venerdì 7 marzo 2008

I segreti di Roma, di Corrado Augias

Roma, almeno in parte, è ancora lì, basta saperla guardare”, ha scritto Corrado Augias nel libro “I segreti di Roma”. E spetta a noi lettori, da turisti per le strade della capitale, scoprirla con fare curioso, nella speranza di respirare, anche solo per un attimo, l’atmosfera che ha contraddistinto nel corso dei secoli la travagliata esistenza della città lambita dal Tevere. “La Roma arcaica dei tempi di Romolo e la Roma sparita di fine ottocento sono state entrambe risucchiate dal gorgo e dalla polvere della storia”, per cui, scrive Augias, “se dovessi indicare per la capitale un solo connotato punterei proprio su questo: la compresenza di tante città incastrate una dentro l’altra, sovrapposte in tre, quattro, cinque strati pronti a svelarsi appena si abbia voglia di guardare oltre la rumorosa corteccia del presente”. Ecco così rivelarsi agli occhi del lettore il segreto della bellezza della città eterna, quello di far convivere i resti di epoche diverse come testimonianza indelebile del tempo che passa. Segreti che a distanza di secoli lasciano ancora inviolato quel velo di mistero che affascina non poco i visitatori della città. Basti pensare, ad esempio, alla leggenda della lupa che allattò i fratelli Remo e Romolo (quest’ultimo, fondatore e primo re di Roma), che in realtà, secondo lo storico latino Tito Livio, si trattava non di un animale bensì di “una certa Larenzia chiamata lupa, cioè prostituta”. Così, “quando i gerarchi fascisti pensarono di chiamare figli della lupa i bambini inquadrati nelle organizzazioni giovanili del partito”, scrive ironico Corrado Augias, “non si resero conto, ignari della storia, dell’involontaria comicità di una simile denominazione”. Sfogliando le pagine de “I segreti di Roma”, le sorprese e le rivelazioni non mancano, ma particolarmente interessanti sono alcuni aneddoti e le riflessioni appassionate di Augias che, da bambino, trascorse gli anni della spensieratezza in quel di Roma. Tra gli aneddoti, l’autore rievoca lo sbarco degli alleati nella capitale, quando un soldato americano, attraversando in jeep piazza del Colosseo, esclamò: “Mio Dio, abbiamo bombardato anche questo!”. Questa storia circolò spesso dopo la fine della guerra, ma forse si trattava solo di una storia. Leggendo il bel libro di Augias, si nota il forte legame dello scrittore con l’oggetto di cui scrive, ancor più evidente quando ci fa una confessione. “Talvolta mi sorprendo a pensare”, scrive l’autore, “quale destino Roma avrebbe potuto avere se, nel corso di altri secoli, per esempio tra il XV e il XVI, si fosse riusciti a farla diventare il centro di un regno sottraendola al dominio pontificio per trasformarla in una vera capitale moderna”. E a tal proposito, a dimostrazione dell’influenza della Chiesa sulla città, viene alla mente un pensiero di Nikolaj Gogol: “la maestosa cupola di San Pietro che ingigantisce quanto più ci si allontana, per restare infine sovranamente sola su tutto quell’arco d’orizzonte, quando ormai l’intera città è scomparsa”. E quale miglior simbolo, della cupola di San Pietro, per ricordarci dell’influenza pontificia su Roma?

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Ciao Paolo
sono una fotografa di Roma,volevo chiederti una informazione riguardo alla foto della cupola di San Pietro e della Sinagoga che hai postato in questo articolo.
se l'hai fatta tu potresti dirmi da quale postazione l'hai scattata?
ti lascio il mio indirizzo e-mail
alessia.giuliani@catholicpressphoto.com

ti ringrazio in anticipo x la tua risposta!

ciao Alessia

Paolo Massa ha detto...

ciao Alessia, ti ho risposto sulla tua mail.