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sabato 26 marzo 2011

Il sogno di una cosa (one year later)

26 marzo 2010. È trascorso giusto un anno da quel mio viaggio strepitoso in terra americana (il più bello di tutti) per andare a trovare, insieme al mio amico Giuseppe, due altri amici che stavano studiando a Montreal per uno scambio universitario. Il 2010 è stato ricco di soddisfazioni per me, e per ben due volte ho varcato i confini di quella promised land (gli Stati Uniti d’America) tanto sognata negli anni della mia adolescenza trascorsa in Italia e un po’ in giro per l’Europa. Da quel 26 marzo 2010 ai miei occhi si è spalancato un mondo mai visto prima, in un concentrato di emozioni che in sole due settimane mi ha dato la forza di aggrapparmi a quei sogni che rischiavano di perdersi nel vortice di una routine quotidiana capace di annientarti nell’animo. Guardare indietro a questo 2010 appena trascorso mi fa un po’ male ma mi riempie anche di tanta soddisfazione per aver realizzato due viaggi da sogno nello stesso anno: il primo dei quali, dal 26 marzo al 10 aprile 2010, con uno splendido tragitto on the road da Montreal a Boston fino alla magica New York City. Passeggiando per i viali di Central Park ho cominciato a pensare di voler fare uno stage lì nella Grande Mela, per ritornare a godermi l’atmosfera di una metropoli assaporata solo per due giorni durante la Pasqua più bella della mia vita. E chi avrebbe mai potuto dirmi che qualche mese dopo sarei riuscito a ripartire per New York City per fare uno stage a Rai Corporation? Non c’è che dire: il 2010 è stato un anno indimenticabile e tutto è iniziato esattamente 365 giorni fa, quel 26 marzo 2010 che non dimenticherò mai più!

venerdì 4 marzo 2011

New York State of Mind

Che emozione rivedere queste immagini di New York. E pensare a tutte le volte che ci sono entrato e uscito dall'instancabile metropolitana newyorkese durante il mio indimenticabile periodo di stage a RAI Corporation. New York City mi ha stregato, in un certo senso mi ha anche drogato facendomene sentire enormemente la mancanza una volta ritornato in Italia. Ma dentro il cuore so che la mia storia con la Grande Mela non è ancora finita, almeno lo spero. Lo so che c'è ancora uno spicchio di sogno americano ad aspettarmi lì da qualche parte nel tempo e nello spazio. Io lo so.

giovedì 21 ottobre 2010

New Orleans to go

Prima di partire per l’America, destinazione New York City, sapevo già che durante i miei due mesi e mezzo di internship a Rai Corporation ne avrei approfittato per fare qualche viaggetto in giro per gli Stati Uniti. Di sicuro a Washington, tappa obbligata per me che non c’ero mai stato, ma fino all’ultimo sono rimasto indeciso sulle altre destinazioni. Due su tutte: New Orleans e San Francisco. Per un attimo ho pensato di andare da entrambe le parti, poi un po’ per mancanza di tempo avendo solo i weekend a disposizione per viaggiare, un po’ per risparmiare visti i prezzi dei biglietti aerei, ho optato per New Orleans. Da grande amante della musica non potevo farmi sfuggire l’occasione di andare a vedere di persona la vita delle stradine del French Quarter dove si esibiscono musicisti a volte davvero eccezionali. E come diceva Boris Vian: “Solo due cose contano: l’amore, in tutte le sue forme, con ragazze carine, e la musica di New Orleans o di Duke Ellington”.





Decido di partire venerdì 17 settembre dall’aeroporto La Guardia nel Queens. Ho letto da qualche parte che la vista più bella di New York, oltre a quella dal ferry che collega Staten Island a Manhattan, si può avere proprio in partenza da questo aeroporto. Devo ammettere che è vero, e l’emozione nell’ammirare il Bronx dall’alto e poi pian piano il resto dell’isola di Manhattan ti lascia senza fiato. Da New York a New Orleans, in Louisiana, ci vogliono tre ore di volo, e lì il fuso orario segna un’ora indietro rispetto alla Grande Mela.

Poco prima di atterrare all’aeroporto Louis Armstrong riesco a vedere dal finestrino le paludi caratteristiche di questi luoghi per gran parte sotto il livello del mare, e il pensiero va subito alla distruzione che l’uragano Katrina causò nell’agosto 2005 soprattutto a New Orleans. Ricordo le immagini drammatiche che all’epoca vidi in televisione, con cadaveri riversi per strada, case completamente distrutte, gente costretta a rifugiarsi sui tetti delle loro abitazioni spazzate dalla furia dell’inondazione, barche al posto delle macchine laddove prima c’era asfalto e allora soltanto acqua alta.

Giunto a New Orleans, sono consapevole di trovarmi in una città che dietro la maschera ridente dei numerosi turisti riversi ogni sera per le sue strade, nasconde l’ombra di tante persone senza un lavoro e in uno stato di povertà estremo, in particolare dopo il disastro di Katrina.

Sistematomi in un ostello a Midtown, a due passi dalla fermata della street-car di Canal Street che porta direttamente in centro, mi immergo subito tra le stradine del French Quarter. Dopo un primo giro veloce e qualche acquisto di gadget e magliette varie, mi fermo in un negozio di musica dove quasi per caso mi trovo davanti al disco di Grandpa Elliott, armonicista e cantante di colore, reso famoso dal progetto Playing for Change che l’ha immortalato più e più volte durante le sue imperdibili esibizioni all’angolo tra Royal Street e Toulouse Street nel quartiere francese.


Prima di partire da New York, avevo già in mente di mettermi eventualmente sulle tracce di Grandpa. L’acquisto del suo album mi spinge a chiedere al proprietario dove poter trovare di preciso quel piccolo ometto barbuto che canta solo per la passione di farlo, con un cuore ed un’anima così grandi da commuovere chiunque si trovi ad ascoltarlo dal vivo. Così quello stesso venerdì pomeriggio decido di iniziare la caccia ad uno dei miei cantanti preferiti: Elliott Small, in arte Grandpa Elliott. La sera è ormai calata a New Orleans, e mi dirigo proprio verso l’angolo indicatomi dal negoziante. In lontananza intravedo un uomo su una sedia, barba lunga e bianca, maglietta rossa e salopette di jeans, e allora capisco immediatamente che il mio sogno sta per avverarsi. È proprio lui in carne ed ossa, Grandpa Elliott si sta esibendo in quel preciso istante nel quartiere francese di New Orleans, e io mi trovo al posto e al momento giusto.

Comincio a scattare una foto dopo l’altra, faccio anche delle riprese mentre Grandpa canta e suona Over the rainbow e Stand by me. Rimango in contemplazione insieme ad altri turisti seduti per terra o in piedi lungo Royal Street, che per qualche ora sembra avere occhi (e orecchie) solo per il piccolo, grande Elliott. Al termine della street-session mi faccio coraggio, mi avvicino a Grandpa e gli chiedo di farci una foto insieme, anzi due. Il mio sogno è diventato realtà!

Il primo giorno a New Orleans si conclude alla grande, pronto per il secondo durante il quale decido di fare un tour in barca per le paludi della Louisiana. Partenza nel primo pomeriggio, convinto di aver fatto bene a scegliere questo day-tour e non quello per i luoghi maggiormente colpiti dall’uragano Katrina, che si sarebbe svolto solo in autobus. Giunti a destinazione, saliamo (in tutto siamo una ventina) sull’imbarcazione che ci porta into the (Louisiana) wild. Intorno regna un silenzio irreale, un silenzio al quale non siamo abituati presi dalle nostre vite cittadine sempre più lontane dalla natura selvaggia e incontaminata. Avvistiamo anche qualche coccodrillo, ma il vero spettacolo è girare in barca lungo intricati sentieri d’acqua, circondati da alberi maestosi che ci avvolgono quasi in un abbraccio materno.



Il mio viaggio in Louisiana si conclude così, in mezzo a paesaggi mozzafiato, con un caldo quasi soffocante, circondato da quell’acqua che un giorno, se l’uomo non saprà preservare riserve naturali come queste, inghiottirà tutto e tutti senza pietà.

martedì 12 ottobre 2010

Il mio 11 settembre

Ricordo ancora quel pomeriggio di nove anni fa, 11 settembre 2001, io ancora un ragazzino – da qualche mese 16enne – pronto a godermi gli ultimi fuochi di una estate trascorsa a giocare a pallone, mattina e sera, nel mio adorato Parco del Sole a Salerno. Era un pomeriggio come tanti passato subito dopo pranzo a guardare un po’ di televisione e a sonnecchiare, quando a un certo punto vedo mio fratello correre in salone per darci la notizia. Ci ritroviamo in un attimo – io, mio padre e mia zia – davanti ad una apocalisse via etere, di fronte alle terribili immagini dell’attacco terroristico al cuore economico degli Stati Uniti, il World Trade Center con le sue altissime Twin Towers. Marco, mio fratello, vede con i suoi occhi, e in diretta, l’impatto del secondo aereo in una delle torri: solo in quel momento capisce che non si tratta di un film di fantascienza. E' tutto vero. Dopo quasi un’ora ipnotizzati davanti alla Tv, gli occhi fissi su quei due cerini di acciaio feriti a morte, assistiamo al crollo di circa 3000 vite innocenti nel vuoto di un cratere che avremmo tutti chiamato Ground Zero. Da quel giorno, anno dopo anno, è cresciuto in me il desiderio di andare di persona a New York, per varcare la soglia di un nuovo mondo, gli Stati d’Uniti d’America, capace di forgiare gran parte dei miei sogni e delle mie speranze. Nessuno avrebbe potuto pronosticare che proprio l’11 settembre di nove anni dopo, mi sarei trovato a New York per lavoro (come stagista a Rai Corporation) a coprire l’anniversario (tra l’altro il più turbolento di tutti) di quel tragico e storico giorno. Così lo scorso 11 settembre 2010 arrivo al mattino presto alla Rai per dare una mano durante le dirette dal terrazzo con vista sulla parte meridionale di Manhattan, dove prima svettavano imponenti le torri. La commemorazione si svolge questa volta con un occhio alle manifestazioni organizzate dagli attivisti contrari alla costruzione di un Islamic Center a pochi isolati da Ground Zero. Insieme al cameraman restiamo in strada per documentare le manifestazioni a favore e contro questo controverso progetto architettonico. C’è chi invoca il dovere di rispettare le migliaia di vite innocenti uccise dalla furia di fantomatici credenti islamici, chi invece grida a voce alta il suo benvenuto in terra americana a chiunque professi una religione diversa, Islam compreso, perché in fin dei conti – questa è la mia impressione - Bin Laden & Co. non possono considerarsi dei veri musulmani. Tornando a casa pronto per partire in serata per il New Jersey, ripenso a questa giornata lunga e faticosa e mi sento ripagato in pieno per aver potuto parteciparvi. Appena arrivo a casa di Gerardo, mio cugino di 3° grado, già dall’auto intravedo in lontananza un doppio fascio di luci. Capisco di cosa si tratta, e il mio pensiero va subito a quelle fantastiche torri che per una notte all’anno sembrano rivivere ancora, sebbene solo per poche ore, lassù nel cielo scuro del New Jersey e del mondo intero. Così tramonta anche il mio (primo) 11 settembre a stelle e strisce, insieme a quelle luci che presto sfumeranno lasciando posto, poco a poco, ad una nuova alba.

martedì 14 settembre 2010

Vita da stagista #4

Durante questo mio stage a Rai Corporation sto avendo modo di capire cosa voglia dire fare del buon giornalismo (e viceversa). Io ho avuto la fortuna di lavorare per il Tg3 insieme al corrispondente Oliviero Bergamini, un vero giornalista, curioso e pronto a coprire storie capaci di spiegare un pezzetto, ma pur sempre significativo, di realtà newyorkese e americana. Dopo il servizio su 5POINTZ e sui 99ers, siamo andati insieme al producer David nel New Jersey ad intervistare un sergente dell’esercito che ha perso entrambe le gambe in Iraq. L’intervista non era facile da condurre vista la profonda ritrosia del veterano ad esprimersi politicamente sui conflitti in Iraq ed Afghanistan. “Non ho nessun rammarico”, ci ha detto il sergente riferendosi alle sue tre missioni in terra irachena, confidandoci di averlo fatto per il bene della sua Patria. Non ha cambiato idea nemmeno dopo aver perso le gambe, forse anche per giustificare questo suo amaro destino. La cosa che più mi ha colpito appena arrivati a Union Beach, nel New Jersey, è stata la grande bandiera a stelle e strisce che sventolava forte sulla sua casa. “Focus on what you have, not on what you do not have”, ci ha detto il veterano, intendendo che ormai non ha più senso pensare alle gambe perdute per sempre in battaglia. Meglio sarebbe concentrarsi su ciò che si ha ancora, come ad esempio la famiglia, una moglie e dei figli insieme ai quali crescere e superare i momenti di sconforto. Nel concludere la lunga intervista, mentre il sergente ci stava mostrando ciò che ogni mattina deve fare per salire e scendere dall'auto, mi è venuto in mente di fargli un’ultima domanda su quella splendida bandiera sventolante sopra le nostre teste. “When you see that flag over your house, what do you think? How do you feel? What does it mean for you?”. Per un attimo il veterano si è commosso, come se tutta la sua sicurezza fosse svanita nel rispondere a una domanda che aveva sfiorato i ricordi più tristi (sugli amici persi lungo la strada) e le convinzioni più forti (su una Patria con una storia da onorare anche a costo di perdere una parte di se stessi in guerra).

mercoledì 18 agosto 2010

Vita da stagista #3

La mia vita da stagista a Rai Corporation a tratti è noiosa, ma è anche molto esaltante, soprattutto se mi capita di uscire in esterna a girare con la troupe. E’ capitato diverse volte, specialmente da quando è arrivato Oliviero Bergamini. Siamo andati a Ground Zero, di fronte all’edificio che dovrebbe ospitare una moschea proprio a due passi dal cratere delle Torri gemelle. Poi abbiamo fatto delle interviste a 5POINTZ, nel Queens, considerato la Mecca per i writers di tutto il mondo. E’ un posto dove qualsiasi appassionato di graffiti può trovare uno spazio sul quale scaricare la propria fantasia artistica. Ce ne sono di migliori e di peggiori, ma avere l'opportunità di vedere tutti questi graffiti diversi, e gli uni vicini agli altri, è davvero imperdibile.
Durante queste prime settimane di stage sono anche riuscito ad organizzare una intervista per Oliviero sul tema dei 99ers, ovvero coloro che negli Stati Uniti si ritrovano senza più sussidi di disoccupazione dopo averne ricevuto per 99 settimane di seguito. Abbiamo intervistato Connie, una signora senza lavoro da più di un anno che ci ha spiegato con passione e un pizzico di commozione la sua storia in comune con quella di tanti altri americani rimasti privi di sostegni economici.
Ci ha anche parlato di persone suicidatesi perché incapaci di trovare una via d’uscita dal tunnel dell'unemployment che sta ferendo nel profondo l’anima di un' America ancora nella morsa della crisi. Connie però ci ha più volte ripetuto: “I don’t give up, I don’t give up”. Good luck, Connie. Good luck, America.

martedì 3 agosto 2010

Sono un ragazzo fortunato

Primo weekend da New Yorker. Sabato 31 luglio, concerto del mitico Jovanotti a Central Park per la manifestazione Summer Stage: decidiamo di andare insieme a Giulia, Laura, Clea e gli amici Fabio e Alessia (ex stagisti a Rai Corporation in trasferta da Toronto). Ci sono molti connazionali ad attendere l’esibizione del nostro Lorenzo Cherubini. Il concerto inizia alle tre del pomeriggio, ma per Jovanotti bisognerà attendere prima che altri due gruppi si esibiscano. Il tempo non ci manca, la musica nemmeno, i posti a sedere ci sono, quindi occhio agli orologi ché alle 17:30 iniziano le danze italiane. C’è anche una troupe del Tg3 a riprendere Jovanotti, peccato non averlo potuto incontrare di persona. Central Park è una location perfetta per un concerto estivo immersi in una foresta di alberi all’apparenza senza fine. E pensare che a due passi continua la vita frenetica di una delle metropoli più caotiche al mondo. Ecco perché amo così tanto questo parco meraviglioso che tra i suoi sentieri e prati verdi ti fa sentire come in una casa al riparo dallo smog infernale delle strade. Ma il nostro sabato non finisce qui: decidiamo infatti di andare in serata a Williamsburg al Brooklyn Bowl per giocare a bowling. Alla fine ci sediamo a mangiare qualcosa mentre una blues-band ci delizia ad alto volume con della buona musica live. Finalmente ho l’occasione di ascoltare qualcosa dal vivo nella magica New York, in attesa di realizzare il mio sogno musicale in un fumoso locale jazz di qualche seminterrato di Manhattan. Sooner or later…

Vita da stagista #2

La prima settimana di internship a Rai Corporation è finita. Le emozioni provate finora a New York sono contrastanti. Ci son cose che ricordo con piacere e altre invece che mi fanno rimpiangere di non avere fatto scelte diverse. Forse devo essere più fiducioso e magari un pizzico più intraprendente, altrimenti nulla potrà davvero cambiare. C’è ancora tempo per ambientarsi, almeno fino a metà ottobre, sperando di poterlo fare così come sognavo di farlo dall’Italia. A lavoro, durante questa prima settimana, ho affiancato i producer del Tg3 e la corrispondente Giovanna Botteri, che da ieri è stata sostituita da Oliviero Bergamini. Il primo giorno è stato molto coinvolgente, soprattutto quando la Botteri ha chiesto a me e ad Aldo (l’altro stagista che ha appena concluso la sua internship di tre mesi) di trovare su Internet i documenti originali che WikiLeaks aveva pubblicato sui rapporti segreti della guerra in Afghanistan, riguardanti anche un coinvolgimento italiano. Ritrovarsi poi in sala regia a guardare un servizio al quale hai collaborato - anche seppur in minima parte – ti inorgoglisce non poco. Naturalmente non capita sempre di occuparsi di argomenti così interessanti, e infatti nei giorni successivi ho riordinato l’archivio dei servizi del Tg3 e fatto un po’ di rassegna stampa. Questa è la vita da stagista, questa è la mia vita: tanto – come mi ha confidato un amico – l’80% di questa esperienza è New York City. Let’s enjoy our (american) time!

mercoledì 28 luglio 2010

Vita da stagista

Ora i nostri ruoli a Rai Corporation sono chiari: per noi dell’ufficio produzione l’assegnazione ai singoli corrispondenti e telegiornali è stata fatta. Io lavorerò insieme ai producers del Tg3 e alla giornalista Giovanna Botteri. Sono molto contento e desideroso di imparare più cose che posso nei prossimi due mesi e mezzo newyorkesi. Uno dei vecchi stagisti, Lorenzo, ci ha spiegato con santa pazienza come servirsi del computer per ricercare le immagini per un pezzo, ci ha mostrato le varie fasi del lavoro che ci vedrà protagonisti, ci ha parlato della sua esperienza dandoci una grossa mano ad ambientarci durante questi primi giorni. Di stagisti ne vanno e ne vengono di continuo, a Rai Corporation, noi siamo appena arrivati ma a metà ottobre toccherà farci da parte e spiegare ai nuovi interns le regole del mestiere. Così è la vita, una ruota che gira alla quale conviene sempre aggrapparsi senza mai mollare la presa. Tanto, prima o poi, le soddisfazioni verranno a galla. Basta solo avere passione e un bagaglio infinito di buona volontà: that’s it!

martedì 27 luglio 2010

Il primo giorno di scuola

Tutto come una volta, proprio quando da bambino mi accingevo ogni anno, dopo un’estate sfrenata passata a giocare a pallone dalla mattina alla sera, a ritornare tra i banchi di scuola con un leggero mal di pancia. Come è successo oggi, leggermente emozionato per l’inizio di questo mio sogno a stelle e strisce targato Rai Corporation. Quasi faccio tardi già il primo giorno per colpa della linea 3 della subway che non vuole saperne di partire dalla fermata 148th di Harlem. Alla fine riesco ad arrivare giusto in tempo, pronto per salire al 25esimo piano del palazzo della at&t insieme alle mie compagne di stage (Giulia, Paola, Patrizia, Laura, Clea e Teodora: eh lo so, proprio beato tra le donne!). Giunti a destinazione ci imbattiamo subito nella scritta Rai Corporation, ad avvertirci che stiamo entrando in una sorta di Little Italy televisiva nel cuore di Manhattan. Ad accoglierci è Donatella, che ci porta in una stanza per spiegarci cosa faremo durante questa prima giornata di orientamento. Uno dopo l’altro ci vengono a parlare i responsabili delle varie sezioni per darci ognuno la propria panoramica sul lavoro che in gruppi separati – tra ufficio corrispondenza, client and services e Rai Italia – ci troveremo a svolgere. Le idee pian piano cominciano a schiarirsi, però manca ancora qualcosa per realizzare di essere stati selezionati davvero come stagisti a Rai Corporation. Ce ne rendiamo conto non appena saliamo sul terrazzo dove i giornalisti fanno gli stand-up e dove i vecchi interns si mettono in posa per immortalare uno dei momenti più entusiasmanti della loro vita: aver fatto parte di un sogno chiamato New York. Osservare in lontananza il ponte di Manhattan e di Brooklyn, l’Empire State Building e il Chrysler Building, lanciare uno sguardo sul fiume Hudson e immaginare - ora come nove anni fa - l’atmosfera di terrore che si respirava mentre le due Torri gemelle implodevano su se stesse, ti toglie il respiro e ti fa pensare: alla fine ce l’ho fatta, il sogno è diventato realtà, adesso non resta altro da fare che rimboccarsi le maniche e mettercela tutta. Tanto è solo l'inizio.

domenica 25 luglio 2010

Almost like a New Yorker


Da qualche giorno mi sto chiedendo cosa davvero voglia dire sentirsi un New Yorker a tutti gli effetti. Forse lo inizierò a capire una volta che mi trasferirò nell’appartamento che ho trovato sulla 149th street ad Harlem. Avere un punto d’appoggio stabile, non come l’ostello Westside Pearl che mi ha ospitato nell’Upper West Side per quattro notti, mi aiuterà di certo a conquistare quella autonomia che finora non ho avuto. Da lunedì, poi, quando finalmente inizierà lo stage a Rai Corporation (e non vedo l’ora), non potrò che immergermi a pieno ritmo in una città che di ritmo non ne perde mai, nemmeno la sera quando la gente ritorna a casa da una giornata di lavoro, magari pronta a farsi trascinare dalle tante manifestazioni open air che NYC sa offrire in estate. Di sicuro non me le lascerò sfuggire – tra concerti, rassegne cinematografiche e gite fuori porta – pronto a vivere giorno dopo giorno come un vero New Yorker, nostalgico quanto basta della sua Italia ma felice di essersene allontanato per un po’, forse per amarla meglio e di più. Come cantava Warren Zevon in Keep me in your heart: “If I leave you it doesn’t mean I love you any less”. See you dear Italy, but not yet, not yet.

sabato 24 luglio 2010

Cosa vuoi di più dalla vita?


L’ansia da pre-partenza era dovuta soprattutto alla ricerca di una stanza che avrei dovuto iniziare non appena giunto a destinazione. Durante gli ultimi giorni, dopo aver visto decine e decine di annunci su Craiglist, decido di guardare qualche offerta anche sul sito di NyHabitat, un’agenzia di New York specializzata negli affitti di appartamenti in condivisione. Da subito entro in contatto con Beatrice, che inizia a propormi qualche stanza via mail. Giunto sul posto, do un’altra occhiata alle stanze disponibili già da fine luglio e così mi faccio segnare un appuntamento nel suo ufficio: qui discutiamo delle offerte realmente disponibili, e dopo una mezz’oretta mi congedo con tre opzioni nel cassetto. Due stanze ad Harlem - una più vicina a Central Park, l’altra meno - e un’ultima stanza nell’Upper East Side. Qualche ora dopo Beatrice mi contatta per darmi i numeri di telefono di Michael e Steven, i proprietari di due delle tre stanze da me scelte. Vado prima da Michael ad Harlem, che mi propone una stanza in affitto a $775 (spese incluse) in un appartamento in condivisione con lui, il suo cane (si chiama Blue, come il colore) e una ragazza italiana, di Milano, che resterà fino a metà settembre. Questa prima soluzione non mi dispiace, anche se la stanza e tutto il resto me l’aspettavo un pochino più grandi. Confermo a Michael di essere molto interessato, però prima di decidere gli dico che ho bisogno di vedere un’altra stanza la sera stessa, quella nell’Upper East Side. Chiamo Steven per chiedergli quando, e se, possiamo vederci in serata. Mi dice di andare da lui alle nove. Io mi avvio alle otto, dopo aver fatto un giro per Wall Street fino al molo dello Staten Island Ferry. Arrivato a Lexington Avenue, pronto a prendere la linea verde, mi squilla il telefono: è Steven. Mi dice che purtroppo la sua stanza è stata appena affittata da una persona che non ha perso tempo ed ha subito pagato il deposito. Come spesso mi è capitato in passato, prendo una decisione all’istante: chiamo subito Michael, e gli dico che ho deciso di prendere la stanza. Rimaniamo che il mattino seguente gli avrei portato i $700 del deposito per bloccare la stanza. Così faccio, e il giorno dopo gli porto i soldi della caparra. Intanto, in attesa di tornare da Beatrice per saldare i conti della commissione, me ne vado in giro per una New York un tantino piovosa. Opto per Downtown e il richiamo del World Trade Center è ancora forte dopo la fugace visita notturna dello scorso aprile insieme a Stefano e Giuseppe. Per la prima volta vedo di giorno cosa resta del cratere di quell’indimenticato 9/11/2001, con la Freedom Tower (la torre della libertà) che pian piano sta nascendo dalle macerie delle Torri gemelle. Decido di allungarmi più a sud, nello splendido Battery Park, rovinato solo da una incessante pioggia che mi costringe ad aprire l’ombrello. La stanchezza si fa presto sentire, e così mi siedo su una panchina dello skyline newyorchese, davanti a me in lontananza la sagoma possente della Statua della Libertà, dove mi rilasso leggendo I segreti di New York di Corrado Augias e ascoltando un po’ di buona musica sul mio nuovo BlackBerry. Come a dire: cosa vuoi di più dalla vita?

La valigia sospetta

Partenza con circa un’ora di ritardo da Roma Fiumicino, che quasi stavo perdendo la coincidenza con il volo da Londra Heatrow per Newark nel New Jersey. All’aeroporto di Roma insieme ai miei genitori incontriamo un caro amico di famiglia, Andrea, nato a Brooklyn, quindi abbastanza esperto di cose americane. Gli chiedo qualche consiglio su New York, essendoci lui nato, quasi invidiandolo per questa sua dote di nascita. L’ansia comincia a salire, nella consapevolezza che fra qualche ora dovrò salutare i miei genitori che non vedrò per quasi tre mesi di seguito. Dopo qualche lacrima d’ordinanza, mi faccio coraggio e mi dirigo al controllo bagaglio. Tanto per sdrammatizzare e farci qualche risata, ho quasi perso il contro - tra Roma, Londra e Newark – di quante volte mi hanno fatto aprire le valigie per controllare che non imbarcassi niente di pericoloso. A Londra addirittura mi hanno sottoposto a un controllo extra, dove l’agente si è divertito ad aprire e scombussolare l’ordine precario dei miei bagagli. Per non parlare poi delle scarpe che mi hanno fatto levare, proprio per non farmi mancare nulla. Giunto all’aeroporto di Newark, dopo un volo di oltre sette ore, mi accingo a superare indenne il controllo della dogana. Che dire? 1) Sono uno studente in vacanza per tre mesi in terra americana, che non ha alcuna intenzione di lavorare senza visto e che non conosce nessuno qui a New York; 2) confessare che son venuto fin qui per uno stage (non retribuito) presso la televisione di stato italiana. Alla fine opto per la prima soluzione, che a tratti però mi fa temere di venire respinto. Per ben tre volte, tre diversi agenti mi tartassano di domande – quanto tempo resterai?, come mai tutto questo tempo, perlopiù da solo?, come ti finanzierai?, che lavoro fanno i tuoi genitori?, hai del cibo e delle piante in valigia? – per capire bene le ragioni di un giovane 25enne che ha deciso di trascorrere una solitaria estate americana. Alla fine mi lasciano andare, e con mio grande sollievo esclamo tra me e me: “Here we are”. Ci siamo: diamo inizio alle danze (americane). Tanto che ne sanno, lì alla dogana, dell'estate (forse) più bella della mia vita che mi accingerò a vivere niente di meno che a New York City.

Il cielo quasi fra le mani


Quando un sogno diventa realtà, il passo successivo sembra spingerci verso un sogno ancora più grande. Il mio sogno è diventato realtà, lo sto vivendo mentre scrivo queste parole in un ostello dall’altra parte dell’oceano Atlantico. Il mio sogno ha un nome e cognome: New York. Ebbene sì, alla fine ce l’ho fatta, lo scorso giugno ho ricevuto la grande notizia, via mail, della mia selezione come stagista - dal 26 luglio al 15 ottobre - alla Rai Corporation di New York City. Ho deciso di partire il 21 luglio dall’Italia, con un volo British Airways da Roma Fiumicino, per sfruttare questi primi giorni in cerca di una stanza da affittare fino a metà ottobre, quando questa mia avventura newyorchese sarà terminata. Adesso che deve ancora cominciare non so bene cosa aspettarmi, anche se amici mi hanno più o meno spiegato cosa mi ritroverò a fare presso l’ufficio di corrispondenza cui sono stato assegnato: ora aspetto solo di sapere a quale corrispondente verrò affiancato. Vivere New York così da vicino sarà tutt’altra cosa rispetto alla mia ultima visita della scorsa Pasqua insieme a Nicola, Stefano e Giuseppe. Questa volta potrò toccare con mano cosa vuol dire fare giornalismo in una metropoli così entusiasmante, così caotica, così difficile come NYC. Ricordo quando qualche mese fa, trovandomi a passeggiare lungo i viali di Central Park, dicevo a Stefano quanto mi sarebbe piaciuto vivere per qualche mese in questa città, magari come stagista, per poter finalmente realizzare il sogno di una vita: andare all’estero per studiare o lavorare. Con l’Erasmus in terra danese sfumato nel nulla qualche anno fa, penso di essermi preso la giusta rivincita contro un destino che in quell’occasione mi voltò inspiegabilmente le spalle. Ora spetta a me non perdere le innumerevoli occasioni (di formazione, di svago e di vita) che mi si presenteranno a tonnellate durante i prossimi tre mesi a stelle e strisce. Stefano, Nicola e Joe Triglia mi hanno avvertito: niente sarà come prima dopo questa traversata oltreoceano. Basterà solo non dare le spalle alla vita, in attesa del prossimo grande sogno da realizzare ad occhi aperti. Proprio come sto facendo hic et nunc a New York City.