martedì 25 dicembre 2007

Pensieri di Natale

Un altro anno sta finendo. Come un altro Natale all’insegna della serenità e della gioia. E’ in queste giornate di festa che spesso ripenso ai giorni andati, alle mie esperienze passate, e ai cambiamenti che – soprattutto nell’anno 2007 di nostra vita – hanno scalfito, nel bene e nel male, i miei acerbi ventidue anni.

Ormai è passato giusto un mese dal 24 novembre scorso, quando dopo tre anni di studio universitario ho finalmente conseguito il diploma di laurea triennale in Scienze della comunicazione, con un più che soddisfacente 110 e lode. Tesi in Storia del giornalismo su Pier Paolo Pasolini: 95 pagine scritte con grande piacere e passione, nella speranza che anche a lui – dovunque si trovi - siano piaciute. Chissà.

Da ottobre, intanto, ho iniziato a frequentare la laurea specialistica in editoria e giornalismo all’università LUMSA di Roma. E la mia vita non ha potuto non voltare completamente pagina, tra nuove abitudini, nuovi amici e una nuova città in cui fare i miei primi passi da neolaureato.

Ora che sto trascorrendo le vacanze di Natale in quel di Salerno, dove sono cresciuto sin da bambino, penso che sarà dura (ri)abituarsi alla vita di Roma, quando a gennaio ci saranno i primi esami da sostenere. Ma pian piano, come sempre, il tempo farà il suo corso, e con esso le future (e inevitabili) evoluzioni delle nostre vite.

“La vita è quello che ci succede mentre facciamo altro”, diceva John Lennon. E come dargli torto?

giovedì 20 dicembre 2007

TACCUINO CINEFILO - 2001: Odissea nello Spazio

Film incredibile. Colonna sonora da brividi. Immagini spettacolari. Peccato, però, che a rivederlo per la seconda volta nella mia vita in televisione, si perda tutto quel fascino che, a distanza di ben 40 anni, non smette di evocare. Un capolavoro della settima arte per niente datato, imperdibile per coloro i quali siano alla ricerca di una Verità sulle nostre vite nell'universo.

domenica 16 dicembre 2007

TACCUINO CINEFILO: Across the Universe

Per fortuna che ho visto il bel film Across the Universe in quel di Roma, qualche giorno fa, perché appena tornato a casa per le vacanze natalizie, qui a Salerno, mi sono accorto che in nessun cinema della mia città fanno questo musical nostalgico e divertente al tempo stesso.

A dire il vero, però, è più la nostalgia a farla da padrona. Ascoltare le bellissime canzoni dei quattro di Liverpool stringe (e non poco) il cuore, alla luce anche delle traduzioni dei testi in italiano che costellano tutta la pellicola, facendoci carpire ancora meglio l’eterno messaggio d’amore dell'opera beatlesiana.

La storia di un giovane inglese che parte, in cerca di fortuna, per gli Stati Uniti, dove incontrerà la ragazza della sua vita e gli sconvolgimenti sociali (discriminazioni razziali, guerra del Vietnam) dell’America anni sessanta, fa venire la pelle d’oca a un giovane sognatore, come me, che spesso si sente circondato da una società troppo atrofizzata nelle proprie speranze e aspirazioni.

Che Dio benedica i Beatles.

TACCUINO CINEFILO: Elephant

Ci sono film che, a vederli una seconda volta, ti dischiudono come d’incanto particolari bellissimi che, ad una prima visione, ti erano magari sfuggiti.

Mi è capitato con il film Elephant di Gus Van Sant, che con uno stile freddo, dove ogni cosa (dai personaggi alle scenografie fino ai paesaggi) ostenta una perfezione solo apparente, ci mostra il tragico giorno dell’eccidio, da parte di due studenti liceali, di alcuni ragazzi e insegnanti della Columbine High School in Colorado, negli Stati Uniti.

Sin dall’inizio la telecamera insegue i personaggi della storia, facendoci vivere insieme a loro gli ultimi istanti di vita studentesca prima della strage annunciata. Annunciata, nel film, da alcuni flashback che ci mostrano Eric e Alex farsi recapitare a casa le armi che utilizzeranno per l’eccidio.

Un film agghiacciante quanto affascinante. Con tanti interrogativi irrisolti, che ogni buon film dovrebbe sempre porre ai propri spettatori. Da rivedere più e più volte per ammirarne l’estrema bellezza stilistica.

SALA DI ASCOLTO: Land of Hope and Dreams

BRUCE SPRINGSTEEN

IL FILM: Io non sono qui

Se il gran bel film di Todd Haynes “Io non sono qui” - “ispirato alle canzoni e alle molte vite di Bob Dylan”, come si legge nei titoli di coda – ha avuto l’approvazione del menestrello di Duluth in persona, allora possiamo esser certi di trovarci dinanzi ad un’opera molto diversa dalle solite e melense biografie in salsa hollywoodiana. Inafferrabile quanto basta per dirsi a immagine e somiglianza del mitico Robert Zimmerman, in arte Bob Dylan. E se ci vogliono la bellezza di sei personaggi diversi per tratteggiarne vita morte e miracoli (musicali), allora lo spettacolo in sala è garantito.
A tratti documentaristico, con un ottimo assortimento di canzoni inserite alla perfezione negli spezzoni della vita di Dylan, ci imbattiamo nel corso del film in Woody, undicenne ragazzo di colore sempre in fuga; in Robbie (Heath Ledger), giovane attore di successo; in Jude (una perfetta Cate Blanchett), ambigua rockstar anticonformista; in John/Jake (Christian Bale), stella della folk music che si converte alla religione; in Billy (Richard Gere), famoso fuorilegge che, ormai vecchio, riesce a scappare di prigione e girare per il mondo con la sua chitarra.
E, dulcis in fundo, come una ciliegina sulla torta, abbiamo anche Dylan defunto. Ebbene sì: vediamo a un certo punto il corpo di Jude/Cate Blanchett disteso privo di vita dentro una bara. Come dire: l’artista per eccellenza ha più vite di un gatto, muore e rinasce ogni volta, reinventandosi all’infinito, come infinito ci sembra il “Neverending tour” che ormai da anni porta ancora in giro per il mondo il leggendario cantautore del Minnesota.
E così nel finale ascoltiamo estasiati la confessione a cuore aperto di uno dei tanti Bob Dylan (in questo caso Billy/Richard Gere) che ci dice: “Per quanto mi riguarda, non lo so. Posso cambiare nell’arco di una stessa giornata. Quando mi sveglio sono una persona, e quando vado a dormire so con certezza di essere qualcun altro. Per la maggior parte del tempo, non so chi sono”.

venerdì 14 dicembre 2007

TACCUINO CINEFILO: Tre colori - Film Rosso

A volte capita di vedere certi film che, non so bene per quale ragione, non mi ispirano particolare interesse, almeno stando al titolo. Tre colori - Film Rosso di Krzysztof Kieslowski ne è un esempio lampante. Poi, però, appena inizio a vederli, questi film, rimango abbagliato dalla loro estrema bellezza. E così, guardando Tre colori - Film Rosso, non posso non appassionarmi alle vicende di Valentine, una bellissima e giovane modella con il fidanzato lontano per motivi di lavoro, e di un misterioso giudice in pensione, interpretato magistralmente da Jean-Louis Trintignant, che si diverte a spiare le conversazioni telefoniche dei vicini. Un film delicato, poetico e amaro nel delinearci le illusioni delle nostre vite terrene.

Cancro, nuove scoperte dagli Usa

La ricerca scientifica fa passi da gigante, ma la battaglia contro il male dei mali – il cancro – ha ancora una lunga strada dinanzi a sé, nonostante le cure che, ormai da anni, riescono il più delle volte a dare una maggiore aspettativa di vita. In questi casi lo studio degli scienziati deve rivolgersi alle cause che portano alla degenerazione delle cellule del nostro corpo, provocando così il tumore. L’ultima scoperta, grazie al lavoro di Niko Beerenwinkel ed altri ricercatori delle università americane di Harvard e John Hopkins, ci dice il numero di geni che possono essere soggetti a più mutazioni, prima che la cellula diventi cancerosa. Ebbene, qualche tempo fa si pensava che bastassero solo 3 geni danneggiati per un tumore; ora, invece, alla luce di questa nuova ricerca, il numero è salito a 20 geni per cellula (ognuno dei quali deve essere soggetto ad almeno 100 mutazioni).

Paghi col bancomat, spendi di più

L’ansia smaniosa di spendere, soprattutto nei periodi che si avvicinano alle feste natalizie (ma non solo), è ormai un “must” irrinunciabile. Nei supermercati, ad esempio, questa ansia di mettere mano al portafoglio non è poca. Più che dal portafoglio, però, i ricercatori dell’università di Chicago sembrano preoccupati dall’uso smodato del bancomat. Secondo una loro ricerca, infatti, se al supermercato un consumatore pensa di pagare con la carta di credito, piuttosto che in contanti, la spesa finale s’impenna mediamente del 36%. Altro che inflazione.

Giovane studente inglese ingaggiato dalla Apple

E pensare che Nick Haley, diciottenne matricola dell’Università di Leeds (Inghilterra), non ha dato nemmeno un esame e già ha trovato lavoro come pubblicitario alla Apple di Steve Jobs. Come? Molto semplice. In soli 30 secondi, con la canzone “Music is my hot, hot sex” a fare da sfondo musicale, Nick ha confezionato un video – poi caricato su YouTube – per pubblicizzare, a suo modo, il nuovo iPod Touch della Apple. La clip non è passata inosservata allo staff di Steve Jobs, e così il giovane studente inglese ha avuto la soddisfazione di vedere il suo video “casalingo” diventare lo spot ufficiale dell’iPod Touch. Quando la fortuna va a braccetto con l’intraprendenza.

Lo studioso (italiano) più citato al mondo

A parlare di fuga dei “cervelli”, soprattutto qui in Italia, non ci si stanca mai. C’è sempre qualcuno, tra i tanti cervelloni italiani, costretto a fare le valigie e salpare per lidi (di ricerca) più proficui (e non solo economicamente). Ma in questo caso, se vogliamo vedere almeno per una volta il bicchiere mezzo pieno, la notizia non è delle peggiori, anzi. Secondo l’americano Institute of scientific information, infatti, il professore ordinario di Chimica fisica all’Università di Pisa, Jacopo Tomasi, sarebbe (provvisoriamente) lo studioso più citato al mondo, almeno negli ultimi due mesi. Le citazioni si riferiscono ad un suo articolo – dal titolo “Quantum mecanichal continuum solvation models” – pubblicato dalla rivista scientifica Chemical Review nel 2005.

POLITICA ECONOMICA #6: Da creditore a debitore

Rivolgendosi ad un gruppo di europei in visita negli Stati Uniti, John Connally, segretario al tesoro del presidente Richard Nixon, disse: “Il dollaro è la nostra valuta, ma è il vostro problema”.

Ha ancora senso questa dichiarazione alla luce della svalutazione che il biglietto verde sta subendo sui mercati internazionali? Basti pensare che mentre nel 2002 l’euro valeva 86 centesimi di dollaro, oggi costa 1 dollaro e 48 centesimi.

Sarà per questo, come ha scritto Giovanni De Mauro su Internazionale, se per il comico Will Durst “ormai è impossibile camminare per le strade di Manhattan senza andare a sbattere contro branchi di stranieri carichi di pacchi e pacchetti. Perché oggi, a New York, i turisti europei si sentono finalmente ricchi, un po’ come degli sceicchi sauditi”.

Quali sono i pro e i contro di questa lenta erosione della valuta a stelle e strisce? Perché di erosione si può parlare, se è vero, come ha ribadito l’ex direttore dell’Economist Bill Emmott (Corriere della Sera, 4-12-2007), che il dollaro rispetto all’euro “dal gennaio 2006 è calato del 20%”.

Di certo, grazie a questa svalutazione che ha dato una spinta alle esportazioni statunitensi, il disavanzo della bilancia commerciale – ovvero la differenza tra importazioni ed esportazioni – è calato dal 7 al 5,5% del Pil, riducendo il deficit che aveva raggiunto il 6% del prodotto interno lordo.

D’altra parte, però, a fronte dei 1.411 miliardi di riserve in dollari (fonte Der Spiegel) che la Cina possiede nella sua banca centrale, la caduta del biglietto verde rappresenta un pericolo non da poco per la dispendiosa popolazione americana.

Come ha evidenziato Gabor Steingart dalle colonne del Der Spiegel, “Senza la Cina disposta ad acquistare una quantità quasi illimitata di buoni del tesoro statunitensi, il boom dei consumi americani non esisterebbe. E senza boom dei consumi non ci sarebbe crescita economica”. Non a caso, scrive Steingart, “i cinesi sono ben contenti di comprare buoni del tesoro statunitensi, anche perché in questo modo riescono a tenere a galla il loro cliente più importante”.

Per quanto tempo ancora, però, Pechino accetterà la svalutazione delle sue riserve in dollari a fronte del declino del biglietto verde? E qui sta il dilemma di un paese, come gli Stati Uniti d’America, che in pochi anni da grande esportatore è diventato il maggiore importatore, facendo impennare (dal 1992 al 2007) il deficit della bilancia commerciale da 84 a 700 miliardi di dollari.

Da creditore a debitore del mondo in soli quindici anni.

POLITICA ECONOMICA #5: Grande armata cinese

“Se si prende come riferimento la storia degli Stati Uniti”, ha scritto l’imprenditore americano James Mc Gregor nel libro “One Billion of Customers”, “è come se la Cina avesse vissuto nell’arco di soli quindici anni il capitalismo selvaggio dei grandi magnati della fine dell’Ottocento, la follia speculativa degli anni Venti, l’esodo rurale degli anni Trenta, l’emergere del ceto medio consumista degli anni Cinquanta e gli sconvolgimenti sociali e di costume dei nostri anni Sessanta”.

In soli quindici anni, dopo che Deng Xiaoping ha spianato la strada cinese all’economia di mercato. Una scelta che, ancora oggi, non smette di ripercuotersi sui ruggenti tassi di crescita della Cina. Basti pensare che nella classifica di “Business Week” delle 500 multinazionali più grandi del mondo, sono entrate 18 nuove imprese cinesi.

Per non parlare poi degli effetti positivi, in termini di benessere, che l’apertura al mercato globale ha avuto sulla popolazione. Scrive Federico Rampini ne “L’impero di Cindia” che la Cina “in pochi decenni ha traghettato dalla miseria al benessere 300 milioni di persone, mantenendo in mezzo a questa transizione epocale l’ordine e la stabilità”.

E proprio qui sta la sfida che l’Impero Cinese sta vincendo, malgrado i deboli richiami alla democrazia dei paesi occidentali. Una sfida volta ad equilibrare, ad uso e consumo del Partito comunista cinese, dirigismo in politica e liberismo in economia.

Non è un caso allora, scrive sempre Rampini, se “è più facile incontrare donne potenti ai vertici del neocapitalismo cinese, anziché ai posti di comando politici, perché nel mondo dell’economia il cambiamento è stato più rapido che dentro il Partito comunista”.

Ma per quanto ancora potrà durare questo paradosso made in China? Almeno fino a quando soprattutto i paesi più ricchi troveranno vantaggioso approfittare della manodopera cinese a basso costo.

Altrimenti perché il 60% delle esportazioni dalla Cina verrebbe fabbricato a nome di multinazionali statunitensi, giapponesi, tedesche, francesi, inglesi e italiane? “Una vera guerra mercantile contro la Cina” sottolinea Rampini “finirebbe per colpire anche loro”, ovvero le nostre multinazionali.

Ne è un esempio l’industria hi-tech della Silicon Valley, in California, che ha delocalizzato le sue fabbriche proprio in Cina. D’altra parte, come ci ricorda Federico Rampini, non è la Nike che “sa di spendere per la sponsorizzazione di una star dello sport occidentale più del monte salari annuo di migliaia di operai cinesi”? Non è la Timberland che “sa di pagare mezzo euro l’operaio che confeziona scarpe da 150 euro”? Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

giovedì 13 dicembre 2007

POLITICA ECONOMICA #4: Wimbledon all'italiana

“Le società aperte” ha scritto Francesco Giavazzi (Corriere della Sera, 15-11-2007) “sono innanzitutto società curiose, Paesi in cui la curiosità verso il mondo e la meraviglia verso la vita sono tratti comuni, anche di chi ha raggiunto il potere o posizioni prestigiose”.

Quanto è curiosa l’Italia? Ben poco se pensiamo agli esigui fondi destinati alla ricerca scientifica (nemmeno l’1% del prodotto interno lordo). Come stupirsi, allora, dinanzi alle statistiche che vedono il Bel Paese, rispetto agli altri membri dell’Eurozona, crescere sempre meno della media Ue?

“Ciò che ha spento la nostra università” scrive Giavazzi “è la scomparsa della curiosità per la ricerca scientifica: ne è la prova un sistema retributivo basato esclusivamente sull’anzianità. Brevettare una scoperta, pubblicare su una prestigiosa rivista internazionale è ininfluente: lo stipendio procede solo con gli anni, indipendentemente dalla qualità della ricerca e anche dell’insegnamento”.

Sarà anche per questo che, dati Ocse alla mano, la capacità attrattiva delle nostre istituzioni accademiche è pari solo al 6% contro una media europea del 12%? Una misera percentuale, questa italiana, se paragonata al 16% di laureati/dottorati che decidono invece di trasferirsi nel Regno Unito, pronti ad offrire tutte le potenzialità dei loro “cervelli”.

D’altra parte, come ha scritto Massimiano Bucchi dell’Università di Trento (La Stampa, 16-5-2007), “In uno scenario globale il problema non è esportare competenze (…); è invece l’incapacità di attrarre competenze”.

Come fare allora ad attrarre più capitali (umani e non solo) dall’estero? Basterebbe ridare al merito la giusta rilevanza che qualunque Paese liberale gli darebbe. Basterebbe avere il coraggio di mettere in discussione vecchi privilegi per garantire nuovi diritti.

Vi dice qualcosa la politica della Danimarca in materia di lavoro, dove vi è libertà di licenziamento ma anche generosi sussidi di disoccupazione per ben tre anni, nell’attesa di trovare una nuova occupazione?

Vi dice qualcosa l’idea francese di abolire i contratti a tempo determinato e indeterminato, per far posto a un contratto unico capace di offrire garanzie crescenti di stabilità ai lavoratori?

“Tra le cose di cui gli inglesi vanno fieri vi è il loro torneo di tennis” scrisse qualche tempo fa Tommaso Padoa-Schioppa (Corriere della Sera, 14-7-2005); “Il Club di Wimbledon punta a organizzare il miglior torneo del mondo e tutto volge a questo fine: eccellenza di giocatori, arbitri, prato, raccattapalle, comportamento del pubblico”.

Riuscirà mai l’Italia ad organizzare il suo torneo di Wimbledon?

POLITICA ECONOMICA #3: Storie di ordinaria immigrazione

I numeri parlano chiaro. L’immigrazione, qui in Italia – almeno quella regolare, con relativo permesso di soggiorno e contratto di lavoro – è in continuo aumento. A confermarcelo è il 17° rapporto della Caritas-Migrantes, secondo il quale nel 2006 c’è stato un aumento del 21,6% di immigrati regolari (circa 700 mila in più rispetto al 2005).

In tutto, sul nostro territorio, ci sono 3 milioni e 690 mila stranieri, pari al 6,2% della popolazione italiana contro una media dei paesi Ue del 5,6%. Insomma, come ha evidenziato anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il rapporto della Caritas “conferma il contributo decisivo del lavoro immigrato alla produzione di beni e servizi, al pagamento dei contributi e delle imposte”.

Proprio per questo, secondo il ministro per la Solidarietà Sociale Paolo Ferrero, visto che “gli immigrati producono il 6,1% del Pil, pari ad oltre 90 miliardi di euro”, è bene che “ora si spendano parte delle loro tasse (1,87 miliardi) per politiche di integrazione”.

Una buona idea, alla luce dei numerosi disagi che tanti immigrati regolari vivono sulla loro pelle. Ne è un esempio Elmonaduir Abderrahim, nato in Marocco 38 anni fa e trasferitosi nel Bel Paese nel 1998. “Prima in Toscana e poi qui a Roma” come ci ha detto qualche giorno fa durante la sua giornata di lavoro dietro un bancone di libri usati in Viale Marco Fulvio Nobiliore.

Arrivato in Italia attraverso la Spagna e la Francia, Elmonaduir ha deciso di raggiungere i suoi fratelli che, già dal 1985, si trovano qui a Roma. “In Marocco ho frequentato fino alla quinta, due classi prima dell’ammissione all’università” ci dice Elmonaduir, e poi come tanti altri extracomunitari, dinanzi alla mancanza di un lavoro, ha deciso di emigrare.

“In Marocco riesci a guadagnare 5 euro al giorno, giusto per comprarti un pacchetto di sigarette” ci dice ridendo, “mentre qui in Italia 50, 60 euro al giorno, ma non sempre, riesco a guadagnarli, e a me va bene così”. Quando gli chiediamo quali sono i problemi che deve affrontare per poter sopravvivere, lui ci risponde: “casa e lavoro”.

Difatti, per ora, è costretto a vivere in un appartamento a 750 euro al mese, con cucina e due camere: “In questa casa viviamo in cinque, con i miei fratelli e i loro figli” ci dice con un pizzico di amarezza, consapevole che fino a quando non troverà casa sarà dura realizzare il suo sogno. Qual è il tuo sogno, Elmonaduir? “Portare in Italia mia moglie”.

Diversa invece la storia di Habib Ahasan, “ma tutti mi chiamano Milton” ci dice appena lo conosciamo. Nato in Bangladesh nel 1976, con una laurea nientemeno che in economia, dal 2000 si è trasferito in Italia, qui a Roma, alla ricerca di quel lavoro tanto difficile da trovare nel suo Paese. Col senno di poi, ci dice Milton, “ho perso solo tempo a studiare, forse era meglio fare il meccanico”.

Come per Elmonaduir, anche per Milton il lavoro resta il primo problema da risolvere, soprattutto per chi aspira ad una vita più che dignitosa. E la dignità, nel caso di Milton, ci sembra il miglior pregio di questo giovane asiatico che vende scarpe per le strade di Roma.

Come ti trovi in Italia, Milton? “Qui c’è meno razzismo” ci dice pensando ai tanti amici italiani che si è fatto negli anni. In particolare a Daniele, “che ha fatto tanto per me, insegnandomi per esempio la lingua italiana”. E il ricordo dei primi tempi a Roma, “quando appena arrivato non conoscevo tante persone”, è ormai acqua passata.

Tornerai un giorno in Bangladesh? “Pensa che lì alcuni miei amici” ci dice Milton “lavorano 8, 10 ore al giorno in fabbrica per 80, 90 euro al mese”. Quanto guadagni invece qui in Italia? “Posso guadagnare 60, a volte anche 160 euro al giorno”. Difficile che ritorni in patria, Milton, anche se un pezzo del suo cuore, lì in Bangladesh, l’ha lasciato: sua moglie Asma, sposata nel 2005, nella speranza che al più presto possano vivere insieme.

Elmonaduir e Milton, due storie di ordinaria immigrazione, uno dal Marocco e l’altro dal Bangladesh, alla fin fine qualcosa in comune ce l’hanno, ovvero lo stesso sogno nel cassetto: potersi fare una famiglia.

Ci riusciranno qui in Italia?

POLITICA ECONOMICA #2: Quale globalizzazione?

La globalizzazione “è non solo inevitabile ma anche fondamentalmente benefica se si riescono a distribuire in modo migliore i suoi benefici”, ha dichiarato il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, davanti al Development Committee della Banca Mondiale a Washington, aggiungendo poi che “molti milioni di persone la vivono non come progresso ma come forza distruttrice”.

Parole sagge, quelle del governatore Draghi, anche alla luce della controversa reputazione che la globalizzazione si è fatta negli ultimi anni, all’ombra dell’accesa disputa tra global e no-global. Chi ha ragione, tra la due scuole di pensiero, è difficile dirlo.

L’unica certezza è sul significato del termine globalizzazione, che dalla fine del XX secolo contraddistingue quel fenomeno di crescita degli scambi (commerciali, sociali e culturali) a livello mondiale. E la domanda cruciale, che spesso ci si pone quando parliamo di globalizzazione, è la solita: “Sono di più i vantaggi o gli svantaggi?”.

Se pensiamo, ad esempio, alle opportunità che ci dà il web – dalla possibilità di acquistare a prezzi vantaggiosi, e comodamente da casa, prodotti e servizi di ogni tipo, per non parlare poi delle tecnologie (vedi Skype, chat-room, email) che ci permettono di poter comunicare con chiunque anche dall’altra parte del mondo – i vantaggi ci sembrano maggiori.

Basterebbe, però, cambiare un po’ il nostro angolo visuale – magari immedesimandoci nei poverissimi cittadini dei paesi in via di sviluppo (Africa in primis) – per comprendere quanto sia variegato, e poco scontato, l’eterno dibattito sugli aspetti più o meno positivi della globalizzazione.

Come dire: per un vantaggio c’è sempre uno svantaggio. Maggiori opportunità di spostarsi in giro per il mondo con voli low cost: e all’inquinamento ambientale, con l’immissione nell’aria di ingenti dosi di CO2, nessuno ci pensa? Forti incrementi nella produzione di beni e servizi da vendere sui mercati internazionali: e alle barriere doganali, volte a difendere i comparti del tessile, dell’abbigliamento e dell’agricoltura dei paesi più ricchi a scapito di quelli in via di sviluppo, nessuno ci pensa?

Secondo l’organizzazione non governativa Oxfam International, infatti, per ridurre la povertà nei paesi in via di sviluppo bisognerebbe garantirgli libero accesso ai mercati degli Stati più ricchi. Di questo passo, invece, sottolinea sempre Oxfam, i paesi poveri perderanno circa 100 miliardi di dollari all’anno per via del protezionismo dei paesi ricchi, vale a dire il doppio di quanto ricevono grazie agli aiuti economici.

E’ questa la globalizzazione che vogliamo?

POLITICA ECONOMICA #1: Spendere meno, spendere meglio

I prossimi mesi saranno movimentati se pensiamo all’estenuante voto alla Camera e al Senato, cui la legge Finanziaria 2008 sarà sottoposta. E le polemiche tra gli schieramenti politici nelle aule di Montecitorio, di certo non mancheranno.

D’altra parte, la polemica fine a se stessa, come se ci trovassimo in un’eterna campagna elettorale – colpa anche della sciagurata legge proporzionale varata dal governo Berlusconi – sembra essere ormai un problema cronico della nostra Repubblica. E il Bel Paese sarà condannato a perdere colpi – con un debito pubblico superiore al 100% del Pil (Prodotto interno lordo) e con i relativi interessi da pagare – se la politica economica del governo Prodi non cambierà strategia, nella consapevolezza, come ha scritto Francesco Giavazzi (Corriere della Sera, 14-10-2007), che “non diventeremo un Paese normale finché non riusciremo a ridurre il debito pubblico. E’ una strategia difficile, perché il debito non scende se l’economia non cresce”.

Come farla crescere, allora? Come dare libero sfogo alle risorse latenti del nostro Paese, rappresentate in parte dai tanti giovani sempre più precari? E’ qui che si gioca il futuro dell’Italia, se vogliamo ricoprire un posto autorevole tra i membri del G8. Di questo passo, fra qualche anno, potremo ancora considerarci parte integrante della stretta cerchia dei grandi del mondo?

Tuttavia, l’Italia è cresciuta, almeno negli ultimi 18 mesi, ben “4 volte più rapidamente che nei 5 anni precedenti”, stando sempre a Giavazzi. Purtroppo, però, “nel 2007 le amministrazioni pubbliche hanno speso 26 miliardi più che nel 2006”, mentre l’ultima “finanziaria prevede che il prossimo anno ne spendano altri 21 in più”. Tutti soldi ben spesi?

Difficile crederlo se finora i 40 miliardi di euro in più pagati al fisco dai contribuenti, secondo Giavazzi, “sono stati spesi per accontentare un po’ tutti tranne i giovani e i veri poveri”. Basti pensare, ad esempio, ai 10 miliardi di euro che ci costerà la decisione di porre l’età minima per la pensione a soli 58 anni – mentre in gran parte d’Europa si superano i 60 – sfavorendo proprio i giovani precari, visto che il finanziamento di questa somma sarà possibile con l’aumento dei contributi, tassando così i loro già esigui stipendi.

Dicevano i monetaristi della Scuola di Chicago, per criticare gli eccessivi interventi dello Stato in economia, che bisognava tagliare la spesa pubblica. Come? Riducendo le tasse, e quindi anche le entrate, i soldi a disposizione diminuirebbero, e così lo Stato sarebbe costretto a spendere meno e meglio.

Che sia questa la strada da imboccare?