venerdì 19 giugno 2009

Antichrist, di Lars Von Trier


•½
Raccontare delle storie al cinema significa volerle (e saperle) condividere con il proprio pubblico. Quello che non è riuscito al regista Lars Von Trier nel suo Antichrist, presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes. Ogni regista ha l’esigenza di filmare su pellicola le ossessioni che più lo spingono ad esprimersi con il mezzo cinematografico, e nel caso del controverso regista danese l’ossessione ai limiti della pazzia è al centro della conturbante storia da lui narrata.

Antichrist
parte da subito col turbo, mostrandoci i due attori, Williem Dafoe e Charlotte Gainsbourg (nel film marito e moglie), impegnati in un’appassionata sequenza di sesso (sulle note di Lascia ch’io pianga di Handel). Il figlioletto, intanto, arrampicandosi sul davanzale cade accidentalmente e noi spettatori assistiamo al ralenti della sua inevitabile morte. Non tanto inevitabile per la madre, che non riesce a darsi pace per il tragico evento. Da qui inizia il viaggio fisico e metafisico della coppia, alla ricerca di una nuova pace difficile da trovare dopo il dolore per la perdita del figlio.

I due decidono così, anche grazie al marito di professione psicoterapeuta, di rifugiarsi nel bosco dove trascorsero l’ultima vacanza insieme al bambino. Quel bosco diventerà il luogo dell’azione dei protagonisti, più che un punto geografico un luogo dell’anima (della donna) quasi a rappresentarne la mente contorta e impaurita dalle sue ossessioni. Assistiamo così al lento dipanarsi della terapia alla quale il marito decide, giorno dopo giorno, di sottoporre la moglie nel tentativo di liberarla dai sensi di colpa. Ben presto, però, “la verità sarà rivelata” – come dice anche il trailer italiano del film – e allora i rapporti di forza cambieranno, e la violenza inaudita mostrata da Von Trier prenderà inevitabilmente il sopravvento.

A quale scopo? Lo spettatore se lo chiede invano senza riuscire a darsi una risposta concreta. Perché ostentare una violenza ai limiti della sopportazione visiva, così gratuita da risultare ancor più disturbante? Indubbiamente la bellezza formale delle immagini rende Antichrist un buon film, ma quanto conta alla fine avere un bel contenitore vuoto però di contenuti quantomeno sensati e fruibili dal pubblico?

Nessun commento: