccessivi compiacimenti la figura di un «giornalista-giornalista», come amava definirsi Giancarlo, che perse la vita solo per aver fatto il suo mestiere. Ma ormai è risaputo, come dice un personaggio in Fortapàsc, che «l'Italia non è un paese per giornalisti-giornalisti, ma solo per giornalisti-impiegati». E Siani sapeva fin troppo bene da che parte schierarsi. Forse per questo fu ucciso barbaramente a soli 26 anni.


Fortapàsc
Regia
Marco Risi
Sceneggiatura
Jim Carrington, Andrea Purgatori, Marco Risi
Produzione Bìbì Film, Rai Cinema, Minerva Pictures Group
Distribuzione 01 Distribution
Paese Italia
Uscita Cinema 27-03-2009
Genere Biografico, Drammatico
Durata 106'

martedì 17 marzo 2009

Con Kubrick, di Michael Herr

"Non parlava mai dei suoi film mentre li stava facendo, e non gli piaceva molto parlarne dopo, tranne forse che per menzionare gli incassi. Soprattutto non voleva parlare del loro significato, perché credeva così tanto nel loro significato che tentare di parlarne poteva solo rovinarglielo. Poteva raccontarti come lo aveva fatto, ma mai perché. (...) Una volta gli chiesero com'era arrivato a pensare il finale di 2001: Odissea nello spazio. Non lo so, disse. Come si arriva mai a pensare qualcosa?".

lunedì 16 marzo 2009

IL FILM - Gran Torino


di Paolo Massa
I film diretti da Clint Eastwood, specialmente gli ultimi (basti pensare a Mystic River o a Million Dollar Baby), non sono semplici film. Non si limitano a raccontare delle storie che appassionino in qualche modo gli spettatori. Sono invece degli autentici spaccati su pellicola della realtà, con tutte quelle sfumature che spesso non riusciamo a scorgere ad occhio nudo. Ma l’“occhio” di Clint Eastwood, grazie ad una regia quanto mai classica e lineare, nulla si lascia sfuggire.

Ecco perché non bisogna stupirsi della grande capacità del regista di scandagliare così a fondo i turbamenti dell’animo umano. E’ un’analisi, quella di Eastwood, che non si ferma in superficie, non si accontenta di presentarci dei personaggi e di raccontarci nel modo più chiaro possibile la storia che li vede coinvolti. Niente di tutto questo. Il suo sguardo dall’alto, a illuminare il piccolo grande mondo da lui rappresentato per immagini, è uno sguardo impietoso che non lascia lo spettatore in balia dei suoi desideri. Seduti al buio della sala, siamo condotti dove il regista ha deciso di condurci, senza la minima concessione ai gusti del pubblico.

Clint Eastwood un po' come Walt Kowalski, insomma, ultimo e indimenticabile personaggio interpretato dal regista nel film Gran Torino, da poco uscito nelle sale italiane e snobbato (ingiustamente) alla scorsa edizione degli Oscar. Walt è un reduce della guerra in Corea, solo e burbero quanto basta per odiare i suoi vicini di casa, “hmong” di origine asiatica trasferitisi negli Stati Uniti subito dopo la guerra in Vietnam. Walt ha perso da poco la moglie, ha due figli che pensano ai soldi dell’eredità e a convincere il padre a trasferirsi in un ospizio. Come unica consolazione, il cane Daisy ma soprattutto l’amata “Gran Torino” classe 1972, auto d’epoca marcata Ford, l’azienda a stelle e strisce per la quale ha lavorato tutta una vita.

Fin qui il film ci descrive senza sbavature il contesto di solitudine di Walt, tratteggiando anche con un pizzico di ironia il carattere scontroso del protagonista e il suo rapporto – almeno all’inizio – non particolarmente felice con i vicini “musi gialli”, come Walt è solito definirli. Ma l’incontro/scontro tra i personaggi in gioco è alle porte. Non appena, infatti, Kowalski sorprenderà il giovane Thao, della famiglia “hmong” accanto, mentre tenta di rubargli la sua “Gran Torino”, il risentimento verso il diverso sembra crescere ancor di più. Quando la famiglia di Thao, però, si offrirà di farsi perdonare per il tentato furto del ragazzo, Walt sarà costretto ad accettare, anche in nome dell’amicizia con Sung, la sorella di Thao, il simbolo di una gioventù pronta ad immergersi nelle tradizioni della propria patria d’adozione, gli Stati Uniti, senza però rinnegare le sue origini “hmong”.

Qui la pellicola di Eastwood assume i connotati di un film capace di descrivere la complessità di una società, come quella americana, dove sempre più spesso gli alibi dello scontro prevalgono sulle ragioni della comprensione reciproca. E la splendida figura di Walt Kowalski, che a un certo punto capisce di avere forse più cose in comune con quei “musi gialli” e non con la sua famiglia, nell’immolarsi in nome della non violenza assume i caratteri di un redivivo Gesù Cristo, nella consapevolezza che dare il giusto esempio ai più giovani è l’antidoto migliore per impedire il ripetersi della Storia.

Walt ha combattuto in guerra, ha ucciso degli uomini, a volte anche dei ragazzini, ed è per questo che da buon padre americano dovrà prendere una decisione tanto sofferta quanto necessaria. Un anti-eroe dei nostri tempi, fiero del suo passato e pronto a tutto pur di difendere il futuro dei suoi ragazzi. Un malcelato richiamo, questo di Clint Eastwood, ad una nuova America?

domenica 15 marzo 2009

Il campione fuori norma, di Valerio Vecchi

"Pantani si era infilato in un labirinto da cui non sapeva, e forse non voleva, più uscire. E, nonostante, tutte le ipotesi siano lecite, è molto probabile che sia morto nella stessa condizione in cui amava arrivare al traguardo. Da solo".

Do you know her?

sabato 7 marzo 2009

La vita oltre il ring di un "Wrestler"


di Paolo Massa
Randy “The Ram” Robinson ha un cuore grande ma debole. I primi segni di cedimento li dà dopo il solito incontro di wrestling al quale partecipa. Ne sono trascorsi di anni dalla sua indimenticata vittoria contro l’“Ayatollah”, ma il “Wrestler” non riesce a smettere. Non ce la fa ad abbandonare l’unico posto dove paradossalmente non si fa male a differenza della vita, grande (forse fin troppo) palcoscenico che tante ferite gli ha procurato nell’animo.

Un animo fondamentalmente solitario, quello di Randy (interpretato da un redivivo Mickey Rourke), che più e più volte cerca di andare avanti nonostante i lividi e le botte prese (non tutte per finta) sul palcoscenico del ring. Questo è il suo habitat naturale, circondato da quelle corde che delimitano lo spazio del suo dominio, della sua forza, al di là delle quali il destino di una vita dura sembra un nemico ancor più difficile da sconfiggere.

Darren Aronofsky
, regista del film rivelazione The Wrestler, premiato a Venezia con un meritato Leone d’Oro, all’inizio della pellicola ci mostra Randy da dietro, quasi ad inseguirlo passo dopo passo, con la macchina a spalla a riprendere il suo incedere stanco e furioso verso un futuro migliore. Ha parecchi conti in sospeso, l’ex lottatore che proprio non vuole smettere di calcare a forza di calci e pugni un ring dopo l’altro. Ha una figlia (Evan Rachel Wood) con la quale non parla da anni, cercando poi in qualche modo di riannodare i fili di un rapporto fin troppo sfilacciato; ha un’amica di cui è innamorato, Cassidy (una sempre più brava Marisa Tomei), che fa la spogliarellista, non più in tenera età, in uno strip club spesso frequentato da Randy.

Ma il protagonista deve anche fare i conti con sé stesso, con il suo cuore malandato, che secondo i dottori non gli permetterà più di sentire gli applausi del pubblico urlante. Addio al ring, addio al wrestling. Per sempre. Per lui, abituato da una vita a lottare su un palco, il combattimento quotidiano alla ricerca di un altro lavoro e dei soldi per pagarsi l’affitto, non è un combattimento ad armi pari. Lì fuori, nella vita vera, non ci sono i fan a supportarlo, a gridare a voce alta il suo nome. Lì fuori “The Ram” (l’Ariete) non è nessuno. E’ una persona normale, tutti lo chiamano Robin, il nome di nascita, senza sapere chi è davvero.

«Sono un vecchio pezzo di carne maciullata», dice Randy alla figlia, in cerca di una spalla sulla quale appoggiare il peso di una vita tormentata. Ma su chi potrà contare davvero il “Wrestler” solitario quando durante l’ennesimo incontro si lancerà, forse per l’ultima volta, ad esaudire la voglia di sangue del suo pubblico? Un fuoricampo finale, impreziosito poi dalla magnifica “The Wrestler” cantata da Bruce Springsteen, ce lo lascerà soltanto immaginare, a suggello di un piccolo grande film da amare senza riserve.

venerdì 6 marzo 2009

In memoria di un giornalista "abusivo"


di Paolo Massa
Aveva 26 anni, faceva il giornalista, anzi era praticante abusivo in attesa di regolarizzazione presso la redazione napoletana de Il Mattino. Era un ragazzo abituato ad informarsi su tutto, verificando le notizie che scriveva e indagando a fondo sui fatti che raccontava. Si chiamava Giancarlo Siani ed è stato l’unico giornalista ammazzato dalla camorra. Correva l’anno 1985, quando la sera del 23 settembre Siani venne ucciso sotto casa con dieci colpi di pistola.

Oggi, a distanza di ventiquattro anni, arriva nelle sale (il prossimo 27 marzo) il film diretto da Marco Risi intitolato Fortapàsc. Nei panni del giovane giornalista napoletano l’attore Libero De Rienzo. La pellicola si concentra perlopiù sugli ultimi quattro mesi della sua vita, mesi di duro lavoro a inseguire piste che portassero il più vicino possibile a collegamenti tra criminalità organizzata e politica. In quel periodo, tra l’altro, molti affari illeciti ruotavano proprio attorno alle ricostruzioni dopo il terremoto in Irpinia. Durante quella sua ultima estate, Giancarlo Siani ogni giorno scendeva dal Vomero, dove abitava, a Torre Annunziata, dove lavorava come corrispondente per Il Mattino. Quella Torre Annunziata regno indiscusso del boss Valentino Gionta. E addentrandosi nei meandri della realtà di Torre, Siani cominciò pian piano a pubblicare inchieste approfondite sul contrabbando di sigarette e sul crescente potere dell’impero economico del boss locale Gionta.

Sin dagli anni universitari, quando collaborava a diversi periodici napoletani, Giancarlo iniziò a mostrare grande interesse per le problematiche sociali dell’emarginazione, dalla quale la camorra attingeva forze fresche. Prese così, Giancarlo, ad analizzare con occhio fotografico il fenomeno della criminalità organizzata, specializzandosi poi nello studio dell’evoluzione delle singole famiglie camorristiche. E nei suoi articoli era palpabile la denuncia contro le infiltrazioni mafiose nella vita politica, che condizionavano senza appello elezioni e decisioni pubbliche.

Fu proprio un articolo, pubblicato sulle colonne de Il Mattino il 10 giugno 1985, a decretare la condanna a morte di questo giovane e impavido giornalista. Nel pezzo Siani osò scrivere che dietro l’arresto del boss Valentino Gionta (attualmente in carcere per ergastolo) c’era il tradimento della famiglia di Lorenzo Nuvoletta, referente in Campania della mafia di Totò Riina. Un’infamia di cui i Nuvoletta non volevano essere accusati. Ci vollero tre mesi per organizzare l’omicidio di Siani. Fino a quella sera di settembre del 1985, quando Giancarlo, di ritorno da una giornata di lavoro in redazione, e pronto per andare a vedere insieme alla ragazza un concerto di Vasco Rossi a Napoli, fu barbaramente ucciso nella sua auto. Quel concerto ci fu lo stesso, ma senza Giancarlo.

Si ringrazia l'ufficio stampa Studio Nobile Scarafoni

Fortapàsc
Regia Marco Risi
Sceneggiatura Jim Carrington, Andrea Purgatori, Marco Risi
Produzione Bìbì Film, Rai Cinema, Minerva Pictures Group
Distribuzione 01 Distribution
Paese Italia
Uscita Cinema 27-03-2009
Genere Drammatico
Durata 106’

La bambina che osò sfidare la mafia


di Paolo Massa
Rita Atria aveva solo 17 anni quando il 26 luglio 1992 si suicidò lanciandosi dalla tromba delle scale della casa dove viveva nascosta. Rita era una testimone di giustizia, che sotto la protezione del giudice Paolo Borsellino denunciò i boss del suo paese, Partanna, seguendo così l'esempio della cognata Piera Aiello, moglie del fratello Nicola ucciso dalla mafia.

Il film La siciliana ribelle di Marco Amenta - autore del documentario Il fantasma di Corleone, sul padrino Bernardo Provenzano - è liberamente ispirato alla storia della ragazzina. Forse anche un po' troppo. Difatti a rileggere la (vera) vicenda che coinvolse, neanche diciottenne, Rita, nella pellicola di Amenta non si fa nessun cenno a Piera Aiello, che per prima decise di collaborare con la giustizia. A seguito anche Rita, dopo l'omicidio del padre e del fratello (entrambi mafiosi), fece la stessa scelta della cognata. Da notare che non si usano, nel film, nemmeno i veri nomi dei protagonisti, compreso quello di Paolo Borsellino che fu il solo, all'epoca dei fatti e poco prima di essere ucciso, a raccogliere le testimonianze di Rita.

La pellicola ripercorre la sua breve esistenza, da bambina tanto affezionata a un padre visto con le lenti distorte della menzogna, fino a quando in piena adolescenza comprende di dover fuggire dal suo paese iniziando a collaborare con la giustizia dello Stato. Uno Stato che, considerandola a rischio di morte per le minacce mafiose, la relegherà in una solitudine necessaria ed asfissiante. E la bella interpretazione di Veronica D'Agostino (nei panni di Rita) ce la mostra, quella sofferenza patita da una ragazzina di soli 17 anni, con una rara intensità di sguardi e di voce.

Peccato, però, che gli altri personaggi tratteggiati nel film manchino di un'adeguata profondità psicologica per meglio essere caratterizzati nel contesto della storia. Sembrano quasi tutti (tranne la figura del padre e della madre di Rita) bidimensionali, a svelare quella finzione propria del cinema, ma particolarmente palese e scontata ne La siciliana ribelle di Marco Amenta.

A tratti, inoltre, la pellicola accelera troppo gli eventi narrati, presa da quella smania didascalica di spiegare tutto nella maniera più semplicistica possibile: basti pensare alla rocambolesca, e un po' ridicola, fuga in elicottero della giovane dai sicari che vogliono ucciderla, oppure all'esplosione un tantino "telefonata" e improbabile dell'auto del giudice, per non parlare dell'affronto in tribunale di Rita che fissa con sguardo "cattivo" i boss dietro le sbarre.

Sembra quasi che il regista abbia voluto raccontarci solo una storia, senza però dare particolare peso a come narrarla cinematograficamente. Non a caso le sequenze di maggiore impatto emotivo rimangono quelle dove assistiamo alle immagini di repertorio della vera Rita e dei suoi funerali. E' qui che la Storia e il cinema diventano tutt'uno, senza alcuna mediazione di sorta. Resta però il merito di Marco Amenta per aver riportato alla luce una storia così tragicamente importante. Anche solo per dare un piccolo grande esempio di coraggio civile. Come fece Rita Atria, a soli 17 anni.

La siciliana ribelle
Regia Marco Amenta
Sceneggiatura Sergio Donati, Marco Amenta
Produzione Rai Cinema
Distribuzione Istituto Luce
Paese Italia
Uscita Cinema 27-02-2009
Genere Drammatico
Durata 110'

martedì 3 marzo 2009

IL FILM - L'Onda

di Paolo Massa
Cambio di programma per il professor Rainer Wegner. Durante la settimana a tema non dovrà più parlare ai suoi studenti dell’anarchia bensì di autocrazia. Per meglio far capir loro cosa sia stato il nazionalsocialismo, in un liceo tedesco dove discutere ancora di Hitler e Terzo Reich sembra essere la regola, il giovane professore di storia deciderà di fare un esperimento. Comincerà ad instaurare con gli alunni, solo all’interno della classe, un rapporto non più da pari a pari. Lui diventerà così il leader carismatico, imprescindibile per ogni autocrazia che si rispetti, a capo dell’Onda - da qui il titolo del film diretto dal regista Dennis Gansel - il movimento cui i ragazzi daranno vita.

Nei loro occhi, all’improvviso, qualcosa cambierà e anche Wegner se ne accorge. Sembrano finalmente credere in qualcosa di “importante”, al di là delle incertezze che ognuno si porta dentro. Ben presto decideranno quale saluto darsi, come vestirsi (tutti in camicia rigorosamente bianca e jeans), come comportarsi in classe durante la lezione. Alzare la mano prima di parlare in piedi e chiamare il proprio capo sempre e solo “signor Wegner”. Le regole sembrano così dare una sorta di unità al gruppo, ma non a tutti.

Il lento processo di conformismo dei comportamenti (e ancor peggio dei pensieri) non attecchirà tra alcuni dei ragazzi, consapevoli del pericolo strisciante intorno a questa fantomatica “Onda”. Infatti, e gli studenti più deboli se ne accorgeranno sulla loro pelle, chiunque deciderà di non farne parte verrà automaticamente escluso dalle attività scolastiche. Basteranno pochi giorni per perdere il controllo dell’esperimento, che neanche il professor Wegner riuscirà a fermare.

In poche parole L’Onda è un film sconvolgente, che riesce ad incarnare bene il senso di sbandamento dei nostri tempi confusi e sempre più individualisti. È una storia che ci parla del presente con un occhio al passato, riflettendo anche su quello che potrebbe accadere in futuro se certe derive si diffondessero in mezzo a noi. È una pellicola che seppur a tratti un po’ didascalica, è capace comunque di tenere una mirabile lezione (cinematografica) sul significato, oggi, della democrazia e della libertà d’espressione. Anche quando quest’ultima vuol dire poter scegliere quale maglietta indossare. Mettendoci così in guardia dai pericoli del conformismo, L’Onda ci scuote senza consolazioni dell’ultima ora, con la sola forza di uno sguardo finale tanto intenso quanto inquietante. Un film necessario.